123603.fb2 Il boia torna a casa - читать онлайн бесплатно полную версию книги . Страница 1

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Grossi fiocchi di neve nella notte, notte senza vento. Non li considero mai come tempesta a meno che non ci sia vento. Tutto calmo ed immobile. Solo una bianchezza fredda e uniforme, appena fuori dalla mia finestra, un silenzio sottolineato anche dal caminetto che arde allegro. Nella stanza principale dell’edificio si sentivano infatti gli scoppiettii occasionali della legna che ardeva.

Sedevo su di una sedia, di fianco al tavolo e di fronte alla porta. Sul pavimento alla mia sinistra c’era una tuta. L’elmetto era sul tavolo, un insieme di metallo, quarzo, porcellana e vetro. Se avessi sentito lo scatto di un microinterruttore seguito da un debole ronzio, seguito poi ancora da una debole luce sul lato anteriore, luce che si fosse messa ad ammiccare rapidamente, ci sarebbe stata una probabilità assai forte della mia morte immediata.

Quando Larry e Bert erano usciti avevo tolto di tasca una grossa palla; i due erano armati, rispettivamente, di un lanciafiamme e di quello che sembrava un fucile da caccia grossa. Bert aveva preso anche due granate.

Avevo svolto la palla, aprendola del tutto per estrarne un guanto che mi ero infilato nella mano sinistra; lo tenevo poi alzato, con il gomito appoggiato al bracciolo della sedia. Una piccola pistola laser, in cui avevo pochissima fiducia, giaceva vicino alla mia mano destra sul piano del tavolo, vicina all’elmetto. Se avessi toccato un oggetto metallico con il guanto, la sostanza in esso contenuta avrebbe immediatamente aderito, liberandosi dal guanto stesso. Due secondi dopo sarebbe esplosa, e la forza dell’esplosione sarebbe stata diretta contro la superficie dell’oggetto metallico. Newton avrebbe potuto dire la sua nel campo delle ridistribuzioni ad angolo retto della reazione, tralasciando gli effetti collaterali della superficie di contatto. Carico penetrante, si chiamava, ed il suo possesso rientrava tra le armi proibite nella maggior parte dei luoghi. Quelle proprietà molecolari, decisi, erano molto utili nel mio caso. A volte era il sistema d’uso che lasciava abbastanza a desiderare.

Accanto all’elmetto, vicino alla pistola, davanti alla mia mano, c’era un piccolo radiotelefono. Quest’ultimo aveva lo scopo di avvertire Bert e Larry se avessi sentito un microinterruttore seguito da un ronzio, se avessi visto una minuscola luce accendersi e quindi ammiccare rapidamente. Allora avrebbero saputo che Tom e Clay, con cui avevamo perso contatto quando era iniziata la sparatoria, non erano riusciti a distruggere il nemico e che senza dubbio giacevano ormai morti nella loro stazione, circa un chilometro più a sud. Quindi avrebbero saputo che anche per loro la morte era una possibilità molto concreta.

Quando sentii lo scatto dell’interruttore li chiamai. Presi l’elmetto e mi alzai in piedi nel momento in cui la luce cominciava ad ammiccare.

Ma era già troppo tardi.

Il quarto luogo elencato sulla cartolina che avevo inviato a Don Walsh l’anno precedente era la Libreria Peabody e Birreria di Baltimora, nel Maryland. In conseguenza, a tarda sera del primo ottobre sedevo nel retro, all’ultimo tavolo prima dell’alcova con la porta che dava sul vicolo posteriore. Nella stanza in penombra, una donna vestita di nero suonava un antico modello di piano verticale, accelerando il tempo di tutti i pezzi che accennava. Sulla mia destra, un fuoco ardeva e mandava fumo in un piccolo camino. Io sorseggiavo la birra ed ascoltavo la musica.

Speravo quasi che quella fosse l’occasione in cui Don non si sarebbe presentato. Avevo fondi sufficienti per arrivare alla primavera seguente ed in realtà non avevo voglia di lavorare. Mi ero spostato molto a Nord, ero ancorato nella Chesapeake, ed ero ansioso di tornare verso i Caraibi. Un fresco crescente ed alcuni brutti venti mi dicevano che ero rimasto troppo in quelle latitudini. Eppure, l’accordo era che dovevo rimanere nel bar prescelto fino a mezzanotte. Ancora due ore.

Mangiai un panino ed ordinai un’altra birra. Quando l’avevo quasi finita, vidi Don avvicinarsi all’ingresso, con il soprabito sul braccio, la testa voltata. Riuscii a simulare una quantità sufficiente di sorpresa quando comparve vicino al mio tavolo con un: — Don! Sei davvero Tu?

Mi alzai e gli strinsi la mano.

— Alan! È piccolo il mondo, non c’è che dire. Siediti! siediti!

Lui si sistemò su di una sedia di fronte a me, appoggiando il soprabito su un’altra alla sua sinistra.

— Cosa ci fai in questa città? — chiese.

— Solo una visita — risposi. — Vado a trovare un paio di amici. — Indicai le cicatrici, le scritte sulla venerabile superficie del tavolo di fronte a me. — E questa è la mia ultima sosta. Partirò tra qualche ora.

Ridacchiò.

— E tu, che ci fai qui?

— Cioè?

— Al presente. Qui. Adesso.

— Ah. — Chiamò la cameriera, ed ordinò una birra. — Viaggio d’affari — disse poi. — Una consultazione.

— Capisco. Come vanno gli affari?

— Complicati — disse — complicati.

Ci accendemmo una sigaretta, e dopo un po’ arrivò la sua birra. Fumammo, bevemmo ed ascoltammo la musica.

L’ho detto e lo ripeterò sempre: il mondo è come un pezzo musicale troppo accelerato. Dei molti cambiamenti che fino a quel momento la mia vita aveva attraversato, mi sembrava che la maggior parte fosse avvenuta negli ultimi pochi anni. Mi colpiva anche il fatto che qualche anno prima pensavo che le cose dovessero seguire indefinitivamente la loro routine… cioè, se gli affari di Don non me l’avessero complicata tremendamente con la loro pericolosità.

Don agisce per la seconda agenzia di investigazioni in ordine di importanza del mondo, e in certi casi mi trova utile perché non esisto. Io adesso non esisto perché una volta esistevo nel posto e nel momento in cui si cominciava a tentare di trasmettere ad un computer tutto quanto esista ai nostri giorni. Mi riferisco alla Banca Centrale dei Dati mondiale, ed al fatto che avevo giocato un ruolo molto significativo in quello sforzo volto alla costruzione di un modello operativo del mondo reale, che comprendesse tutti ed ogni cosa. In quel periodo presi la mia decisione, e feci in modo di non ricevere la cittadinanza in quel mondo computerizzato, un luogo che oggi è forse diventato ancora più importante del mondo reale. Esiliato nella realtà, i miei soggiorni nel mondo sono necessariamente quelli di un alieno colpevole di ingresso illegale. Faccio visita periodicamente al mondo, perché vado dove devo andare per guadagnarmi da vivere… È qui che entra in gioco Don. Le identità che io posso assumere sono spesso molto utili quando lui ha problemi scottanti da risolvere.

Sfortunatamente, in quel momento, sembrava ne avesse, proprio quando ogni fibra del mio corpo voleva farmi allontanare e riposare per un po’.

Finimmo di bere, pagammo il conto e ci alzammo.

— Da questa parte — dissi, indicando la porta posteriore; lui si infilò il cappotto e mi seguì.

— Parliamo qui? — chiese, mentre percorrevo il vicolo.

— Meglio di no — dissi. — Mezzi di trasporto pubblici, poi conversazione privata.

Annuì e mi seguì.

Circa tre quarti d’ora dopo eravamo nel saloon del Proteus ed io stavo preparando il caffè. Eravamo cullati dolcemente dalle acque gelide della baia, sotto un cielo privo di luna. Avevo acceso solo un paio di lampadine. Comodo. Sull’acqua, a bordo del Proteus, l’affollamento, le attività, il tempo, il ritmo della vita nelle città sulla terraferma, si trasmutano, rallentano, diventano irreali, a causa della distanza metafisica che alcuni metri di acqua possono fornire. Noi alteriamo il panorama con facilità sorprendente, ma l’oceano è sempre sembrato immutato, ed io suppongo, per estensione, che siamo infetti da qualche sentimento di atemporalità ogni volta che lo solchiamo. Forse è uno dei motivi per cui passo così tanto tempo sul mare.

— È la prima volta che ci salgo — disse. — Comodo.

— Grazie… Latte? Zucchero?

— Sì. Tutti e due.

Ci accomodammo con le tazzine fumanti ed io chiesi: — Cosa c’è, questa volta?

— Un caso che implica due problemi — rispose. — Uno di essi praticamente ricade nella mia area di competenza. L’altro no. Mi è stato detto che si tratta di una situazione assolutamente unica e che richiede i servizi di uno specialista veramente valido.

— Non sono uno specialista in nulla tranne che nella sopravvivenza.

Il suo sguardo si legò improvvisamente al mio.

— Ho sempre pensato che tu ne sapessi abbastanza, di computer — disse.

Distolsi lo sguardo. Quello era un colpo basso. Non mi ero mai presentato a lui come un’autorità in quel campo, e c’era sempre stato tra noi un tacito impegno sul fatto che i miei metodi di manipolare le circostanze e le identità non dovevano mai venire discussi. D’altra parte, per lui era evidente che le mie nozioni in quel campo dovevano essere al tempo stesso estensive ed intensive. Non mi piaceva parlarne. Così mi misi sulla difensiva.

— I computer oggi li conoscono praticamente tutti — dissi. — Probabilmente ai tuoi tempi le cose erano diverse, ma ora cominciano ad insegnare la scienza dei computer fin dal primo anno di scuola ai bambini. Certo, ne so parecchio. In questa generazione, tutti sono preparati.

— Sai benissimo che non è a questo che mi riferisco — disse. — Non mi conosci da abbastanza tempo da concedermi un po’ più di fiducia? La domanda deriva solo dal caso che stiamo prendendo in considerazione. Tutto qui.

Annuii. Le reazioni più spontanee non sono sempre appropriate, ed io mi ero lasciato coinvolgere a livello emotivo. Così aggiunsi: — D’accordo, ne so qualcosa di più dei bambini delle scuole.

— Grazie. Può essere un punto di partenza. — Sorseggiò il caffè. — La mia preparazione è in legge e in giurisprudenza, seguita da esperienze nell’Intelligence militare, e dal servizio civile, in quel settore. Quel poco che so di tecnica l’ho raccolto qua e là nel tempo… una notizia qui, un corso accelerato là. So parecchio sulle cose che possono fare, ma non molto sul modo in cui funzionano. Non ho capito i dettagli di questo caso, così vorrei che tu cominciassi dal principio e mi spiegassi la cosa, fintanto che ti è possibile. Ho bisogno di comprendere lo sfondo della situazione, e se tu sei in grado di spiegarmelo saprò anche se tu sei la persona adatta per questo incarico. Puoi incominciare col dirmi come funzionavano i primi robot adibiti alle ricerche spaziali… diciamo, quelli che sono stati impiegati su Venere.

— Non erano computer — dissi. — E peraltro non erano neanche robot. Erano apparecchiature telefattrici.

— Spiegami la differenza.

— Un robot è una macchina che effettua determinate operazioni seguendo un certo programma di istruzioni. Un telefattore è una macchina schiava, messa in azione da un comando esterno. Il telefattore agisce in una specie di simbiosi con il suo operatore. A secondo della sofisticazione che si desidera raggiungere, i collegamenti possono essere audiovisivi, cinetici, tattili, perfino olfattivi. Più ci si spinge in questa direzione, più la struttura diventa antropomorfa.

«Nel caso di Venere, se ricordo esattamente, l’operatore umano in orbita portava un esoscheletro che controllava i movimenti del corpo, delle braccia, delle gambe e delle mani dell’apparecchiatura posta sulla superficie sottostante che riceveva energia e movimento per mezzo di un sistema di trasduttori aerei. Portava anche un elmetto che controllava la camera televisiva della macchina che riempiva il suo quadro visivo con la scena sottostante. Indossava anche auricolari collegati con il suo sistema auditivo. Ho letto il libro che scrisse in seguito. Disse che per lunghi periodi di tempo dimenticava l’esistenza della cabina, dimenticava che si trovava all’estremità operativa di una complessa apparecchiatura, e sentiva realmente di star calcando il suolo di quel pianeta infernale. Ricordo di esserne rimasto molto colpito, anche perché ero ancora bambino, e volevo averne anch’io uno tutto per me, e poter andare e combattere con i microorganismi.