120369.fb2
Anche nelle più favorevoli delle circostanze, non è facile salire a bordo di un’astronave abbandonata, che non collabora. Il tentativo può essere anzi decisamente pericoloso.
Walter Curnow lo sapeva come principio astratto, ma continuò a non sentirlo realmente nelle ossa finché non ebbe veduto gli interi cento metri di lunghezza della Discovery capovolgersi mentre la Leonov si teneva a distanza di sicurezza. Anni prima, l’attrito aveva frenato la rotazione del giroscopio della Discovery, trasferendone così il momento angolare al resto della struttura. E ora, come la bacchetta di tamburo di una majorette giunta al culmine della sua traiettoria, l’astronave abbandonata stava girando adagio su se stessa lungo la propria orbita.
Il primo problema consisteva nel fermare quelle giravolte, che rendevano la Discovery non soltanto incontrollabile, ma anche quasi inavvicinabile. Mentre indossava la tuta nel locale a chiusura ermetica insieme a Max Brailovsky, Curnow venne pervaso da un’assai rara sensazione di incapacità, e persino di inferiorità. Quanto stava per fare non rientrava nella sfera della sua competenza. Aveva già spiegato in tono tetro: «Sono un ingegnere spaziale, non una scimmia dello spazio.» Eppure bisognava procedere. Lui solo possedeva le cognizioni tecniche che avrebbero potuto sottrarre la Discovery alla stretta di Io. Max e i suoi colleghi, alle prese con diagrammi di circuiti e con apparecchiature non familiari, avrebbero impiegato troppo tempo. Prima che fossero riusciti a ridare energia all’astronave e a padroneggiarne i comandi, essa sarebbe precipitata nelle ignee voragini sottostanti.
«Non ha paura, vero?» domandò Max, mentre stavano per mettersi il casco della tuta spaziale.
«Non tanto da farmela sotto. Ma abbastanza, sì.»
Max ridacchiò. «È comprensibile, direi, tenuto conto del compito che ci aspetta. Ma non si preoccupi… la porterò là tutto di un pezzo con il mio… com’è che lo chiamate voi?»
«Manico di scopa. Perché si suppone che lo cavalchino le streghe.»
«Ah, sì. Ne ha mai adoperato uno?»
«Ci provai, una volta, ma il mezzo mi sfuggì. Tutti gli altri trovarono la cosa divertentissima.»
Vi sono alcuni mestieri che hanno dato luogo ad attrezzi unici e caratteristici: il gancio degli scaricatori, la ruota dei vasai, la cazzuola del muratore, il martello del geologo. Gli uomini che dovevano dedicare gran parte del loro tempo a lavori di costruzione con gravità zero avevano inventato il manico di scopa.
Era semplicissimo: un tubo vuoto lungo appena un metro, munito di un appoggio per i piedi a un’estremità e di un anello per sostenersi a quell’altra. Quando si premeva un pulsante, poteva diventare cinque o sei volte più lungo e il sistema interno per l’assorbimento degli urti consentiva, a chi fosse abile nel servirsene, di eseguire le manovre più strabilianti. L’appoggio per i piedi poteva tramutarsi inoltre, se necessario, in una sorta di pinza o in un gancio. Esistevano molte altre raffinatezze, ma la struttura generale si riduceva a questo. L’aggeggio sembrava ingannevolmente facile da impiegare, ma non lo era.
Le pompe del locale a chiusura ermetica terminarono di riciclare; l’avviso luminoso USCITA si accese, i portelli esterni si aprirono ed essi cominciarono ad allontanarsi adagio galleggiando nel vuoto.
La Discovery stava girando su se stessa a circa duecento metri di distanza, seguitando nell’orbita intorno a Io, che colmava una metà del cielo. Giove rimaneva invisibile dietro il satellite. Questa posizione dei due corpi celesti era stata scelta deliberatamente; si stavano infatti servendo di Io come di uno scudo che li proteggesse dalle energie infurianti avanti e indietro entro il fascio di flussi magnetici che collegava i due mondi. Ma, anche così, il livello di radiazione era pericolosamente alto. Disponevano di meno di quindici minuti prima di essere costretti a tornare al riparo.
Quasi immediatamente Curnow incontrò difficoltà con la tuta spaziale. «Mi stava a pennello quando partii dalla Terra» si lagnò. «Adesso invece ci ballo dentro come un pisello in un barile.»
«Questo è assolutamente normale, Walter» disse la dottoressa Rudenko, inserendosi nel circuito radio. «Durante l’ibernazione lei è dimagrito di dieci chilogrammi, che d’altronde poteva senz’altro permettersi di perdere. E ne ha già ricuperati tre.»
Prima ancora di aver avuto il tempo di pensare a una replica adeguata, Curnow si sorprese ad essere trascinato lontano dalla Leonov con dolcezza, ma anche con decisione.
«Deve soltanto rilassarsi, Walter» disse Brailovsky. «Non adoperi i propulsori, anche se dovesse cominciare a girare su se stesso. Lasci fare tutto a me.»
Curnow poté vedere gli sbuffi appena percettibili scaturire dallo zaino dell’uomo più giovane, mentre i minuscoli getti li spingevano verso la Discovery. Ogni piccola nube di vapore esercitava una dolce trazione sul cavo che li collegava alla Leonov ed egli cominciava a spostarsi verso Brailovsky, ma non la raggiungeva mai prima dello sbuffo successivo. Si sentiva un po’’ come uno yoyo che stesse scendendo e salendo lungo lo spago.
Esisteva un solo modo sicuro per avvicinarsi al relitto, vale a dire lungo l’asse intorno al quale esso stava lentamente ruotando. Il centro di rotazione della Discovery si trovava approssimativamente a metà astronave, vicino al sistema dell’antenna principale, e Brailovsky andava direttamente verso quel punto, con l’ansioso compagno a rimorchio. Come riuscirà a farci fermare entrambi in tempo? si domandò Curnow.
La Discovery era simile, adesso, a un enorme e snello manubrio da ginnastica che adagio flagellava l’intero cielo davanti a loro. Anche se impiegava svariati minuti per completare una rivoluzione, le due opposte estremità si spostavano con una rapidità impressionante. Curnow si sforzò di ignorarle, concentrandosi sul centro immobile che si avvicinava.
«Sto puntando verso il centro» disse Brailovsky. «Non cerchi di aiutare, e non si stupisca, qualsiasi cosa possa accadere.»
Che cosa ha voluto dire con questo? si domandò Curnow, mentre si preparava a sorprendersi il meno possibile.
Tutto accadde in circa cinque secondi. Brailovsky premette il pulsante del manico di scopa facendolo scattare telescopicamente per tutta la sua lunghezza di quattro metri e prendere contatto con l’astronave che si avvicinava. Il manico di scopa cominciò ad accorciarsi mentre il mollone interno assorbiva il considerevole momento di Brailovsky; ma non lo portò — come Curnow si era senz’altro aspettato — a fermarsi accanto all’incastellatura di sostegno dell’antenna. Tornò invece immediatamente ad allungarsi, invertendo la velocità del russo per cui quest’ultimo venne in effetti respinto dalla Discovery rapidamente come si era avvicinato. Saettò accanto a Curnow, nuovamente diretto verso il vuoto dello spazio, ad appena pochi centimetri di distanza da lui. Lo sbalordito americano ebbe appena il tempo di intravvedere un ampio sorriso prima che Brailovsky filasse al di là di lui.
Un secondo dopo vi fu uno strattone sul cavo che li collegava, seguito da una rapida decelerazione mentre essi condividevano il momento. Le loro opposte velocità erano state bellamente annullate; si trovavano adesso immobili rispetto alla Discovery. Curnow non dovette fare altro che allungare una mano verso il maniglione più vicino e tirarli entrambi contro l’astronave.
«Ha mai provato la roulette russa?» domandò, quando ebbe ripreso fiato.
«No… che cos’è?»
«Devo insegnarglielo, una volta o l’altra. È efficace quasi quanto questa manovra per curare la noia.»
«Non vorrà insinuare, spero, Walter, che Max possa aver fatto qualcosa di pericoloso?»
Dal tono di voce della dottoressa Rudenko si sarebbe detto che ella fosse realmente scandalizzata, e Curnow decise che era preferibile non rispondere; a volte i russi non capivano il suo singolare senso dell’umorismo.
Adesso che erano saldamente avvinghiati al fulcro dell’astronave ruotante, egli non ne percepiva più la rotazione — specie quando teneva lo sguardo fisso sulle piastre di metallo immediatamente davanti ai suoi occhi. La scaletta che si perdeva in lontananza, correndo lungo l’esile cilindro che costituiva la struttura principale della Discovery, costituiva la loro mèta successiva. Il modulo di comando sferico, all’estremità opposta, sembrava parecchi anniluce lontano, sebbene Curnow sapesse benissimo che la distanza era di appena cinquanta metri.
«Andrò io per primo» disse Brailovsky, recuperando il lasco del cavo che li collegava. «Rammenti… saremo in discesa per tutto il tratto sin là. Ma questo non è un problema., può sostenersi con una mano. Anche là in fondo, la gravità equivale a circa un decimo di g. Vale a dire com’è che dite voi? una bisbiglia.»
«Credo che intenda dire una quisquiglia. E, se per lei fa lo stesso, andrò avanti io. Non mi è piaciuto discendere scale a pioli a testa in giù… anche con una frazione di gravità.»
Era essenziale, Curnow lo sapeva bene, mantenere quel tono lievemente scherzoso; altrimenti il mistero e il pericolo della situazione lo avrebbero semplicemente sopraffatto. Ecco che si trovava a quasi un miliardo di chilometri di distanza dalla Terra, sul punto di entrare nel più celebre relitto dell’intera storia delle esplorazioni spaziali; un giornalista aveva definito la Discovery la Marie Celeste dello spazio, e non si trattava di un’analogia malvagia. Ma esistevano inoltre molti altri fattori a rendere unica la sua situazione; anche se egli avesse tentato di ignorare il paesaggio lunare da incubo che colmava una metà del cielo, c’era, a portata di mano, un momento costante della sua presenza. Ogni qual volta egli toccava i pioli della scala, il guanto sloggiava una nebbia impalpabile di polvere di zolfo.
Brailovsky, naturalmente, aveva detto una cosa del tutto esatta: la gravità rotazionale causata dal rotolamento dell’astronave poteva essere contrastata facilmente. Curnow, man mano che andava abituandosi ad essa, gradì addirittura il senso della direzione che gli dava.
E poi, del tutto all’improvviso, raggiunsero la grande sfera, colorata in giallo, del modulo di comando e di mantenimento della vita. A pochi metri appena da loro si trovava un portello di emergenza quello stesso, Curnow se ne rese conto, attraverso il quale era entrato Bowman per il confronto ultimo con Hal.
«Spero che riusciremo a entrare» mormorò Brailovsky. «Sarebbe un peccato, dopo essere arrivati sin qui, trovare il portello chiuso.»
Raschiò via lo zolfo che oscurava il pannello luminoso di avvertimento CHIUSURA ERMETICA.
«Spento, naturalmente. Devo tentare con i comandi?»
«Non causerebbe alcun danno… ma non funzioneranno.»
«Ha ragione. Bene, tentiamo con il comando manuale…»
Fu affascinante vedere il sottile spiraglio dischiudersi sulla parete ricurva, e osservare il piccolo sbuffo di vapore che si disperse nello spazio, portando con sé un pezzo di carta. Si trattava forse di qualche messaggio di vitale importanza? Non lo avrebbero saputo mai; piroettò via, girando su se stesso, senza mai minimamente perdere lo spin iniziale mentre scompariva contro le stelle.
Brailovsky continuò a far ruotare il comando manuale per quella che parve un’eternità prima che la buia e poco invitante caverna del locale a chiusura ermetica si aprisse completamente. Curnow aveva sperato che potessero almeno funzionare ancora le luci di emergenza. Ma non ebbero questa fortuna.
«È lei che comanda, adesso, Walter. Ben tornato in territorio americano.»
Senza dubbio il «territorio americano» non parve molto accogliente mentre egli si arrampicava all’interno e proiettava tutto attorno il fascio di luce della lampada applicata al casco della tuta spaziale. A quanto Curnow poté constatare, tutto era intatto. Ma che altro ti eri aspettato? domandò a se stesso, quasi irosamente.
La manovra per chiudere manualmente il portello richiese ancor più tempo di quello che si era reso necessario per aprirlo, ma non esisteva alcun’altra possibilità fino a quando sull’astronave non fosse tornata l’energia. Subito prima che il portello si chiudesse ermeticamente, Curnow osò dare un’occhiata al pazzesco panorama esterno.
Un baluginante lago azzurro si era spalancato in prossimità dell’equatore; egli aveva la certezza che non fosse esistito appena poche ore prima. Lampi di un giallo vivido, il colore caratteristico del sodio ardente, danzavano lungo le sue sponde; e l’intero paesaggio notturno era velato dalle spettrali scariche di plasma di una delle quasi ininterrotte aurore di Io.
Si trattava della sostanza di futuri incubi — e, come se tutto questo non bastasse, vi fu un ulteriore tocco degno di un pazzo artista del surrealismo. Pugnalando il nero cielo, e in apparenza emergendo direttamente dalle fornaci della luna che ardeva, saliva un immenso corno ricurvo, come quello che potrebbe intravvedere un torero condannato nel momento ultimo della verità.
La falce di Giove stava emergendo per salutare la Discovery e la Leonov mentre le due astronavi viaggiavano verso di essa lungo la loro comune orbita.