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— Io sono già uno scrittore — dissi, arrabbiandomi per la prima volta. Prima di allora mi ero sentito più ferito che altro. — So usare le parole, e osservo la gente. Forse non avrò ancora molta esperienza, ma riuscirò a farmela, con o senza di te. Non ho nemmeno più bisogno di avere degli insegnanti. Almeno questo lo so.
— Hai ragione, naturalmente. Ma tu hai sempre saputo che tua madre intendeva pagare per offrirti un’istruzione più avanzata. Non ti sei mai domandato come sarebbe stata?
— Perché avrei dovuto? Non ti viene in mente che non me ne sono interessato semplicemente perché non mi sembra così importante? Voglio dire, chi ha mai domandato la mia opinione su tutto questo, fino ad ora? Qual è la posta in gioco? Sembra che tutti sappiano quello che è meglio per me. Perché avrei dovuto essere consultato?
— Perché ormai sei quasi un adulto. Il mio compito, se tu mi assumerai, sarà di facilitare la transizione. Quando l’avrai compiuta, lo saprai, e non avrai più bisogno di me. Questa non è la fase primaria. Il compito del tuo primo insegnante era di coadiuvare tua madre nell’insegnamento dei principi base per trattare con altri individui e con la società, e di riempirti la testa con tutte le nozioni che un bambino di sette anni può assorbire. Ti hanno insegnato il linguaggio, l’abilità manuale, il ragionamento, l’igiene, la responsabilità, e a non entrare in un portello senza la tuta pressurizzata. Hanno preso un marmocchio egocentrico e l’hanno trasformato in un essere morale. È un lavoro duro; un attimo, e avresti potuto diventre un sociopatico.
«Poi ti hanno consegnato a Cathay. Ma non te ne sei accorto. Un giorno lui è spuntato, solo un altro compagno di giochi della tua età. Eri felice e fiducioso. Lui ti ha guidato gentilmente, lasciando che fosse la tua curiosità naturale a fare la maggior parte del lavoro. Ha scoperto le tue capacità creative prima che tu stesso te ne accorgessi, preoccupandosi che tu avessi delle cose interessanti a cui pensare, a cui reagire, da sperimentare.
«Ma negli ultimi tempi sei diventato un problema per lui. Non è colpa tua e nemmeno sua, ma tu non vuoi più nessuno che ti guidi. Vuoi farlo da solo. Hai la vaga sensazione di essere manipolato.
— Non è poi così sorprendente — mi intromisi io. — Io sono manipolato.
— È vero, per quel che ne sai. Ma che cosa vorresti che facesse Cathay? Che lasciasse tutto al caso?
— Questo non c’entra. Stiamo parlando dei miei sentimenti di adesso, e sento che tu sei stata disonesta con me. Mi hai fatto sentire uno sciocco. Credevo che quello che era successo fosse stato… fosse stato spontaneo, sai? Come in una fiaba.
Lei fece un sorriso buffo. — Che modo strano di vedere la cosa. La mia intenzione era di farti vivere un sogno erotico.
Immagino che fosse proprio la semplicità con cui lo ammise a disorientarmi. Avrei dovuto dirle che non c’era una vera differenza. Sia le fiabe che i sogni erotici sono visioni impossibili di mondi di comodo, mondi dove le cose vanno come si vuole che vadano. Ma non dissi nulla.
— Mi accorgo adesso che quello è stato il modo sbagliato di avvicinarti. Francamente, pensavo che ti fossi divertito. Aspetta, mi correggo. Pensavo che continuasse a piacerti anche dopo averlo saputo. È chiaro che ti è piaciuto mentre capitava.
Di nuovo non dissi nulla, perché era la pura verità. Ma non era quello il punto.
Lei rimase in attesa, osservandomi mentre guidavo la macchina nel traffico. Poi sospirò e riprese a guardare fuori dal finestrino.
— Bene, ora sta a te. Come ho detto, non decideranno più le cose per te. Devi decidere tu se vuoi che io sia la tua insegnante.
— E che cosa insegni?
— Il sesso è una parte.
Fui sul punto di dire qualcosa, ma mi trattenne la nuova idea che qualcuno ritenesse che lei poteva (o doveva) insegnarmi qualcosa sul sesso. Voglio dire, che cosa c’era da imparare?
Quasi non me ne accorsi quando la macchina si fermò da sola, e venni strappato dalle mie meditazioni soltanto quando un uomo vestito di blu cacciò la testa nel finestrino sul mio lato. Dietro di lui c’era una donna, vestita nello stesso modo. Mi accorsi che indossavano le uniformi dei poliziotti del 1956.
— Tu sei Argus-Darcy-Meric? — chiese l’uomo.
— Sì. Lei chi è?
— Il mio nome è Jordan. Mi spiace, ma devi venire con me. Sei in arresto. È stata sporta denuncia contro di te.
Arresto. Essere preso in custodia dalle autorità legali. O fermarsi all’improvviso.
Essere arrestato contiene entrambi i significati, mi sembra. Sei in custodia e la tua vita viene temporaneamente sospesa. Qualunque cosa tu stia facendo viene interrotta, e ad un tratto una sola cosa è importante.
Non mi preoccupai tanto finché non capii che cosa fosse realmente. In fondo, tutti vengono arrestati. Non si può evitarlo, in una società di leggi. Inoltre una denuncia contro qualcuno è il modo migliore per impedire ad una situazione di degenerare nella violenza. Ero già stato arestato tre volte in precedenza, e in due occasioni ero stato riconosciuto colpevole. Una volta avevo inoltrato io stesso una denuncia, ed era stata accolta.
Ma questa volta era diverso. Ritenevo improbabile di essere stato arrestato per qualche piccola infrazione di cui non mi ero neppure accorto. No, qui doveva trattarsi della donna incinta e del fango, ebbi il tempo di rifletterci mentre sedevo nella cella dalle pareti nude, e di preoccuparmi sul serio. Noi l’avevamo attaccata fisicamente, su questo non c’erano dubbi.
Finalmente venni convocato nella stanza degli interrogatori. Era più grande di quella in cui ero stato le altre volte. Nelle precedenti occasioni erano coinvolte solo due persone. Questa stanza conteneva cinque cabine di vetro a forma di cuneo, ognuna con una sedia all’interno, disposte in modo da formare un cerchio. Venni fatto entrare nell’unica rimasta vuota e mi voltai a guardare Cathay, Denver. Trigger… e la donna.
C’è silenzio nelle cabine. Si è molto soli.
Vidi entrare la madre di Denver, che andò a sedersi dietro la figlia, fuori dalla cabina. Mi voltai, e vidi Darcy. Sorprendentemente, con lei c’era Trilby.
— Salve, Argus — la voce del Computer Centrale riempì la minuscola cabina, col solito tono cordiale ma per nulla rassicurante.
— Salve, CC — cercai di prenderla alla leggera, ma naturalmente il CC non si lasciò ingannare.
— Mi dispiace vederti in questo grosso guaio.
— È davvero così grave?
— L’accusa lo è di certo. Non ha senso negarlo. Non posso fare commenti sulle testimonianze o sulle tue possibilità. Ma tu sai che puoi rischiare una condanna a morte, con la sospensione automatica della pena.
Me ne rendevo conto. E sapevo anche che raramente veniva comminata a qualcuno della mia età. Ma per quello che riguardava Cathay e Trigger?
Non mi sono mai interessato del termine «sospensione». Suona come se non dovessero ucciderti, ma in realtà lo fanno. Morto, completamente. Il trucco sta nello sviluppare un clone da una cellula del tuo corpo e portarlo velocemente alla maturità instillando i tuoi ricordi registrati. Così qualcuno identico a te continuerà ad esistere, ma tu sarai morto. Nel mio caso l’ultima registrazione era stata fatta tre anni fa. Avrei perso un quarto della mia vita. Se avessero ritenuto che era necessario uccidermi, il nuovo Argus, non io, ma qualcuno con il mio nome e i miei ricordi, avrebbe ricominciato dall’età di dieci anni. Sarebbe stato sorvegliato strettamente, e gli sarebbe stata assegnata una guida speciale per assicurarsi che non diventasse un sociopatico come me.
Il CC si lanciò nelle spiegazioni, obbligatorie per legge, su quello che sarebbe successo; i miei diritti, la procedura, le accuse, le possibili sanzioni penali, quello che sarebbe accaduto se le testimonianze avessero convinto il CC che si trattava di un’offesa capitale.
— Uffa! — sbuffò il CC, ritornando a quel tono informale che lui sapeva essere il mio preferito. — Ora che abbiamo sgombrato il campo, posso dirti che dai rapporti preliminari credo che te la caverai.
— Non lo dici tanto per dire? — Ero sinceramente spaventato. L’enormità della cosa aveva avuto il tempo di insinuarsi dentro di me.
— Dovresti conoscermi meglio.
Le testimonianze cominciarono. Toccò subito alla querelante. Ed io venni a sapere che si chiamava Tiona. Il primo giro era libero e potevamo dire tutto ciò che volevamo e lei aveva delle cose piuttosto pesanti sul conto di noi quattro.
Il CC chiese a tutti noi come si erano svolti i fatti. Credo che il resoconto di Cathay fosse molto accurato, tranne che per la parte che mi riguardava. Durante le loro deposizioni, sia Cathay che Trigger sporsero una contro-querela. Il CC ne prese nota. Sarebbero state giudicate simultaneamente.
Ci fu una breve pausa, poi il CC adottò il suo tono «ufficiale».
— Per quello che riguarda Denver e Argus: la testimonianza esclude la premeditazione, ma non nega la descrizione fisica dell’incidente e la sentenza di Aggressione viene confermata. Si tiene conto di circostanze attenuanti come l’età e la conseguente incapacità di fronteggiare l’aspetto sovversivo della situazione, con il seguente verdetto: l’accusa viene ridotta a Privazione Intenzionale di Dignità.
«Nella causa di Tiona contro Argus: colpevole.
«Nella causa di Tiona contro Denver: colpevole.
«Avete qualche cosa da aggiungere prima che sia pronunciata la sentenza?
Io ci pensai sopra. — Mi dispiace — dissi. — Quello che è successo mi ha turbato molto. Non lo rifarei.
— A me non dispiace — disse Denver. — Se l’è proprio voluta. Mi dispiace per lei, ma non sono pentito di quello che ho fatto.