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— Ho il dubbio che il resto dell’iceberg sia piuttosto sinistro, Dave. — A questo punto la loro vaghezza comincia ad irritare anche Lorimer. Troppe cose non collimano. Matrimonio, sentimenti, preoccupazioni per i bambini, battibecchi di gelosia, condizioni sociali, proprietà, problemi finanziari, malattie, funerali. Tutte le minuzie quotidiane che occupavano Ginny e le sue amiche sembrano essere state cancellate dai discorsi di queste donne. Cancellate… Avrà ragione Dave, viene tenuto loro nascosto qualcosa di grosso? — Sono sorpreso che il vostro linguaggio sia rimasto pressoché immutato — dice un giorno a Connie, durante il loro esercizio sulla ruota.
— Oh! Siamo state molto attente a tutto questo. — Lei si arrampica ad angolo accanto a lui, senza usare le mani. — Sarebbe stata una perdita terribile se non avessimo potuto interpretare i libri. Tutti i bambini apprendono dallo stesso nastro originale. Ci sono parole bizzarre che usiamo attualmente, ma i nostri comunicatori devono memorizzare i vecchi testi che ci tengono uniti. — Judy Paris motteggia dal pediciclo: — Voi, miei cari ragazzi, non capirete mai l’oppressione che abbiamo subito — declama sbeffeggiando. — Le Judy parlano troppo — osserva Connie. — Sì, è vero. — Ridono entrambe.
— Leggete ancora i cosiddetti libri famosi, la nostra narrativa e poesia? — si informa Lorimer. — Cosa leggete? H.G. Wells? Shakespeare, Dickens, Balzac, Kipling, Brian? — Lui brancola nel buio; Brian è stato un bestseller che piaceva a Ginny. Quando è stata l’ultima volta che ha letto Shakespeare, e gli altri?
— Ah, vuoi dire i film storici! — esclama Judy. — Interessanti, sì. Cupi. Non sono molto realistici, ma sono sicura che lo erano per voi — aggiunge generosamente. E si rimettono a discutere tra donne se la collocazione delle galline non le esponga troppo alla luce, lasciando Lorimer a interrogarsi su come quelle che lui suppone siano le verità eterne della natura umana possano essere scomparse dalla realtà del mondo. Amore, conflitti, eroismo, tragedia; tutti «irreali»? Bene, gli equipaggi spaziali non sono mai composti da grandi lettori, però, di solito, le donne leggono di più… qualcosa deve essere cambiato, lo sente. Qualcosa di così fondamentale da intaccare la natura umana. Forse uno sviluppo fisico, una mutazione? Che cosa c’è realmente sotto quegli indumenti fluttuanti? Sono le due Judy a creargli più interrogativi. Si esercita solo con loro due, ascoltandole chiacchierare su una certa figura leggendaria, di nome Dagmar.
— La Dagmar che ha inventato l’apertura degli scacchi? — chiede.
— Sì. Lei fa di tutto. Quando va bene è grande!
— Perché, qualche volta va male? — Una delle Judy ride: si può parlare di un problema Dagmar. Lei ha la tendenza ad organizzare tutto. È bello quando va bene; ma spesso va troppo in fretta. Pensa di essere una regina, o qualcosa di simile; e allora occorrono le reti per frenare le farfalle nella sua testa.
Tutto al presente: ma Lady Blue gli ha detto che il gambitto Dagmar ha più di un secolo. «Longevità», pensa: perdio, questo è quello che nascondono! L’aver raggiunto una durata di vita doppia o tripla cambierebbe certamente la psicologia umana, trasformerebbe ogni prospettiva. Hanno conquistato una maturità eccezionale, forse? Stavano lavorando attorno al ringiovanimento delle cellule endocrine quando sono partito. Quanti anni hanno queste ragazze, per esempio? Sta per formulare una domanda, quando Judy Dakar dice: — Ero all’asilo quando lei sbagliò, ma è brava. Più tardi l’ho amata. — Lorimer, a causa della pronuncia di lei, ha delle difficoltà a capire che si tratta di un asilo comune.
— È sempre la stessa Dagmar? — chiede. — Deve essere molto vecchia.
— Oh, no, è sua sorella!
— Una sorella con cento anni di differenza?
— Volevo dire sua figlia… Sua nipote. — Comincia a pedalare più velocemente.
— Judy! — grida la sua gemella, dietro di loro.
Sorella, di nuovo. Ciascuno sembra avere uno straordinario numero di sorelle, riflette Lorimer. Sente Judy Paris rivolgersi alla gemella: — Penso di ricordare Dagmar all’asilo. Faceva uniformi per tutti, colori e numeri.
— Non dovresti ricordarla, non eri ancora nata — replica Judy Dakar. C’è un silenzio nella ruota. Lorimer si gira verso i raggi per guardarle. Due visi vivaci, arrossati, che si lanciano caldi sguardi d’intesa. Fanno lo stesso movimento nel gettare indietro la testa per liberare gli occhi dai capelli neri. Identiche… Ma la Dakar sulla bicicletta non ha forse un tratto di maturità in più, il viso più attempato?
— Avevo pensato che voi foste gemelle.
— Oh! Le Judy parlano troppo — dicono insieme, e ridono con aria colpevole.
— Voi non siete sorelle — afferma Lorimer, — voi siete ciò che noi chiamiamo «cloni». — Un altro silenzio. — Ebbene, sì — ammette Judy Dakar. — Ma ci chiamiamo sorelle. Oh, mamma! Non ritenevamo opportuno dirvelo. Myda ha detto che sareste stati terribilmente turbati. Era illegale ai vostri tempi, vero?
— Sì. Noi consideravamo immorale e contrario all’etica fare esperimenti con la vita umana. Ma, personalmente, la cosa non mi sconvolge.
— Oh, è magnifico! — esclamano insieme. — Pensiamo che tu sia diverso — dice senza riflettere Judy Paris. — Tu, be’, ci piaci di più. Per favore, non dirlo agli altri, d’accordo? Non farlo, per favore.
— È stata una coincidenza che ci fossero due come noi, qui — dice Judy Dakar. — Myda ci aveva avvertite: «Non potete aspettare un pochino?». — Due identiche paia di occhi scuri lo implorano. — Benissimo — risponde lui pacatamente, — non lo dirò subito ai miei amici. Ma se io mantengo il segreto, in cambio, voi dovrete rispondere a qualche domanda. Per esempio, quante di voi vengono create artificialmente in questo modo? — Comincia a rendersi conto che c’è veramente qualcosa sotto. Dave ha ragione, dannazione, ci nascondono qualcosa. Non sarà un bel mondo nuovo popolato da schiavi subumani e retto da manipolatori di cervelli? Zombie decerebrati, lavoratori senza stomaco né sesso, esseri privi di corteccia cerebrale dominati dalle macchine. Esperimenti mostruosi gli vengono alla mente. È stato ancora una volta ingenuo. Queste donne, apparentemente normali, possono essere la facciata di un mondo spaventoso. — Quante?
— Ci sono circa undicimila di noi — risponde Judy Dakar. Le due Judy si guardano l’un l’altra, lasciando trasparire la conferma. Non sono abituate all’inganno, pensa Lorimer. È positivo? E si diverte all’esclamazione di Judy Paris: — Non riusciamo a spiegarci perché voi riteneste che fosse un male.
Lorimer cerca di spiegarglielo, di comunicare l’orrore della manipolazione dell’identità umana, che crea vite anormali. La minaccia all’individualità, la paura che il potere possa finire nelle mani di un dittatore. — Dittatore? — echeggia una di loro senza espressione. Lui fissa i loro volti e riesce a dire solamente: — È qualcuno che fa le cose senza il consenso del popolo. Ritengo che sia triste.
— Ma è proprio quello che pensiamo di voi! — esplode la Judy più vicina. — Come vi considerate? Cosa pensate di essere, voi, tutti soli, senza sorelle con cui spartire la vita! Non sapete ciò che è possibile, ciò che è interessante provare. Siete solo dei poveri figli unici, voi… agite stupidamente e infine morite. E tutto per niente! — La voce di lei vibra.
Confuso, Lorimer vede che entrambe hanno occhi annebbiati.
— Supereremo questo momento — lo rassicura Judy.
Riprendono il ritmo, e pezzo dopo pezzo Lorimer cerca di scoprire come stiano le cose. — Niente embrioni in provetta — gli rispondono indignate. — Abbiamo madri umane come chiunque altro. Madri giovani, le migliori. Un nucleo di cellula somatica viene inserito in un ovulo enucleato, e reimpiantato nell’utero. Nella sua tarda adolescenza ogni madre ha due bambine, due «sorelle» che alleva un poco fino a quando cambia lavoro. Gli asili nido sono sempre pieni di madri.
Le idee di longevità di Lorimer suscitano il riso; non è stato raggiunto altro che un miglioramento delle regole di vita. — Possiamo raggiungere novant’anni in buona forma — gli assicurano. — Cento e otto anni, raggiunti da Judy Eagle, sono il nostro record. Ma era abbastanza mal messa, alla fine. — La stirpe stessa dei cloni è vecchia. Risale al tempo dell’epidemia: faceva parte del tentativo iniziale di salvare la specie, quando i bambini smisero di nascere, e hanno continuato a essere prodotti finora.
— È perfetto — gli dicono. — Ognuna di noi corrisponde a un libro. È proprio come in una biblioteca: tanti messaggi registrati. Il nostro è il libro di Judy Shapiro. Dakar e Paris sono nomi propri: ci chiamiamo come le città, ora.
Ridono, cercando di non parlare contemporaneamente. Le avventure, i problemi e le scoperte di ciascuna si aggiungono al genotipo di cui tutte loro sono parte. — Se si fa un errore è utile per le altre. Naturalmente cerchiamo di non farne, o per lo meno di farne di nuovi.
— Alcune delle prime non erano così perfezionate — aggiunge l’altra. — Le cose erano differenti, penso. Ora ogni tipo è in funzione di un tipo particolare di esperimenti. Le Judy, ad esempio, del cancro della pelle.
— Ma dobbiamo riverificare tutti i dati ogni dieci anni — aggiunge la Judy di nome Dakar. — È illuminante. Maturando si possono capire alcune delle cose che non avevi potuto capire prima. — Stupefatto, Lorimer cerca di immaginare come potrebbe essere ascoltare le voci di trecento anni di Orren Lorimer. Che potevano essere matematici, idraulici, artisti, vagabondi o criminali, chissà. Una continua esplorazione e un continuo perfezionamento di se stessi. E dozzine di doppie vite: i Lorimer vecchi e i Lorimer bambini. E i bambini e le donne degli altri Lorimer… Sarebbe bello o brutto? Non lo sa.
— E voi, avete già fatto le vostre registrazioni?
— Oh, siamo troppo giovani, ci limitiamo ad annotare solo i casi clamorosi.
— Noi ci saremo?
— Potete esserne certi. — Ridono gioiosamente, poi, tornate serie: — Veramente non lo dirai? — domanda Judy Paris. — Noi dobbiamo dire a Lady Blue che cosa abbiamo fatto. Uff! Ma veramente non lo dirai ai tuoi amici?
Non glielo aveva detto, pensa adesso, tornando in sé. Connie accanto a lui beve sidro da una «sfera». Si accorge di avere anche lui una bevanda in mano. Ma non ha parlato.
— Le Judy parleranno. — Connie scuote la testa, sorridendo. Lorimer capisce che deve aver farfugliato i suoi ricordi, in qualche modo.
— Non importa — dice. — Avrei capito comunque. C’erano troppi indizi. Le Woolagong inventano, le Myda mettono in guardia, le Jan sono i cervelli, le Billy Dee lavorano duro. Ho trovato sei differenti storie di stazioni idroelettriche che erano state costruite, migliorate, o organizzate da una certa Lala Singh. E questo è il vostro modo di vita. Sono più interessato a questo genere di cose che non ad essere un rispettabile fisico — dice sbirciandola. — Siete tutti cloni, non è vero? Ognuna di voi. Cosa fanno le Connie?
— Hai capito perfettamente. — Lo guarda come una madre guarda il figlio che abbia fatto qualcosa di inopportuno ma intelligente.
— Pfui! E va bene. Le Connie coltivano come matte. Facciamo crescere le cose. La maggior parte dei nostri nomi sono nomi di piante. A proposito, io sono Veronica. E naturalmente gli asili, questa è la nostra debolezza. La mania dei più deboli. Tendiamo a concentrare la nostra attenzione su ogni cosa che sia piccola e debole. — Il suo caldo sguardo si concentra su Lorimer, che involontariamente si ritrae. — Noi ci equilibriamo — ride di cuore. — Noi siamo tutte uguali. Ci sono state Connie ingegneri e abbiamo due sorelline a cui piace la metallurgia. È affascinante quel che può fare il genotipo, se ci si prova. La Constantia Morelos originale era una chimica, pesava novanta libbre e non aveva mai visto una fattoria. — Connie si guarda le braccia muscolose. — Fu uccisa da un gruppo di folli. Combatté con le mani nude. È così difficile da capire… Io avevo una sorella, Timothy, che faceva la dinamite e scavò due canali senza neanche essere un minuscolo Andy.
— Un Andy? — domandò lui.
— Oh, cielo!
— Ho capito anche questo. I primi risultati androgeni. — Lei annuisce, con esitazione. — Si, abbiamo bisogno di potenza muscolare per alcuni lavori. Le Kay sono comunque piuttosto forti. Caspita! — Improvvisamente si distende, contorcendosi. — È stata dura, credimi. Non potevamo neppure cantare…
— Perché no?
— Myda era sicura che avremmo fatto qualche errore, avremmo dovuto cambiare tutte le parole. Noi cantiamo molto. — Canticchia una o due strofe.
— Che tipo di canzoni cantate?
— Oh, ogni tipo. Di avventure, lavoro, maternità, vagabondaggi, stati d’animo, preoccupazioni, giochi, tutto.
— E le canzoni d’amore? — azzarda lui. — Ne avete ancora, vero?