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Nel suo sonno febbrile, nella fredda oscurità della stanza polverosa, Agat a volte parlò a voce alta, e una volta, mentre Rolery era addormentata, la chiamò nel sonno, protendendosi verso di lei dall'abisso buio, chiamando il suo nome da una distanza sempre maggiore. La sua voce interruppe i sogni di Rolery ed ella si alzò. Era ancora buio.
Il mattino giunse in fretta: la luce cominciò a brillare alla periferia dei tavoli rizzati contro le finestre, formando strisce bianche sul soffitto. La donna che era già nella stanza al loro arrivo, la notte prima, dormiva ancora per la stanchezza, ma l'altra coppia, che aveva dormito su uno dei tavoli per evitare gli spifferi, si alzò. Agat si mise a sedere, si guardò intorno e disse con voce roca e sguardo allarmato: — La tempesta è finita… — Spostando un poco uno dei tavoli, guardarono fuori e rividero il mondo: la Piazza calpestata, le barricate coperte da cumuli di neve, le grandi facciate dei quattro edifici, con le finestre chiuse, i tetti coperti di neve dietro gli edifici, e uno scorcio del mare. Un mondo azzurro e bianco, chiaro in modo brillante, come ombre azzurrine, di un biancore accecante in ogni suo punto toccato dalla prima luce del sole.
Era bellissimo; ma era come se le mura che li avevano protetti fossero cadute nella notte.
Agat doveva aver pensato le stesse cose, poiché disse: — Faremmo meglio a raggiungere il Palazzo prima che capiscano che, andando a sedersi sui tetti, possono usarci per il tiro al bersaglio.
— Possiamo usare le gallerie delle cantine per passare da un edificio all'altro — disse uno degli altri. Agat annuì, — Faremo così — disse. — Ma le barricate devono avere dei difensori…
Rolery attese che gli altri se ne fossero andati, poi riuscì a persuadere l'impaziente Agat a farsi medicare nuovamente la ferita alla testa. Era migliorata, o almeno non era peggiorata. La faccia di Agat mostrava ancora la battitura che si era preso dai suoi compagni di tribù; le mani di lei erano ferite dalle pietre e dalle corde che aveva maneggiato, piene di tagli che il gelo aveva esacerbato. Ella posò le mani ferite sulla testa ferita di lui e cominciò a ridere. — Siamo come due vecchi guerrieri — disse. — Oh Jakob Agat, quando andremo nella terra sotto il mare, riavrai i tuoi denti davanti?
Egli la guardò senza comprendere, e cercò di sorridere, ma non ci riuscì.
— Forse, quando un Nato Lontano muore, ritorna alle stelle… agli altri mondi — ella disse, e smise di sorridere.
— No — egli disse, rialzandosi. — No, noi restiamo sempre qui. Vieni via, moglie.
Nonostante la luce chiarissima che proveniva dal sole, dal cielo e dalla neve, l'aria all'esterno era talmente fredda che il respirare dava le fitte. Stavano attraversando frettolosamente la Piazza per raggiungere i portici del Palazzo della Lega, quando un rumore alle loro spalle li fece voltare: Agat aveva in pugno la pistola a dardi, entrambi erano pronti a chinarsi e a scappare via di corsa. Una strana figura urlante parve volare al di sopra delle barricate e si schiantò a capofitto all'interno della zona difesa, a meno di sei metri da loro: un Gaal, con due lance piantate nelle costole. Le guardie sulle barricate guardavano sorprese e gridavano, gli arcieri si affrettavano a caricare la balestra, alzando lo sguardo verso un uomo che urlava qualcosa verso di loro, da dietro una finestra chiusa, sulla facciata est dell'edificio sovrastante. Il Gaal morto giaceva a faccia in giù nella neve calpestata e sporca di sangue, entro l'ombra azzurrina della barricata.
Una delle guardie giunse di corsa da Agat, urlando: — Alterra, dev'essere il segnale dell'attacco… — Un altro uomo, uscendo di corsa dalla porta del College, lo interruppe: — No, l'ho visto, lo stava rincorrendo, ecco perché gridava così…
— Che cosa hai visto? Ha attaccato in quel modo, tutto da solo?
— Scappava via… cercava di salvarsi la vita! Non l'avete visto, voi sulla barricata? Non mi stupisco che urlasse tanto. Bianco, corre come un uomo, ha un collo grosso come… Dio, grosso così, Alterra! Ha girato l'angolo dietro di lui, e poi è tornato indietro.
— Un diavolo della neve — disse Agat, e si rivolse a Rolery per avere la conferma. Ella aveva udito i racconti di Wold, e annui. — Bianco, e alto, e la testa che si muove da una parte all'altra… — Imitò la goffa imitazione di Wold, e l'uomo che aveva visto la bestia dalla finestra gridò: — Proprio così. — Agat sali sulla barricata per vedere se riusciva a scorgere il mostro. Rolery rimase sotto ad osservare il morto: un uomo talmente spaventato da saltare sulle lance dei nemici, pur di fuggire. Non aveva mai visto un Gaal da vicino, poiché non venivano presi prigionieri, e aveva sempre lavorato nelle cantine con i feriti. Il corpo era basso e sottile, strofinato di sego finché la pelle, più bianca della sua, luccicava come carne grassa; i capelli unti erano intrecciati con penne rosse. Male vestito, con uno straccio di feltro per mantello, il morto giaceva a braccia larghe nella sua morte improvvisa; teneva ancora celato il volto, come se volesse nascondersi alla bianca bestia che gli aveva dato la caccia. La ragazza rimase immobile accanto a lui nella chiara, glaciale ombra della barricata.
— Eccolo! — udì gridare Agat, sopra di lei sulla parete interna, inclinata, del muro costruito con pietre della pavimentazione e con rocce prese dal promontorio. Discese e si fermò accanto a Rolery, con gli occhi fiammeggianti, poi la spinse via, in direzione del Palazzo della Lega. — L'ho visto per un secondo mentre attraversava Via Otake. Correva, e girava la testa verso di noi. Quelle bestie vanno a caccia in branchi?
Ella non lo sapeva; conosceva soltanto la storia di Wold che aveva ucciso da solo un diavolo della neve, fra le leggendarie nevi dell'Inverno precedente. La notizia e l'interrogativo vennero portati nell'affollato refettorio. Umaksuman disse con certezza che spesso i diavoli della neve cacciavano in branchi, ma i Nati Lontano non erano disposti ad accettare la parola di un eis, e dovettero andare a controllare sui loro libri. Il libro da loro portato diceva che i diavoli della neve erano stati visti correre in un branco di dodici o quindici individui, dopo la prima tempesta del Nono Inverno.
— Come può un libro dire? Non emette alcun suono. È come il linguaggio mentale di cui mi hai parlato?
Agat la fissò. Erano seduti a una delle lunghe tavole della Sala delle Assemblee, e bevevano la calda e sottile minestra d'erbe che i Nati Lontano prediligevano; tii, la chiamavano.
— No… be', sì, in un certo senso. Ascolta, Rolery. Tra un minuto io uscirò. Tu ritorna all'ospedale. Non preoccuparti del carattere di Wattock. È vecchio ed è stanco. Conosce molte cose, però. Non attraversare la Piazza se devi recarti in un altro edificio: serviti delle gallerie. Tra gli arcieri Gaal e quelle creature… — Fece una specie di risata. — Che cosa arriverà ancora, mi domando? — disse.
— Jakob Agat, volevo chiederti…
Nel breve periodo da cui si conoscevano, ella non aveva mai imparato bene quanti fossero i pezzi in cui si divideva il suo nome, e quali pezzi dovesse usare.
— Ti ascolto — egli rispose, gravemente.
— Perché non trasmettete ai Gaal il vostro linguaggio della mente? Dite loro di andarsene… di andarsene. Così come hai detto a me, sulle sabbie, di correre all'isola. Come il tuo pastore ha fatto con gli hann…
— Gli uomini non sono hann — egli rispose; ed ella si accorse che Agat era l'unico di tutti loro che parlasse del proprio popolo, e di quello di lei, e dei Gaal come se tutti fossero uomini.
— La vecchia… Pasfal… ascoltava i Gaal, quando il grosso esercito è partito per il sud.
— Sì. La gente dotata e allenata può ascoltare, anche a distanza, senza che la mente dell'altro se ne accorga. È un po' come succede a qualsiasi persona quando si trova in mezzo alla folla: sente la gioia e la paura degli altri; l'ascolto con la mente richiede assai di più, ma anche questo si svolge senza parole. Invece il linguaggio mentale, e ricevere il linguaggio mentale, è una cosa diversa. Una persona non addestrata, se provi a parlarle mentalmente, chiuderà la mente prima ancora di accorgersi di avere ascoltato qualcosa. Specialmente se ciò che ascolta è diverso da ciò che desidera o crede. I Non-Comunicanti hanno quasi sempre delle difese perfette. E in verità l'imparare la comunicazione paraverbale consiste principalmente nell'imparare come abbattere le proprie difese.
— Ma gli animali ascoltano?
— Entro certi limiti. Anche questo viene fatto senza parole. Alcune persone hanno una naturale abilità nel proiettare agli animali. È una cosa utile per raccogliere le bestie e per andare a caccia, d'accordo. Non hai mai sentito dire che i Nati Lontano sono dei cacciatori fortunati?
— Sì, ed è per questo che li chiamano stregoni. Ma allora io sarei come un hann? Io ti ho sentito.
— Sì. E mi hai parlato… una volta, nella mia casa… A volte questo succede tra due persone: non ci sono barriere, non ci sono difese. — Terminò la tazza e alzò gli occhi, meditabondo, verso il disegno di soli e di mondi ingioiellati e orbitanti, sulla lunga parete in fondo alla stanza. — Quando ciò succede — egli disse, — è necessario che si amino. Necessario… Non posso trasmettere la mia paura e il mio odio contro i Gaal. Non mi ascolterebbero. Ma se lo voltassi contro di te, potrei ucciderti. E tu potresti uccidere me, Rolery…
Poi giunsero a chiamarlo nella Piazza, ed egli dovette lasciarla. Rolery discese nei sotterranei per assistere i tevarani dell'ospedale, il lavoro che le era stato assegnato, e anche per assistere il ragazzo Nato Lontano ferito, che stava per morire: un'agonia tristissima, che durò tutta la giornata. Il vecchio conciaossa lasciò che si occupasse del ragazzo. Wattock era amareggiato e incollerito, vedendo che tutta la sua abilità non serviva a nulla. — Noi umani non moriamo delle vostre sporche morti! — gridò una volta. — Il ragazzo dev'essere nato con qualche difetto nel sangue! — Rolery non badò alle sue parole. E neppure il ragazzo, che morì tra atroci sofferenze, stringendole la mano.
Nuovi feriti venivano trasportati nella stanza grande e silenziosa, uno o due alla volta. Solo in questo modo si veniva a sapere che la battaglia doveva essere assai cruenta, lassù sulla neve, alla luce del sole. Umaksuman venne portato giù, privo di sensi a causa di una pietra scagliata da una fionda Gaal. Era disteso a terra, grande di membra e statuario, ed ella lo fissò con orgoglio silenzioso: un guerriero, un fratello. Pensò che fosse presso alla morte, ma dopo qualche minuto egli si rizzò a sedere, scuotendo la testa, e si alzò in piedi. — Dove mi trovo? — domandò, ed ella quasi si mise a ridere, quando gli rispose. La stirpe di Wold era dura da uccidere. Egli le disse che i Gaal stavano attaccando tutte le barricate contemporaneamente: un assalto senza sosta, come il grande assalto alla Porta di Terra, quando tutto il loro esercito aveva cercato di scalare le mura, salendo gli uni sulle spalle degli altri. — Sono guerrieri stupidi — le disse, strofinandosi il gonfiore sopra l'orecchio. — Se si mettessero seduti sui tetti che circondano questa Piazza per una settimana, e ci tirassero frecce, non avremmo abbastanza uomini per difendere le barricate. Ma non sanno fare altro che precipitarsi di corsa tutti insieme, urlando a squarciagola… — Si strofinò nuovamente la testa, disse: — Dove avranno messo la mia lancia? — e ritornò a combattere.
I morti non venivano portati laggiù, ma lasciati in una baracca aperta della Piazza, in attesa di poterli bruciare. Se Agat fosse stato ucciso, ella non l'avrebbe saputo. Quando arrivavano i portantini con un nuovo ferito, ella alzava lo sguardo con un moto di speranza: se il ferito era Agat, allora non era morto. Ma non si trattava mai di Agat. Ella si chiese se, nel caso che lo uccidessero, egli le avrebbe gridato nella mente prima di morire; e se quel grido l'avrebbe uccisa.
Verso la fine di quel giorno interminabile, la vecchia Alla Pasfal venne portata giù. Insieme con taluni altri vecchi, uomini e donne, dei Nati Lontano, aveva chiesto di venire assegnata al lavoro pericoloso di portare le armi ai difensori delle barricate, la qual cosa significava correre attraverso la Piazza senza potersi riparare dal fuoco del nemico. Una lancia Gaal le aveva trapassato la gola da parte a parte. Wattock poté fare ben poco per lei. Una piccola, scura, vecchia donna, ella giacque morente in mezzo ai giovani uomini. Catturata dal suo sguardo, Rolery si recò da lei, con in mano un catino pieno di vomito e di sangue. Duri, scuri e privi di profondità come una roccia, i vecchi occhi la guardarono; e Rolery le restituì lo sguardo, sebbene si trattasse di una cosa che la sua gente non faceva.
La gola bendata gorgogliò, le labbra si torsero.
Abbattere le proprie difese…
— Ti ascolto! — disse Rolery a voce alta, nella frase rituale della sua gente, con la voce che tremava.
Se ne andranno, disse nella sua mente la voce di Alla Pasfal, debole e stanca. Cercheranno di riunirsi agli altri diretti a sud. Hanno paura di noi, dei diavoli della neve, delle case e delle strade. Hanno paura, se ne andranno dopo questo attacco. Di' a Jakob che posso sentirli… Digli che se ne andranno… domani…
— Glielo dirò — disse Rolery, e scoppiò in lacrime. Immobile, senza parola, la donna morente la fissò con occhi simili a pietre scure.
Rolery ritornò al suo lavoro, poiché i feriti richiedevano di essere curati e Wattock non aveva altri assistenti. A che sarebbe giovato andare a cercare Agat lassù nella neve insanguinata, in mezzo al rumore e alla concitazione, per dirgli, prima ch'egli venisse ucciso, che una vecchia pazza in punto di morte aveva detto che sarebbero sopravvissuti?
Si dedicò al proprio lavoro, mentre ancora le lacrime le scorrevano lungo le guance. Uno dei Nati Lontano, seriamente ferito, ma tranquillizzato dalla meravigliosa medicina usata da Wattock (una piccola pallina che, trangugiata, diminuiva il dolore oppure lo faceva cessare), le chiese: — Perché piangi? — Lo chiese in modo sonnolento, curioso, come un bambino avrebbe potuto chiederlo a un altro bambino. — Non lo so — gli rispose Rolery. — Dormi. — Ma ella sapeva, sebbene in modo soltanto vago, che piangeva perché la speranza era insopportabilmente dolorosa, e si faceva strada nella rassegnazione in cui viveva da giorni; e il dolore, poiché ella era soltanto una donna, la faceva piangere.
Non c'era modo di saperlo, là sotto, ma il giorno doveva volgere alla fine, poiché giunse Seiko Esmit con del cibo caldo su un vassoio, per lei e Wattock e i feriti che potevano mangiare. Seiko attese di poter riportare indietro i piatti, e Rolery le disse: — La vecchia, l'Alterra Pasfal, è morta.
Seiko si limitò a rivolgerle un cenno di assenso. La sua faccia era tesa, strana. Disse con voce acuta: — Stanno scagliando frecce incendiarie, adesso, e gettano dai tetti materiale che brucia. Non sono riusciti a entrare, e per questo vogliono bruciare gli edifici e le scorte, e così tutti moriremo di fame insieme, al freddo. Se il Palazzo prende fuoco, sarete intrappolati qui sotto. Brucerete vivi.
Rolery mangiò il cibo senza commentare. La minestra di bhan calda era insaporita con succo di carne ed erbe tritate. I Nati Lontano, anche sotto assedio, erano cuochi migliori che non il suo popolo nel pieno dell'abbondanza d'Autunno. Terminò il proprio piatto, e anche la mezza porzione lasciata da un ferito, e qualche altro rimasuglio, e riportò il vassoio a Seiko, con l'unico rimpianto che non ce ne fosse di più.
Nessun altro discese, per lungo tempo. Gli uomini dormivano, e nel sonno gemevano. La stanza era tiepida; il calore dei fuochi a gas si alzava dietro le reticelle, rendendo l'ambiente confortevole come una tenda riscaldata dal focolare. In mezzo al respiro degli uomini, a volte Rolery poteva udire il tic, tic, tic degli oggetti dalla faccia rotonda, posti sulla parete; ed essi stessi, e le casse di vetro spinte indietro accanto al muro e le alte file di libri occhieggiavano di luccichii dorati e bruni nella morbida, fissa luce delle torce a gas.
— Gli hai dato l'analgesico — bisbigliò Wattock, ed ella rispose con un'alzata di spalle, sì, drizzandosi dal fianco di uno degli uomini. Il vecchio conciaossa pareva mezzo Anno più anziano di quanto non fosse già, mentre si accovacciava a fianco di Rolery, accanto a un tavolino di lettura, per tagliare delle bende, di cui cominciavano a scarseggiare. Era un grandissimo dottore, agli occhi di Rolery. Per fargli piacere, vedendolo così scoraggiato e stanco, ella gli chiese: — Anziano, se non è il maleficio delle armi a far marcire una ferita, di che cosa si tratta?
— Oh, creature… Piccole bestie, troppo piccole perché sia possibile vederle. Potrei mostrartele soltanto con una lente speciale, come quella che è contenuta nella cassa laggiù. Queste creature vivono quasi dappertutto; sono sull'arma, nell'aria, e sulla pelle. Se entrano nel sangue, il corpo si oppone ad esse, e la battaglia è ciò che causa il gonfiore e tutto il resto. Così dicono i libri. Ma non è una cosa che mi riguardi come dottore.
— Perché le creature non mordono i Nati Lontano?
— Perché non amano i forestieri. — Wattock fece una smorfia per la sua piccola battuta di spirito. — Noi siamo stranieri, lo sai. Non possiamo neppure digerire il cibo di qui, se non prendiamo dosi regolari di certi enzimoidi. Abbiamo una struttura chimica che è leggerissimamente diversa dalla norma organica locale, e la cosa si mostra nel citoplasma… Tu non sai cos'è. Be', il significato è che siamo fatti di un materiale leggermente diverso da quello di voi eis.
— Per questo avete la pelle nera e noi chiara?
— No, questo non ha importanza. Si tratta di variazioni del tutto superficiali, il colore e la struttura dell'occhio e tutto il resto. No, la differenza è a un livello più profondo, ed è molto piccola… una singola molecola della catena ereditaria — Wattock disse con sollievo, accalorandosi per la propria lezione. — Non causa sostanziali divergenze dal Tipo Ominide Generale in voi eis; così hanno scritto i primi coloni, ed erano gente che sapeva. Ma significa che non possiamo incrociarci con voi; o digerire il cibo locale senza aiuto; o reagire ai vostri virus… Anche se, in realtà, questa faccenda dell'enzimoide è un po' un'esagerazione. Fa parte del tentativo di comportarci esattamente come si comportava la Prima Generazione. Pura superstizione, o qualcosa di simile. Ho visto gente rientrare da lunghe battute di caccia, o gli stessi superstiti di Atlantika, la scorsa Primavera, che non avevano preso una sola pillola di enzimoide, non se n'erano fatti nessuna iniezione, per due o tre fasi lunari, ma digerivano benissimo. La vita tende ad adattarsi, dopotutto. — Mentre diceva questo, Wattock fece una faccia molto strana, e fissò Rolery. Ella si senti colpevole, poiché non aveva idea di che cosa le avesse spiegato il vecchio dottore; nessuna delle parole chiave faceva parte della sua lingua. — La vita che cosa fa? — domandò timidamente.
— Si adatta. Reagisce. Cambia! Data una sufficiente pressione, e sufficienti generazioni, l'adattamento favorevole tende a divenire prevalente… La radiazione solare finirebbe con l'operare, a lungo andare, verso una sorta di norma biochimica locale… tutte le nascite non vitali e gli aborti allora sarebbero degli iperadattamenti o forse un risultato dell'incompatibilità fra la madre e un feto normalizzato… — Wattock smise di agitare le forbici e tornò a chinarsi sul suo lavoro, ma dopo un istante rialzò gli occhi e riprese a fissare nel vuoto in quel suo modo assorto, senza vedere, e mormorò: — Strano, strano, strano!… Questo implicherebbe, sai, che l'incrocio potrebbe avere luogo.
— Ti ascolto ancora — mormorò Rolery.
— Che uomini ed eis potrebbero avere figli insieme!
Questo Rolery lo capì, alla fine, ma non capì se il medico lo dicesse come un dato di fatto, o un augurio, o un timore. — Anziano, io sono troppo ottusa per ascoltarti — ella disse.
— Lo capisci abbastanza bene — disse una voce debole, accanto a loro: l'Alterra Dipilota, che era desto. — Così, pensi che infine siamo diventati una goccia d'acqua nel catino, Wattock? — Dipilota si era sollevato su un gomito. Gli occhi scuri scintillavano nella faccia sottile, febbricitante, bruna.
— Se tu e molti altri avete ferite davvero infette, allora il fatto deve pur trovare una qualche spiegazione.
— Accidenti all'adattamento, allora. Accidenti ai vostri incroci e alla vostra reciproca fertilità! — disse il malato, e fissò Rolery. — Finché il nostro seme è stato puro, siamo stati Uomini. Esuli, Alterra, umani. Fedeli alle conoscenze e alle Leggi dell'Uomo. Ma adesso, se possiamo incrociarci con gli eis, la nostra goccia di sangue umano si perderà prima che sia passato un altro Anno. Diluita, assottigliata fino a ridursi a nulla. Nessuno userà più questi strumenti, o leggerà questi libri. I nipoti di Jakob Agat siederanno in cerchio, picchiando due pietre tra loro e urlando, fino alla consumazione del tempo… Maledetti stupidi barbari, non potete lasciar stare gli uomini… lasciarci stare! — Tremava di febbre e di collera. Il vecchio Wattock, che aveva continuato a maneggiare uno dei suoi piccoli dardi cavi, riempiendolo, ora tese la mano nella sua maniera tranquilla, da dottore, e punse il povero Dipilota nel braccio. — Stenditi, Huru — disse, e con un'espressione perplessa sul volto il ferito obbedì. — Non me ne frega niente di morire delle vostre sudice infezioni — disse ancora, con voce che diveniva sempre più roca, — ma i vostri sudici mocciosi, teneteli lontano di qui, teneteli fuori… della Città…
— Questa lo terrà tranquillo per un po' — disse Wattock, e trasse un sospiro. Rimase a sedere in silenzio mentre Rolery continuava a preparare bende. Ella era abile e instancabile in quel tipo di lavori. Il vecchio dottore la osservò con faccia meditabonda.
Quando ella si rialzò perché la schiena cominciava a farle male, vide che anche il vecchio si era addormentato: uno scuro mucchietto di pelle e di ossa aggobbito nell'angolo dietro la tavola. Continuò a lavorare, chiedendosi se davvero avesse capito ciò che il vecchio dottore aveva detto, e se egli ne fosse certo: che ella poteva dare un figlio ad Agat.
Si era completamente dimenticata che Agat poteva benissimo essere già morto, per quanto ne poteva sapere lei. Continuò a sedere laggiù in mezzo al sonno dei feriti, sotto la città in rovina piena di morte, e meditò senza parole sulle possibilità di vita.