123668.fb2 Il viaggio pi? lungo - читать онлайн бесплатно полную версию книги . Страница 1

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Quando udimmo per la prima volta parlare della Nave Celeste, ci trovavamo su di un’isola il cui nome, se la lingua di Montalir si può contorcere su di un tal barbaro suono, era Yarzik. Questo accadeva quasi un anno dopo che la Cerva d’oro era salpata dalla città di Lavre, e noi pensavamo d’esser giunti a metà del nostro viaggio intorno al mondo. Tanto coperta d’erbe e di conchiglie era la carena della nostra povera caravella, che a mala pena le vele potevano sospingerci attraverso il mare. Quel che restava dell’acqua da bere era cosa verdastra e disgustosa, e la galletta era ormai intaccata dai vermi, e alcuni marinai mostravano già i sintomi dello scorbuto.

— Col favore del caso, o senza — aveva stabilito il capitano Rovic — toccheremo terra in qualche luogo. — Mi ricordo il lampo che saettò nei suoi occhi mentre, passandosi una mano sulla rossa barba, mormorava: — E, inoltre, lungo tempo è passato da quando chiedemmo notizie delle Città Dorate, e forse ora giungeremo a saper qualcosa di codeste terre.

Con la prua sul sinistro pianeta che saliva ogni giorno più alto nel cielo mentre noi viaggiavamo a occidente, attraversammo tali immensità che voci di ribellione tornarono a serpeggiare tra la ciurma. Dentro di me, non potevo non giustificare quegli uomini; lor signori devono immaginarsi che per giorni e giorni e giorni noi non vedemmo altro che acque azzurre, spumeggiar di creste e nubi alte nel cielo tropicale; altro non s’udiva che il vento, il flusso dell’onda, lo scricchiolar dei legni e talvolta, a notte, il terribile fragore scrosciante dei mostri marini che erompevano dal profondo. Queste cose erano già spaventevoli per i semplici marinai, uomini illetterati che ancora pensavano il mondo esser piatto: ma oltre a questo avevamo Tambur sempre alto sopra la prora, e sempre più lo vedevamo salire, così che ognuno poteva comprendere che avremmo dovuto passare sotto a quel mostro incombente… Chi avrebbe potuto reggere a codesto incubo? La ciurma rumoreggiava sul ponte di prora: adirato, un Dio non avrebbe precipitato quel mondo su di noi?

Così una deputazione chiese di conferire col capitano Rovic. Questi uomini rudi e vigorosi erano timorosi e pieni di rispetto mentre chiedevano al capitano di volger la prora al ritorno. Ma i loro compagni che si ammassavano da basso, muscolosi, abbronzati, avevano coltelli e cavicchi a portata di mano. Noi ufficiali sul ponte di comando avevamo spade e pistole, è vero, ma tutti insieme non eravamo che sei, inclusi il giovanetto impaurito che ero io e il vecchio Froad, l’astrologo, il cui mantello e la barba bianca erano imponenti a vedersi ma di poca utilità se vi fosse stato da combattere.

Rovic restò a lungo silenzioso dopo che il portavoce ebbe posto la sua domanda. Ogni brusio si tacque, finché soltanto il vento nel sartiame e l’abbacinante scintillio dell’oceano, confine del mondo, furon le uniche cose esistenti. Magnifico era il nostro signore, che aveva indossato uose scarlatte e scarpe ornate di sonagli, quando aveva saputo che la delegazione stava arrivando, e aveva elmo e corazza risplendenti. Le piume svolazzavano sull’acciaio scintillante e i diamanti degli anelli alle sue dita brillavano con i rubini dell’elsa della sua spada. Ma quando parlò, non lo fece in qualità di cavaliere della corte della Regina, ma con il linguaggio della sua fanciullezza di pescatore in Anday.

— Si vuol tornare indietro, amici, è così? Il vento è con noi, il sole è caldo, ma voi preferite tornarvene indietro attraverso mezzo mondo! Com’è cambiato il sangue dei vostri padri! Rifiutate forse la leggenda che dice che un tempo non ci fu cosa che non si facesse quando l’uomo comandava? E che fu per stupida colpa di uno di Anday, se l’uomo deve oggi tribolare? Perché, lo sapete, non è passato molto tempo da quando egli disse alla scure di tagliargli un albero e disse ai rami di prender da soli la via di casa: ma fu quando pretese anche che lo trasportassero, che Dio si infuriò e gli tolse il potere. Ma diede a tutti gli uomini di Anday la fortuna sul mare, al giuoco e in amore: e cos’altro avete voi da chiedere, amici?

Confuso da questa risposta, il portavoce si torse le mani, arrossì, guardò il tavolato del cassero e borbottò che saremmo tutti periti miseramente… di fame, di sete o d’annegamento… o saremmo stati schiacciati dall’orribile astro che ci sovrastava, o saremmo caduti oltre i confini del mondo. La Cerva d’oro era giunta più lontana d’ogni altro vascello dal tempo della Caduta dell’Uomo e, se fossimo tornati ora, ne avremmo avuto sempiterna gloria.

— Ma si può mangiarla, la gloria, Etien? — domandò Rovic, sempre mite e sorridente. — Abbiamo avuto battaglie e tempeste, certo, e allegre bisbocce: ma, diavolo, non abbiamo ancora veduto una sola Città Dorata, anche se sappiamo bene che si trovano qui da qualche parte, piene di tesori per il primo uomo di fegato che arriverà a metterci sopra le mani! Che cosa ti pesa sullo stomaco, amico? Non è stato un bel viaggio? Cosa direbbero gli stranieri? Come riderebbero gli arroganti cavalieri di Sathayn, come riderebbero i grassi mercanti di Woodland!… e non riderebbero di noi soltanto, ma di tutta Montalir… se torniamo indietro!

Così egli si prese gioco di loro. Solo una volta toccò la sua spada, distrattamente, sguainandola a metà mentre ricordava come fossimo passati attraverso l’uragano al largo di Xingu. Ma gli altri ricordavano come allora si fossero ammutinati, e come quella stessa spada avesse trafitto tre marinai armati che insieme avevano assalito il capitano. Le sue parole dicevano che egli avrebbe dimenticato ogni cosa, se anche loro lo avessero fatto. Le sue colorite promesse di baldorie tra le genti lascive delle tribù che avremmo incontrato, i suoi discorsi sui tesori leggendari, il suo appello al loro orgoglio di marinai e di montaliriani, smorzarono i timori.

E allora, quando infine li vide malleabili, abbandonò i modi da popolano: ritto sul ponte di comando, col cimiero ondeggiante e l’elmo lucente, mentre il vessillo di Montalir sventolava sopra il suo capo, i colori sbiaditi dalla brezza salmastra, parlò cogli accenti d’un cavaliere della Regina.

— Ora sapete che non vi chiederò di tornare indietro finché non avremo solcato il mondo intiero, e non avremo portato a Sua Maestà quel dono che soltanto noi possiamo recarle, e che non è oro né schiavi, né il possesso di quei lontani paesi che la Regina e la molto onorevole Compagnia dei Mercanti desiderano. No, quello che noi le porteremo con le nostre mani, quel giorno in cui ancora una volta poseremo il piede sui lunghi moli di Lavre, sarà la nostra stessa impresa. Avremo compiuto ciò che nessun uomo al mondo ha osato finora intraprendere, e lo avremo fatto per la gloria della Regina Odila.

Stette a lungo immobile, nel silenzio possente dell’oceano. Poi, con voce calma, disse: — Potete andare — e voltò i tacchi, avviandosi verso la sua cabina.

Per alcuni giorni continuammo così, con la ciurma domata ma non ribelle, mentre gli ufficiali facevano del loro meglio per nascondere i dubbi. Io mi trovai molto preso, non tanto con i miei doveri d’uomo di religione, per i quali ero pagato, o con l’esercizio del comando che dovevo apprendere: entrambe le occupazioni essendo di molto ridotte, assistevo Froad, l’astrologo. In quel clima mite, egli poteva continuare il suo lavoro anche a bordo. A lui poco importava che si potesse naufragare, o finire inghiottiti dall’oceano; egli aveva vissuto ormai oltre il tempo comunemente concesso. Ma altra cosa era per lui la conoscenza dei cieli, che poteva ancora far procedere: a notte sul ponte di prora, con quadrante, astrolabio e cannocchiale, sotto l’immenso chiarore delle sfere celesti, egli somigliava a uno di quei santi dalla candida barba che si possono vedere in sulle vetrate dell’Abbazia di Provien.

— Guarda qui, Zhean. — La sua mano sottile era puntata sopra il mare che splendeva e luccicava, nel cielo purpureo dove poche stelle ancora osavano mostrarsi, e indicava Tambur, immenso nella sua fase di pienezza a mezzanotte, e copriva una zona di cielo dell’ampiezza di sette gradi: era come uno scudo verdeceleste, macchiato di fiammeggianti sabbie che si potevano veder nel loro movimento attraverso il disco. La minuscola luna che chiamiamo Siett era una lucciola vicina all’orlo nebuloso del gigante, e Balant, che di rado poteva esser scorto poiché resta basso sull’orizzonte in quella parte del mondo dove noi viviamo, era ben alto colaggiù, falce luminosa la cui parte oscura riceveva il riflesso del luminoso Tambur.

— Guarda — disse Froad — non vi sono più dubbi, si può vedere come esso ruoti attorno a un asse, e come le tempeste ribollano nella sua atmosfera. Tambur non deve più essere una cupa leggenda di paura, né una terribile apparizione a chi si avventuri in acque sconosciute: Tambur è una cosa reale, un mondo come il nostro, immensamente più grande, è pur vero, ma sempre uno sferoide nello spazio. E tutt’attorno ruota, insieme con il nostro mondo, sempre volgendo la stessa faccia al suo signore. Le congetture degli antichi sono trionfalmente confermate: e non soltanto laddove affermano che il nostro mondo sia una sfera, bah, questo sarebbe ovvio a chiunque! ma che ci muoviamo intorno a un centro più grande, un giro del quale costituisce il percorso annuale attorno al sole. Ma allora, quanto è grande il sole?

Sforzandomi di comprendere, ricordai: Siett e Balant sono satelliti di Tambur. Vieng, Darou e le altre lune che normalmente vediamo dalla nostra contrada, percorrono sentieri esterni a quello del nostro mondo. Questo è vero: ma che cosa trattiene tutto lassù?

— Questo non lo so. Forse la sfera di cristallo che contiene le stelle esercita una pressione verso l’interno: la stessa pressione, forse, che lega l’uomo al suo mondo dal tempo della Caduta dal Cielo.

La notte era calda, ma io tremavo come sotto le stelle d’inverno. — Allora — sussurrai — possono esservi uomini su… Siett, Balant, Vieng… e financo su Tambur?

— Chi può saperlo? Avremo bisogno di molte generazioni per venirne a conoscenza, e che generazioni saranno! Ringrazia il Signore, Zhean, che tu sia nato all’alba dell’Era che viene.

Froad tornò a prender misure: noioso mestiere, pensavano gli altri ufficiali, ma ora avevo imparato abbastanza dell’arte matematica per comprendere che da quelle interminabili tabulazioni si poteva giungere alla esatta dimensione del nostro mondo e di Tambur, del sole, delle lune e delle stelle, e si poteva conoscere il cammino che essi prendevano attraverso lo spazio, e la direzione del Paradiso. Così i semplici marinai, che borbottavano e facevano scongiuri quando passavano accanto ai nostri strumenti, erano più vicini al vero dei gentiluomini di Rovic, dappoiché Froad esercitava su di essi un grande e suggestivo potere.

Passò del tempo, e quindi cominciammo a scorgere erbe galleggianti sull’acque e uccelli e torreggianti ammassi di nubi, tutti segni dell’approssimarsi della terraferma. Tre giorni più tardi rilevammo un’isola coperta di lussureggiante verzura. La risacca ancor più violenta che nei nostri mari, flagellava le alte scogliere, esplodeva in un turbinar di schiume e ripiombava ruggendo. Costeggiammo con prudenza il littorale, con tutti i gabbieri in coffa a segnalare un approdo, e i cannonieri al pezzo, pronti a far fuoco. Difatti non solo vi erano correnti sconosciute e scogli sommersi, pericoli a noi familiari, ma in passato avevamo avuto scaramucce con dei cannibali nelle loro canoe. Temevamo anche sommamente le eclissi. Lor signori possono facilmente rendersi conto che in quell’emisfero il sole ogni giorno deve passare dietro Tambur, e a quella longitudine l’eclissi avviene circa a metà del pomeriggio, e perdura quasi dieci minuti primi. Oh, visione spaventevole era quella del pianeta primario, così infatti Froad chiamava questo pianeta di fronte al quale Diell e Coint e il nostro mondo insieme non sarebbero stati che un piccolo satellite, che diveniva un disco nero cerchiato di fuoco, nel cielo d’un sùbito affollato di stelle. Un gelido vento spazzava le onde e persino i marosi sembravano ammutolire. Eppure tanto è impudente lo spirito umano, che noi continuavamo a occuparci delle nostre faccende, arrestandoci solo per una brevissima preghiera quando il sole dispariva e pensando più al pericolo di naufragare in quel frangente che alla Maestà di Dio.

Tale è lo splendore di Tambur che continuammo a circumnavigare l’isola anche di notte. Da un levar del sole all’altro, per dodici terribili ore lasciammo che la Cerva d’oro avanzasse lentamente. Verso il secondo meriggio, la costanza del capitano Rovic fu ricompensata: un’apertura nelle scogliere rivelò una profonda insenatura. Il litorale paludoso e coperto di vegetazione marina indicava che, sebbene la marea montasse alta nell’insenatura, questa non era uno di quegli approdi di fortuna temuti dalla gente di mare. Avendo il vento a noi avverso, ammainammo le vele e calammo a mare i canotti, trainando la nostra caravella colla forza dei remi. In quel momento ci sentivamo vulnerabili: avevamo infatti scorto un villaggio all’interno dell’insenatura. Osai chiedere: — Non sarebbe forse meglio restar fuori, signore, e lasciare che siano essi a venire per i primi?

Rovic sputò oltre la murata e disse: — È meglio non mostrarsi mai dubbiosi. Se volessero assalirci con le loro canoe, possiamo dar loro un’annaffiata di piombo, e calmeremo i loro bollori. Ma non mostrando fin d’ora alcun timore, possiamo allontanare il pericolo d’un tranello.

Aveva ragione. In seguito, apprendemmo di essere approdati all’estremità orientale d’un arcipelago i cui abitanti son forti navigatori, se si considera che possiedono soltanto degli scafi a bilanciere. Spesso però queste imbarcazioni raggiungono una lunghezza di cento piedi, e con quaranta pagaie e vele di stuoia possono quasi superarci alla nostra massima velocità, restando più manovrabili. Tuttavia il poco spazio lasciato al carico limita l’autonomia dei loro viaggi.

Sebbene vivano in costruzioni di legno coperte di strami, sono un popolo civile: coltivano la terra e hanno fattorie, pescano; i loro preti hanno un linguaggio scritto. Alti e vigorosi, leggermente più scuri di carnagione e più glabri di noi, colpiscono subito l’attenzione, sia che si presentino ignudi, cosa del tutto comune, sia che si vestano e si ornino di piume e di conchiglie. Nell’arcipelago hanno creato un vasto impero e hanno visitato le più lontane isole del Nord, organizzando commerci. Chiamano il loro paese Hisagazi e Yarzik è il nome dell’isola dove noi eravamo approdati.

Tutto questo imparammo per gradi, mentre c’impratichivamo nel loro linguaggio. Restammo infatti per molte settimane in quella città, dove il signore dell’isola, Guzan, ci accolse dandoci il benvenuto e fornendoci di cibo, alloggio e di quanto avessimo bisogno. Da parte nostra, ce li ingraziammo con oggetti di vetro, rotoli di tessuto di Wondish e simili oggetti di scambio. Ciò non di meno incontrammo molte difficoltà. Essendo troppo paludoso il tratto di spiaggia oltre il limite superiore della marea, non potevamo tirare in secca il nostro pesante vascello e dovemmo quindi costruire un bacino ove procedere ai lavori di carenaggio. Molti di noi soffersero, a causa di un inquinamento, di flusso di ventre e, sebbene il male fosse curato in tempo, questo ci costò un ulteriore ritardo.

— Eppure io credo che le nostre fatiche saranno ricompensate — mi disse Rovic una sera. Aveva preso l’abitudine, avendo scoperto che io ero un discreto amanuense, di confidarmi certi suoi pensieri. Il capitano è sempre un uomo solo e Rovic, figlio di pescatori, corsaro, vincitore della Grande Flotta di Sathayn, elevato per questa impresa al rango di nobile dalla stessa Regina, doveva aver trovato che il mantenere la sua posizione era per lui più difficile che per un gentiluomo di nascita.

Attendevo in silenzio, là nella capanna che gli avevano dato, dove una lanterna di steatite gettava su di noi una luce ondeggiante e ombre gigantesche, e qualcosa frusciava sul tetto di paglia. Fuori il terreno umido digradava oltre le capanne su palafitte e gli alberi fronzuti scendevano verso l’insenatura dove le sabbie rilucevano sotto la luce di Tambur. Lontano, potevo udire un rullar di tamburi, una nenia, un trapestìo di danza attorno a un fuoco sacrificale. Le colline di Montalir sembravano invero assai lontane.

Rovic stese i suoi muscoli. Faceva caldo ed egli indossava soltanto un gonnellino da marinaio. Dalla nave si era fatto portare una vera seggiola. — Perché capisci, ragazzo — continuò — in un altro momento questo sarebbe stato il punto in cui i rapporti giustificherebbero una richiesta di oro. Sì, e potremmo anche domandare qualche direttiva sulla navigazione. Ma tutto sommato, sentiremmo la vecchia storia: “Oh, sì, lor signori, certo, esiste in realtà un reame ove le stesse strade sono lastricate di oro… cento miglia verso occidente…” o qualsiasi cosa con cui menarci pel naso e toglierci di torno. Ma durante questa sosta forzata io ho compiuto una sottile indagine presso il signore e i preti idolatri di qui, e ho fatto il tonto sul nostro viaggio, e di dove veniamo, e che cosa sappiamo, e così si sono lasciati sfuggire molte cose che altrimenti non avrebbero rivelato nemmeno sotto la tortura.

— Le Città Dorate? — esclamai.

— Shhh! Non voglio che la ciurma si ecciti e mi sfugga di mano. Non ancora.

Il suo volto bruno dal naso adunco fu percorso da strani pensieri. Disse: — Ho sempre creduto che quelle città fossero una favola per vecchie rincitnillite. — La mia sorpresa dovette riflettersi nel suo sguardo, perché sogghignò e riprese: — Una storia utile. Come una calamita, ci sta portando in giro attorno al mondo. — La sua gaiezza scomparve. Di nuovo prese quell’aria simile allo sguardo di Froad, l’astrologo, quando considerava le stelle. — Naturalmente, anch’io cerco l’oro. Ma se non ne trovassimo affatto in questo viaggio, non m’importerebbe. Potrò sempre catturare qualche nave di Eralia o di Sathayn, una volta tornati nelle nostre acque, e con questo pagare il viaggio. In nome di Dio, Zhean, dicevo il vero quando quel giorno dissi che questo viaggio aveva in sé il suo scopo, se potrò farne dono alla regina Odila, che mi ha dato il bacio della nobiltà.

Si riscosse dalle sue fantasticherie e disse con tono eccitato: — Essendo riuscito a far credere a Guzan che ne sapevo già molto, gli ho strappato la confessione che nell’isola principale di Hisagazi esiste qualcosa cui oso appena pensare. Una nave degli dèi, dice lui, un dio che è disceso dalle stelle fino a questo paese. Ma… egli mi ha condotto a una caverna sacra e mi ha fatto vedere un oggetto di quella nave: era una specie di meccanismo d’orologio, credo. Che cosa, non so, ma è costruito con un metallo lucido come l’argento, che mai ancora ho veduto. Il sacerdote mi sfidò a spezzarlo: il metallo non era pesante, e doveva esser sottile, ma spuntò la mia spada, mandò in pezzi il macigno con cui lo colpii, e nemmeno il diamante del mio anello poté scalfirlo.

Io feci degli scongiuri, sentendomi percorrere la pelle e la schiena da un lungo brivido finché fui tutto un tremore. Poiché i tamburi rullavano nel buio e le acque quiete risplendevano come argento vivo sotto la luce di Tambur. Tambur che ogni meriggio divora il sole.

Quando la Cerva d’oro fu messa in condizione di poter nuovamente riprendere il mare, Rovic non incontrò difficoltà a ottenere il permesso di render visita all’imperatore di Hisagazi nell’isola principale. Avrebbe invero trovato difficile non farlo, poiché ormai le canoe avevano portato la notizia del nostro arrivo da un capo all’altro del reame e tutti i grandi signori desideravano vedere gli stranieri dagli occhi azzurri. Di nuovo in buona salute e lieti di partire, abbandonammo l’abbraccio delle fanciulle indigene e c’imbarcammo. Salpammo l’ancora, issammo le vele fra i canti che facevano volteggiare gli uccelli marini sopra le colline e fummo in mare aperto. Questa volta eravamo scortati, lo stesso duca dell’isola, Guzan, era il nostro pilota. Egli era alto e massiccio, di media età e non si era lasciato deturpare troppo il volto e il corpo dai tatuaggi verdi che sono tanto diffusi tra la sua gente. Molti figli suoi avevano disteso sul ponte le stuoie dove avrebbero dormito e una moltitudine di guerrieri faceva avanzare a colpi di pagaia le canoe tutt’intorno a noi.

Rovic fece chiamare nella sua cabina Etien, il nostromo. — Tu sei un valent’uomo — gli disse — e io voglio che tu mi tenga la ciurma all’erta, colle armi pronte, anche se tutto sembra tranquillo.

— Come, signore! — Il suo volto scuro si corrugò nella collera. — Pensate che gli indigeni progettino un tradimento?

— Chi può dire? — rispose Rovic. — Per adesso, non dire nulla agli uomini, non devono mostrarsi inquieti. Se eccitazione o timore trasparissero, gli indigeni lo sentirebbero e si ecciterebbero a loro volta; quindi questo peggiorerebbe lo stato dei nostri uomini fino al punto in cui solo la Figlia di Dio potrebbe predire il futuro. No, tu controlla soltanto senza farti notare, come sai fare tu, che ognuno abbia con sé le sue armi e che i nostri stiano sempre insieme.

Etien si ricompose, si inchinò e uscì dalla cabina.

Mi feci coraggio e domandai a Rovic che cosa avesse in animo. — Niente, ancora — disse. — Però io stesso fra queste mani ho tenuto un meccanismo che nemmeno il Grande Artefice di Giair ha mai immaginato; e mi si è parlato di una Nave discesa dal cielo, portando un dio o un profeta. Guzan pensa che io sappia più di quanto dia a vedere e spera che noi diventiamo un nuovo elemento perturbatore nella bilancia delle cose, qualcosa che gli permetta di spingere avanti le sue ambizioni. Non è per caso che si è portato dietro tutti quegli uomini armati. Così io… io voglio andare al fondo di questa faccenda.

Rimase seduto al suo tavolo, fissando il raggio di sole che saliva e scendeva sul legno, seguendo il rollìo della nave. Infine riprese: — Le scritture ci dicono che l’uomo viveva oltre le stelle, prima della Caduta. Gli astrologi della passata generazione ci hanno rivelato che i pianeti sono corpi reali, come questo mondo. Un viaggiatore dal Paradiso.

Uscii, tra pensieri che turbinavano.

Facile fu il passaggio tra le molte isole e, dopo diversi giorni, raggiungemmo la più grande, Ulas-Erkila. Essa misura circa cento miglia di lunghezza e quaranta alla massima larghezza e il terreno verdeggiante si inerpica verso un massiccio montuoso centrale dominato da un cono vulcanico. Gli hisagaziani adorano due sorte di dèi, delle acque e del fuoco, e questi ultimi son creduti albergare sul Monte Ulas. Quando sopra le creste di smeraldo vidi alta nel cielo la cima nevosa dalla quale il fumo saliva nell’azzurro, potei capire che cosa sentissero quei pagani. Il gesto più devoto che uno di loro possa fare è gettarsi nell’ardente cratere di Ulas, e molti vecchi guerrieri vi sono condotti acciocché possano farlo. Le donne invece non possono nemmeno avvicinarsi al Pendio.

Nikum, la città del re, è costruita all’imboccatura di una baia, come il villaggio che avevamo già visitato, ma Nikum è ricca, grande più o meno come Roann. Molte case vi sono costruite interamente in legno, senza strami, e vi è anche un tempio in cima alla scogliera, rivolto alla città. Dietro di esso sono frutteti, e poi foreste e monti. Tanto grandi sono gli alberi d’alto fusto, che gli hisagaziani hanno costruito una serie di moli simili a quelli di Lavre, in luogo delle piattaforme e dei pontoni che possono galleggiare più o meno in alto, secondo il flusso della marea, come ci si contenta di fare nella maggior parte dei porti di tutto il mondo. Ci venne offerto l’onore di un ormeggio alla calata centrale, ma Rovic preferì attraccare all’estremità esterna, adducendo a scusa la poca manovrabilità della nostra nave.

— Là in mezzo — mi disse a bassa voce — saremmo stati sotto la torre d’osservazione e, anche se non possono sapere che cosa avviene sotto il ponte, i loro lanciatori di zagaglie son molto forti. In più, avrebbero avuto un facile accesso alla nave e un nugolo di canoe ormeggiate tra noi e l’uscita della baia. Qui invece pochi di noi basterebbero a reggere un loro assalto mentre gli altri resterebbero alle manovre per partire rapidamente.

— Dobbiamo temere qualcosa, signore? — domandai.

Egli si mordicchiò i mustacchi. — Non so. Molto dipende da quello che essi pensano di questa loro nave divina… quale che sia la sostanza. Ma l’inferno e la morte si ergano pure contro di noi! Noi non torneremo indietro senza questo dono per la regina Odila!

I nostri ufficiali sbarcarono tra il rullar dei tamburi e le danze degli indigeni piumati. Una passerella era stata eretta per il re al di sopra del livello delle acque. (I popolani, quando la marea giunge alle soglie delle capanne, vanno a nuoto da un luogo all’altro; ovvero se hanno dei carichi da trasportare, si servono di piccole canoe.) Il palazzo, al di là d’un canneto e di vigne opulente, era una lunga costruzione di tronchi piallati. Nelle travi del tetto erano scolpite strane effigi di dei.

Iskilip, l’Imperatore-Sacerdote di Hisagazi, era un uomo vecchio e corpulento. L’ondeggiante acconciatura di piume e pennacchi, lo scettro ligneo sovrastato da un teschio umano, i tatuaggi sul volto, la sua stessa immobilità, ogni cosa contribuiva a farlo sembrare non umano. Sedeva su di un tronco sopraelevato, fra torce che spandevano un profumo dolciastro. I suoi figli erano seduti ai suoi piedi, a gambe incrociate; i cortigiani ai due lati e le guardie allineate lungo le pareti. Essi non hanno il nostro costume di restare attenti e rispettosi; questi giovani dalla solida struttura fisica e dai modi complimentosi, dal cranio rasato, coperti da corazze e scudi ricavati dai dossi scagliosi dei mostri marini, armati di asce di selce e zagaglie dalla punta di ossidiana che possono uccidere con la stessa facilità del ferro, hanno veramente un aspetto feroce.