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Questa è la storia della badessa Radegunde e di ciò che accadde quando vennero i norvegesi. Non la racconto come mi fu raccontata, ma come la vidi io, perché allora ero un bambino e la badessa mi teneva come fattorino prediletto, anche se la vecchia e severa madre guardiana, Cunigunt, che era sopravvissuta alla precedente badessa, diceva che io stavo più nell’abbazia che fuori, e che era uno scandalo. Ma la badessa si limitava a rispondere con fare mite: — Cara Cunigunt, uno scandalo a sette anni? — e così la buttava in scherzo, perché sapeva com’era odiosa la mia nuova matrigna, e mio padre non si curava di me, e io non avevo fratelli né sorelle. Dovete capire che scherzare e chiamare gli altri «caro» e «cara» era un suo modo di fare: sotto ogni punto di vista era una donna eccezionale. La precedente badessa, Herrade, aveva scoperto che Radegunde, che le era stata affidata perché l’allevasse, aveva grandi doti, e perciò l’aveva mandata nel meridione per farla studiare, e questo non era mai successo prima da noi. Si racconta che la badessa Herrade aveva trovato Radegunde nel suo studio, intenta a leggere, sembrava, un grande volume miniato; la bambina l’aveva tirato giù dal leggio e sedeva sul pavimento tenendolo sulle ginocchia; si succhiava il pollice e con l’altra mano girava le pagine come se leggesse davvero.

— Piccola — disse la badessa Herrade, che era una donna gentile, — che cosa stai facendo? — Immagino le sembrasse divertente che Radegunde, a due anni, fingesse di leggere quel volume, il più grosso e il più bello dell’abbazia, che pure aveva molti più libri di qualunque altro monastero o convento che abbia mai sentito parlare: ne aveva ben quaranta, ricordo. E del resto, la piccola Radegunde non lo stava rovinando.

— Leggo, madre — rispose la bambina.

— Oh, leggi? — disse sorridendo la badessa. — Allora spiegami cosa stai leggendo — e indicò la pagina.

— Questa — disse Radegunde, — è una D maiuscola circondata da fiori e tante altre cose belle, per mostrare che Dominus, il Signore, è la cosa più grande e più bella, e fa crescere ogni cosa e l’abbellisce; e dice Domine da nobis pacem, che significa «Donaci la pace, Signore».

La badessa incominciò ad allarmarsi, ma chiese soltanto: — Chi te l’ha mostrato? — Pensava che Radegunde avesse sentito qualcuno leggere le parole, o l’avesse chiesto alle suore, di nascosto.

— Nessuno — rispose la bambina. — Devo continuare? — E lesse pagine e pagine in latino, spiegando cosa significavano le parole.

La storia non è tutta qui; ma dirò soltanto che, dopo molte preghiere, la badessa Herrade mandò la figlia adottiva molto lontano, a sud, addirittura a Poitiers, dove un tempo santa Radegunde aveva governato un’abbazia, e alcuni dicono persino a Roma; e laggiù Radegunde imparò tutto ciò che si può imparare, perché tutto il sapere del mondo è rimasto conservato in quei luoghi. Radegunde ritornò quando ormai era una donna, e assistette la badessa durante le sua ultima malattia, e diventò badessa a sua volta. Dicono che i grandi della Chiesa, laggiù al sud, avrebbero voluto tenerla tra loro, perché era un prodigio di pietà e di sapienza, e là la vita era sicura e comoda, e meno disagevole di quanto sia qui; ma lei diceva che i cieli grigi e gli inverni piovosi del suo luogo natale erano un richiamo per la sua anima. Mi raccontò spesso la storia, quando ero piccolo: mi disse che s’era mostrata testarda e decisa, e aveva sofferto tanto la nostalgia della sua patria che alla fine l’avevano rimandata indietro, pensando che una vita dura nel fango d’un villaggio del nord sarebbe stata una buona cura per un’anima tanto ribelle.

— E così fu — mi diceva, accarezzandomi la guancia o tirandomi un orecchio. — Vedi come sono umile adesso? — Perché dovete capire che tutti quei discorsi sulla sua giovinezza ribelle di vent’anni prima erano una specie di scherzo tra di noi. — Non farlo anche tu — mi diceva, e ridevamo insieme; e io ridevo tanto all’idea di diventare un pio e dotto monaco che mi tenevo i fianchi e non riuscivo a parlare.

Era buona con tutti. Conosceva tutte le lingue, non soltanto la nostra, ma anche l’irlandese e le lingue che si parlano al nord e al sud, e anche il latino e il greco, e tutte le altre del mondo, e le sapeva anche leggere e scrivere. Sapeva curare le malattie, sia con i sistemi delle vecchie, con le erbe e le mignatte, sia con i libri. E non si era mai vista una donna più pia! Certuni parlano male di lei, adesso che non c’è più; e dicevano che era troppo allegra per essere una buona badessa, ma lei rispondeva: — L’allegrezza è i fiori di Dio — e quando d’inverno una volta il vento le storse la cuffia e le scoprì i capelli grigi (successe mentre c’ero anch’io, e vidi le facce scandalizzate delle suore che erano con lei) si limitò a rimetterla a posto con un sorriso, e disse: — Vento sfacciato! Dimostri di avere forza più grande di quella di noi stolti umani, perché ti viene da Dio. — E questo commento fece sorridere le suore.

Nessuno l’aveva mai vista arrabbiata. Qualche volta si spazientiva, ma bonariamente, come se avesse la mente altrove. L’aveva in Paradiso, pensavo, perché l’ho vista pregare per ore, o gettarsi in ginocchio, in mezzo alla palude, mentre guardava le anatre selvatiche che volavano verso sud, con le mani giunte e una sorta di grande gioia sul viso; e un momento dopo si rialzava, si guardava l’abito infangato e gridava, un po’ dispiaciuta e un po’ ridendo: — Oh, cosa mi dirà la suora lavandaia? Sono incorreggibile! Bimbo caro, non dirlo a nessuno: racconterò che sono caduta. — E poi si copriva la bocca con la mano, arrossiva e rideva ancora di più. — Sono davvero incorreggibile! Dico le bugie!

In paese pensavano fosse una santa, naturalmente. Allora eravamo tutti felici, o almeno adesso mi sembra così: eravamo fortunati e sani, e felici di averla tra noi, a brillare come un grande falò che ci riscaldava tutti, anche quelli che non capivano perché la vita sembrava così bella. C’erano meno malattie; il cibo era migliore; persino il clima era mite; e la gente non litigava come aveva fatto prima di lei, e come fa di nuovo adesso. E non credo, considerando quello che successe alla fine, che tutto questo fosse soltanto la fantasia di un bambino che aveva trovato la madre, perché lei era come una madre; le raccontavo tutti i pettegolezzi e facevo le commissioni per lei, quando potevo, e lei mi chiamava Piccolo Messaggero in latino; ed ero più felice di quanto sia mai stato.

E poi, un giorno apparvero sul nostro fiume quelle terribili prore rostrate.

Ero con lei quando venne l’annuncio, nella stanza principale della torre dell’abbazia, dopo che il primo fuoco dell’anno era stato acceso nel grande camino; credevamo d’essere al sicuro perché non si erano mai visti tanto a sud, e ormai la stagione era troppo avanzata perché un navigatore di buon senso si trovasse nelle nostre acque. L’abbazia ospitava in quei giorni tre preti irlandesi che impallidirono quando la giovane suor Sibihd corse a dare l’annuncio, piangendo e torcendosi le mani; e uno dei preti esclamò qualcosa in latino che significa «Dio ci protegga!» perché ci avevano raccontato del terribile sacco del monastero di San Colombano, quando tutti erano fuggiti con i manoscritti preziosi o si erano nascosti nei boschi; ed era per questo che padre Cairbre e gli altri due avevano deciso di «girare il mondo» perché (mi aveva spiegato tutto la badessa, dato che io non sapevo il latino) è così che dicono gli irlandesi quando devono lasciare la loro terra natale per andare altrove.

— Dio protegge le nostre anime, non i nostri corpi — disse vivacemente la badessa Radegunde. Aveva parlato con i preti nella loro lingua o in latino, ma questo lo disse nella nostra, anche alle donne che erano venute a lavorare dal villaggio, perché capissero. — Padre Cairbre, conduci i tuoi amici e le suore più giovani nei corridoi sotterranei; suor Diemud, spalanca le porte agli abitanti del villaggio: metà di loro cercheranno rifugio dietro le mura dell’abbazia e gli altri fuggiranno nella palude. Tu, Piccolo Messaggero, vai nelle cantine con le ragazze. — Ma io non ci andai, e la badessa non se ne accorse: si era alzata subito per andare a guardare da una delle feritoie. E anch’io. Avevo sempre creduto che le grandi navi dei norvegesi salissero sulla terraferma, con le gambe, suppongo, e rimasi un po’ deluso nel vedere che dopo aver risalito il nostro fiume restavano in acqua come le altre navi, e gli uomini venivano a riva con piccole barche e le tiravano in secco tra la sabbia e il fango. Poi la badessa ripeté l’ordine: — Presto! Presto! — E prima che qualcuno capisse cosa stava succedendo, uscì dalla stanza. Io guardai dalla finestra della torre; in quel tumulto nessuno si curava di me. Là sotto, gli orti e i giardini dell’abbazia erano pieni di gente che calpestava i filari delle erbe e le rose della badessa, e trascinava grandi tronchi per sbarrare la porta nel muro di pietra che circondava l’abbazia (e non era un muro molto alto, per la verità), e Radegunde correva tra la folla e gridava: Fate questo! Fate quello! Tu, fermati! Tu, vai! e cose del genere.

Poi arrivò alla porta e accennò a suor Oddha, la portinaia, di scostarsi (la vecchia suora si buttò addirittura in ginocchio per supplicarla), e tutto questo, dovete capire, mi sembrava meraviglioso. Non avevo idea del pericolo come non l’avrebbe avuta un cagnolino. Ci fu un po’ di trambusto alla porta: credo che gli uomini con i tronchi cercassero di sbarrarle il basso. E la badessa Radegunde trasse dallo scollo della veste il crocifisso d’argento che aveva portato da Roma, e l’agitò spazientita sotto il naso di quelli che avrebbero voluto trattenerla. E così, naturalmente, la lasciarono passare.

Mi acquattai nel mio angolo accanto alla finestra, aspettandomi che il crocifisso della badessa facesse discendere la folgore di Dio su tutti quegli uomini alti e biondi che sfidavano il nostro Salvatore e la legge e che, si diceva, portavano le corna sulla testa, anche se loro non le avevano (e più tardi scoprii che non è vero, i norvegesi non le portano). Speravo che la badessa, o nostro Signore, aspettasse ancora un po’ prima di annientarli, perché volevo vederli bene prima che morissero tutti, capite? Rimasi un po’ deluso, perché portavano le brache e i gambali come gli uomini comuni, e anche i mantelli, anche se alcuni avevano spade e scuri e c’era un mucchio di scudi rotondi sulla spiaggia. Ma i capelli lunghi erano bellissimi, e i colori sgargianti dei vestiti, e i mostri che spuntavano dalle prue delle navi erano splendidi e spaventosi, anche se si capiva benissimo che erano soltanto dipinti come le figure dei libri della badessa.

Pensai che Dio mi aveva concesso un’edificazione sufficiente e che ormai poteva annientare gli empi stranieri.

Ma non lo fece.

Invece, la badessa si avviò tutta sola verso quegli uomini feroci, sulla riva sassosa del fiume, con calma come se andasse a fare una scampagnata con le sue ragazze. Cantava una canzoncina, una melodia graziosa che ripetei molti anni dopo, e un uomo che aveva viaggiato molto mi disse che era una ninnananna norvegese. Allora non lo sapevo: ma quei terribili uomini biondi, che avevano alzato la testa stupiti nel vedere una donna sola che usciva dall’abbazia (la porta dietro di lei era sbarrata, adesso), incominciarono a bisbigliare tra loro. Vidi lo sguardo della badessa girare in fretta dall’uno all’altro (spesso noi dicevamo che era capace di dire cosa si nascondeva nell’anima, con una sola occhiata), e poi raccolse la gonna con una mano, e si avviò tra i sassi verso uno degli uomini, più vecchio degli altri come seppi poi, anche se al momento non riuscivo a vederlo bene, e gli disse, nella sua lingua:

— Benvenuto, Thorvald Einarsson; che cosa ci fai tu, buon agricoltore, tanto lontano da casa tua, quando le messi sono mature e sul mare stanno arrivando le grandi tempeste dell’autunno? — (Forse vi domanderete come capissi quello che diceva, perché non sapevo il norvegese: la verità è che padre Cairbre, il quale non era sceso in cantina, stava guardando dalla mia stessa finestra, mentre io sbirciavo più in basso, e ripeteva ogni parola a quelli che erano presenti nella stanza, e che tacevano tutti.)

Vidi che i pirati erano confusi, nel sentirla parlare nella loro lingua, e ancora di più perché ne aveva chiamato uno di loro per nome; alcuni indietreggiarono e tracciarono strani segni nell’aria, e altri brandirono le scuri o le spade e corsero verso la badessa. Ma quel Thorvald Einarsson alzò la mano perché si fermassero e rise di cuore.

— Riflettete! — disse. — Non è una magia, ma soltanto astuzia… chi poteva evitare di sentire il mio nome, quando tutti voi non avete fatto altro che gridare «Thorvald Einarsson, aiutami con questo remo!», «Thorvald Einarsson, ho i gambali fradici fino alle ginocchia!», «Thorvald Einarsson, questo fiume è freddo come un inverno di Fimbul!»

La badessa Radegunde annuì e sorrise. Poi sedette sulla riva del fiume. Si grattò dietro un orecchio, come l’avevo vista fare quando era immersa nei suoi pensieri. Poi disse (e sono sicura che il dialogo si svolse a voce alta, apposta perché potessimo sentirlo anche noi dall’abbazia):

— Buon amico Thorvald, sei intelligente come diceva il figlio di tua sorella, Ranulf, dal quale ho imparato il norvegese quando ero a Roma; e per dimostrarti che era proprio lui, ti dirò che giurava sempre per il suo cavallo grigio, Piedezoppo, e aveva un impedimento della favella, e non riusciva a pronunciare i suoni come facciamo noi, e perciò ti chiamava «Torvald». Non è così?

Allora non me ne rendevo conto perché ero soltanto bambino, ma con quel discorso la badessa rivendicava i diritti dell’ospitalità dall’uomo, e per caso o per ispirazione aveva scelto il più intelligente tra quei ladroni, perché lui rispose:

— lo non sono il capo. Qui non ci sono capi.

La stava avvertendo che quelli non erano i suoi uomini e che non poteva controllarli, capite? E lei si grattò di nuovo dietro l’orecchio e si alzò. Come se non sapesse che cosa fare, incominciò ad aggirarsi dall’uno all’altro di quegli individui impacciati (alcuni arretrarono e tracciarono di nuovo segni nell’aria, e altri sguainarono i coltelli) e riprese a canticchiare la canzoncina, camminando lentamente, più curva e vecchia e inferma di quanto noi l’avessimo mai vista, una donna piccola e indifesa vestita di nero in mezzo a tutti quegli uomini feroci. Un giovane pirata le strappò la cuffia dalla testa, mentre gli passava vicino, e la lasciò con i corti capelli grigi scoperti nel vento; gli altri risero, e il giovane gridò:

— Nonna, non ti vergogni?

— Perché, buon amico? Di che cosa? — chiese la badessa in tono mite.

— Sei sposata con il tuo Cristo — disse lui, tenendo la cuffia dietro la schiena. — Ma il tuo sposo non può difenderti neppure dalla vergogna di restare con la testa scoperta! Se fossi sposata con me, invece…

Ci furono grandi risate. La badessa Radegunde attese che finissero. Poi si grattò la testa scoperta e accennò a voltarsi, ma all’improvviso si girò di nuovo verso il giovane, e la vecchiaia e l’infermità le caddero di dosso come un mantello. Sembrava più alta e maestosa, come se dentro le ardesse un grande fuoco. Lo guardò direttamente in faccia. Ciò che fece noi tutti l’avevamo già visto, naturalmente, ma loro no, e non avevano mai sentito quella voce grandiosa e solenne con la quale a volte ci leggeva le Scritture o ci parlava della collera di Dio. Credo che il giovane si spaventasse, nonostante la sua audacia. E oggi so quel che allora non sapevo: che i norvegesi ammirano soprattutto il coraggio e che, per essere franchi, tutti apprezzano una bella storia, soprattutto se si svolge davanti ai loro occhi.

— Nipote! — La sua voce sembrava la grande campana di Dio, e credo che la sentissero tutti, fino alla palude. — Piccolo nipote, tu credi che il Creatore del Mondo, che ha fatto le stelle e la luna e il sole e i nostri corpi, e l’alternarsi delle stagioni e la terra su cui stiamo, sì, persino la merda nella tua pancia… credi che un essere simile abbia un grande palazzo nel cielo dove tiene le sue mogli e vada a sbatterle come faresti tu o come farebbe il re dei turchi? Non disonorare l’intelligenza della madre che ti ha partorito! Noi siamo le serve di Dio, non le sue spose, e se diciamo alle nostre sciocche ragazze che sono sposate al Cristo, lo diciamo per fargli capire che non devono scappar via per sposare Otto il contadino o Ekkehard il maniscalco, ma continuare la loro opera come hanno promesso. Se dicessi loro che sono sposata a un’Idea, non mi capirebbero, come non mi capisci tu.

(A questo punto padre Cairbre, alla finestra, borbottò in tono di protesta).

Poi la badessa si tolse dal collo il crocifisso d’argento e lo mise nella mano del giovane e disse: — Dallo a mia madre, con la mia pietà. Deve strapparsi i capelli, al pensiero di avere un figlio simile.

Ma il giovane lasciò cadere a terra il crocifisso. Era rosso in faccia e ansimava.

— Raccoglilo — disse più gentilmente la badessa. — Raccoglilo, ragazzo: non ti farà alcun male e non è magico. È soltanto argento puro ben lavorato: ti renderà ricco. — Quando vide che lui non si decideva, e anzi portava la mano al coltello, schioccò tra sé la lingua con fare materno (o almeno credo, perché agitò una mano come faceva sempre quando schioccava la lingua) e s’inginocchiò, esagerando un po’ la difficoltà del movimento, credo, e disse a gran voce: — Allora mi chinerò io, mi chinerò. — E sì rialzò: gli porse il crocifisso e disse: — Prendilo. Per me andranno bene anche due fuscelli legati con uno spago.

Il giovane gridò, con voce spezzata: — Mia madre è morta e tu sei una strega! — Fulmineamente, strinse un braccio intorno al collo della badessa e le puntò il coltello alla gola. Thorvald Einarsson ruggì: — Thorfinn! — Ma la badessa disse soltanto, con voce chiara: — Lascialo fare. Ho svergognato quest’uomo ma non intendevo farlo. Ha diritto d’essere in collera.

Il giovane la lasciò e le voltò la schiena. Ricordo che mi chiesi se quegli stranieri erano capaci di piangere. Più tardi sentii dire (e giuro che la badessa doveva saperlo, chissà come, o l’aveva intuito, perché sebbene non fosse una strega sapeva sondare un uomo fino a scoprire le piaghe nascoste, e molto in fretta) che la madre del giovane aveva avuto fama di adultera, e che nessuno voleva riconoscerlo come figlio. Tra i norvegesi, una cosa è avere quella che la badessa chiamava una concubina, e in tal caso non disprezzano i figli di quelle donne, come facciamo noi, ma è molto diverso quando una donna sposata ha più di un uomo. Era il caso di Thorfinn; immagino che per questo fosse andato vichingo. Ma tutto ciò lo seppi più tardi; ciò che vidi allora, con il naso appena al di sopra del davanzale della finestra, fu che la badessa infilò il crocifisso sull’impugnatura della spada del giovane, come se ci tenesse a regalarglielo, capite, e poi si avviò verso un punto vicino al muro dell’abbazia, ma lontano dai norvegesi. Credo volesse che andassero da lei. La vidi sollevare le gonne come una contadina, sedersi a gambe incrociate e dire a voce alta:

— Venite! Chi vuole mercanteggiare con me?

Alcuni andarono, ridendo, e le sedettero intorno.

— Tutti! — disse lei, invitandoli a gesti.

— E perché dovremmo venire tutti? — disse uno che era più lontano.

— Perché altrimenti perdereste un buon affare — rispose la badessa.

— Perché dovremmo mercanteggiare quando possiamo prendere ciò che vogliamo? — chiese un altro.

— Perché avrete soltanto la metà — disse la badessa. — Il resto non lo troverete.

— Saccheggeremo l’abbazia — disse un terzo.

— Metà del tesoro non è nell’abbazia — disse lei.

— Allora dov’è?