123668.fb2 Il viaggio pi? lungo - читать онлайн бесплатно полную версию книги . Страница 2

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Iskilip ci salutò con belle parole, comandò che ci venisse portato un rinfresco e ci fece sedere su di un banco non molto più basso che il suo seggio. Ci rivolse molte e precise domande. Nei loro viaggi più lunghi, gli hisagaziani erano venuti a conoscenza di isole lontane dal loro arcipelago. Ci potevano indicare anche la direzione e dare la distanza approssimativa di un paese dai molti castelli, chiamato Yurakadak, sebbene nessuno di essi avesse navigato tanto da giungervi. A giudicare dalla loro descrizione, quel paese non può essere che Giair, raggiunto per via di terra da Hanas Tolasson, avventuriero di Wondish. Mi colpì allora la constatazione che noi realmente stessimo circumnavigando il globo, e solo dopo che quest’improvvisa eccitazione fu scomparsa potei seguire di nuovo la conversazione.

— Come ho detto a Guzan — stava narrando Rovic — un’altra cosa che ci ha condotti qui è la leggenda che voi siete stati visitati da una nave celeste. Ed egli mi ha mostrato come la leggenda fosse verità.

Un bisbigliare crebbe nella sala. I principi si irrigidirono, i cortigiani persero la loro compostezza, persino le guardie si mossero e parlottarono. Lontano, attraverso le pareti, potevo udire il fragore dei flutti. Poi la voce di Iskilip risuonò tagliente: — Hai forse dimenticato che queste cose non sono per i non iniziati, Guzan?

— No. Maestro — disse il duca. Il sudore gocciolava tra i verdi demoni del suo volto, ma non era il sudore della paura. — Questo capitano sapeva già. Anche la sua gente… per quanto ho potuto comprendere, dato che egli ancora ha difficoltà a spiegarsi… anche la sua gente è iniziata e le domande che ha posto sembrano ragionevoli, Maestro. Guarda le meraviglie che hanno portato: la pietra dura e splendente che non è pietra, di cui è fatto questo coltello che mi è stato donato, non è forse la medesima materia con cui è costruita la Nave? E le canne che ha dato a te, Maestro, e che fanno sembrare vicine le cose lontane, non sono simili alla cosa che vede lontano, portata dal Messaggero?

Iskilip si chinò in avanti verso Rovic. La mano nella quale stringeva lo scettro tremava tanto vivacemente che le mascelle del teschio sbattevano sinistramente. Gridò: — Il Popolo delle Stelle vi ha insegnato a costruire tutto questo? Non sapevo!… Il Messaggero non ha mai parlato di altri.

Rovic allargò le braccia e disse: — Non così rapidamente, Maestro, ti prego. Noi siamo poco addestrati al tuo linguaggio, e non ho potuto comprendere una sola delle tue parole.

Il mio signore mentiva. Aveva ordinato a tutti gli ufficiali di mostrar di comprendere gli hisagaziani meno di quanto non potessero in realtà, e tutti ci eravamo impratichiti in questa finzione esercitandoci fra di noi. In tal modo Rovic aveva una perfetta scusante per gli equivoci.

— È meglio che di questo si parli in privato, Maestro — suggerì Guzan, gettando un’occhiata ai cortigiani. Essi gli restituirono uno sguardo di lampante gelosia.

Iskilip si rizzò, scomponendo l’acconciatura regale; le sue parole caddero con durezza, ma erano parole di un uomo vecchio e debole: — Non so. Se questi stranieri sono già iniziati, possiamo mostrar loro quello che possediamo. Ma se non è così… se le parole del Messaggero giungessero a orecchie profane…

Guzan levò deciso la mano; forte e ambizioso, troppo a lungo compresso nella sua piccola provincia, si era d’un tratto infiammato. — Maestro — disse — perché la storia è stata tenuta nascosta per tutti questi anni? In parte per tenere il popolo obbediente, certo. Ma non avete pensato, tu e i tuoi consiglieri, che il mondo intero potrebbe averne un qualche sentore e, volendo saperne di più, potrebbe precipitarsi qui e schiacciarci? Ora, se lasciamo che gli uomini dagli occhi azzurri se ne tornino al loro paese con la curiosità insoddisfatta, io credo che certamente essi ritornerebbero in forze. Perciò penso che non abbiamo niente da perdere rivelando loro la verità. Se essi non hanno mai ricevuto la visita di un Messaggero, se non possono esserci di alcuna utilità, abbiamo tutto il tempo di ucciderli. Ma se realmente sono stati visitati come noi, pensate a cosa potremmo fare, noi e loro insieme!

Tutto questo discorso fu pronunciato rapidamente e senza inflessioni di voce, in modo che noi di Montalir non potessimo comprendere; invero i nostri ufficiali non capirono. Io, giovani essendo le mie orecchie, afferrai il senso, e quanto a Rovic egli mantenne un tal fatuo sorriso da persona all’oscuro di tutto, che io subito compresi come egli non avesse perduto una sola parola.

Così alla fine decisero di condurre il nostro comandante e insieme la mia insignificante persona, dato che nessun notabile di Hisagazi va in giro senza attendenti, fino al tempio. Iskilip in persona apriva la strada, con Guzan e due principi dietro. Dodici guerrieri ci seguivano alla retroguardia. Pensai che la spada di Rovic ci sarebbe stata di poco aiuto, in caso di pericolo, ma tenni chiusa la bocca e lo seguii da presso. Impaziente egli era come un fanciullo nel mattino del Giorno delle Grazie; s’era calcato in fronte un berretto piumato e il suo sorriso sfavillava: nessuno avrebbe detto che pensasse a qualche pericolo.

Partimmo verso il tramonto; nell’emisfero di Tambur si fa meno distinzione fra il giorno e la notte di quanta non se ne faccia da noi. Avendo notato Siett e Balant in congiunzione, non mi stupii nel vedere la città pressoché coperta dall’alta marea; e pure, mentre salivamo per il sentiero che menava al tempio, non riuscivo a pensare a un paesaggio altrettanto estraneo agli occhi miei.

Sotto di noi si distendeva uno specchio d’acqua sul quale i lunghi tetti di strami della città parevan galleggiare; oltre i moli affollati, al di sopra degl’idoli pagani che ornavano la prua delle canoe indigene, si dondolavano gli alberi della nostra nave; la baia più in là si allungava fra coste dirupate fino allo sbocco in mare, dove la risacca si frangeva biancheggiando terribile sulle scogliere. I monti che ci sovrastavano sembravano quasi neri nel fuoco del tramonto, che arrossava una metà del cielo e insanguinava l’acqua. Pallida oltre le nubi intravedevo la spessa falce di Tambur, avvolta da enigmi che nessun uomo avrebbe potuto comprendere. Una colonna di basalto scolpita a forma di testa si profilava contro il pianeta. Sui due lati del sentiero l’erba era alta e secca per il calore estivo. Il cielo, pallido allo zenit, aveva un cupo color porpora a oriente, dove le prime stelle cominciavano ad apparire. Quella notte nessun conforto mi venne dalle stelle, mentre in silenzio continuavamo a marciare. I nativi, a piedi nudi, non facevano rumore, ma le mie suole crocchiavano sulla ghiaia e i sonagli delle scarpe di Rovic tinnivano leggeri.

Il tempio era un’opera egregia. All’interno d’un quadrangolo di muri di basalto guardato da imponenti teste di pietra erano diversi edifici costruiti con il medesimo materiale e coperti con fronde tagliate di fresco, unica cosa viva. Con Iskilip che ci conduceva, sorpassammo alcuni novizi e sacerdoti e giungemmo a una capanna di legno dietro il sanctum. Due guardie erano alla porta, ma si inginocchiarono davanti a Iskilip. L’imperatore fece un gesto brusco con il suo strano scettro.

Avevo la bocca secca e il cuore in tumulto. Mi sentivo pronto all’apparizione di qualsiasi essere, orribile o meraviglioso che fosse, ma quando la porta fu aperta fui stupito di vedere nient’altro che un uomo, e di statura non eccezionale. Una lampada all’interno permetteva di discernere una stanza pulita, austera, ma non scomoda; avrebbe potuto essere l’abitazione di un qualsiasi hisagaziano. L’uomo era vestito d’un semplice perizoma di tessuto vegetale. Aveva le gambe storte e sottili, arti da vecchio, e così era il corpo, ma tuttavia eretto, con la testa canuta orgogliosamente ritta. Di carnagione più scura che i montaliriani, e più chiara che gli hisagaziani, con occhi bruni e una barba sottile, il suo volto era leggermente diverso nei tratti del naso, delle labbra, degli zigomi, da qualsiasi altra razza che io avessi mai incontrato. Ma era umano, e nient’altro.

Entrammo nella capanna, chiudendo fuori i guardiani. Iskilip si dilungò in una cerimonia mezzo religiosa di presentazione, e vidi che Guzan e i principi, per niente compresi di rispetto, si muovevano passando da un piede all’altro. Per il loro rango, erano da tempo abituati a questo genere di riti. Il volto di Rovic era imperscrutabile; s’inchinò davanti a Val Nira, Messaggero del Cielo, e con poche parole spiegò la nostra presenza; mentre parlava, i loro occhi si fissavano e mi resi conto che egli stava valutando l’uomo delle stelle.

— Ecco, questa è la mia casa — disse Val Nira. Parlava per lui l’abitudine e le parole già dette davanti a tanti giovani nobili erano ormai piatte e consunte. Non aveva ancora notato come noi disponessimo di oggetti di metallo, oppure non si rendeva conto di che cosa potevano significare per lui. — Per… quarantatré anni, è giusto, Iskilip? sono stato trattato nel migliore dei modi. E se talvolta son quasi giunto al punto di gridare per la solitudine, questo è quanto ci si può attendere da un oracolo.

L’imperatore si mosse a disagio nei suoi paludamenti. Spiegò: — Il suo spirito lo ha lasciato, ora è solo un uomo in carne e ossa: ecco il segreto che noi manteniamo. Non è stato sempre così. Mi ricordo la prima volta, quando giunse: predisse cose immense, e tutti correvano a vedere con i loro occhi. Ma a un certo punto il suo spirito è tornato alle stelle, e anche l’arma potente che egli aveva con sé si è svuotata della sua forza. Il popolo, però, non ci crederebbe quindi continuiamo a pretendere che sia così, altrimenti si spanderebbe l’inquietudine.

— A minacciare i tuoi privilegi — aggiunse Val Nira in tono stanco e ironico. Poi rivolto a Rovic: — Iskilip era giovane, allora — disse — e la successione al trono imperiale non era facile. Gli diedi la mia influenza ed egli in cambio promise di fare certe cose per me.

— Ho cercato — disse il monarca. — Domanda a tutte le canoe affondate, a tutti gli uomini morti in mare, domanda se non ho cercato. Ma il volere degli dèi era un altro.

— Evidentemente — osservò Val Nira alzando le spalle. — Capitano Rovic, in queste isole sono rari i minerali metalliferi e nessuno è in grado di riconoscere quelli di cui avevo bisogno. E troppo lontano per le canoe hisagaziane. Non nego, Iskilip, non nego che tu abbia cercato… un tempo. — Volgendosi a noi, ci strizzò l’occhio. — Amici miei, questa è la prima volta che degli stranieri sono penetrati tanto a fondo nella fiducia dell’imperatore: siete certi di poter tornare indietro sani e salvi?

— Come, come, come, sono nostri ospiti! — gridarono Iskilip e Guzan, quasi all’unisono.

— E poi — sorrise Rovic — il segreto ci era già in gran parte noto. Anche il mio paese ha dei segreti di questa importanza. Certo, credo che tutto andrà liscio, signor mio.

L’imperatore tremò; con voce rotta mormorò: — Avete davvero, anche voi, un Messaggero?

— Cosa? - Val Nira ci guardò a occhi sbarrati per un istante. Sul suo volto il rosso e il bianco si susseguivano incessantemente. Poi si sedette su di una panca e cominciò a piangere.

— Be’, non esattamente — ammise Rovic posandogli una mano sulla spalla scossa dai singhiozzi. — Confesso che nessun vascello celeste ha gettato le ancore a Montalir, ma abbiamo altri segreti e d’altrettanto grande valore. — Io solo, che un po’ conosco i suoi modi, potevo sentire la sua tensione. Dominava Guzan con gli occhi come fa il domatore colla fiera selvaggia e nello stesso tempo parlava a Val Nira con parole gentili. — Se ho capito bene, amico, la tua Nave è naufragata su queste rive ma può essere riparata se solo tu potessi disporre di certi materiali?

— Sì, sì… ascoltatemi. — Balbettando e incespicando nelle parole al pensiero di poter rivedere ancora una volta la sua casa prima di morire, Val Nira cercò di spiegare.

Le implicazioni dottrinali di quello che egli raccontò sono così stupefacenti, addirittura pericolose, che lor signori certamente non vorranno farmi ripeter molto. Non credo però che fossero menzogne; se davvero le stelle sono tanti soli come il nostro, e ciascuna è circondata da pianeti come il nostro, questo demolisce la teoria della sfera cristallina: ma Froad, l’astrologo, quando più tardi seppe di tutto ciò, disse che non pensava che questo avesse relazione con la vera religione. Le Scritture non affermano mai, fra tante cose, che il Paradiso debba trovarsi direttamente superposto al luogo ove nacque la Figlia di Dio: questo era ritenuto soltanto in quei tempi, in cui si credeva che il nostro mondo fosse piatto. Perché mai il Paradiso non potrebbe trovarsi su quei pianeti di altri soli, ove in magnificenza vivono uomini che conoscono le arti e che possono volar di stella in stella con la medesima facilità con cui noi possiamo veleggiare da Lavre all’occidente di Alayn?

Val Nira era convinto che i nostri avi fossero giunti su questo pianeta molte migliaia di anni fa; per venire tanto lontani da ogni mondo umano, dovevano forse fuggire le conseguenze d’un crimine o d’una qualche eresia. La loro nave naufragò e i sopravvissuti ricaddero nella barbarie, e solo lentamente e per gradi i loro successori hanno riguadagnato un po’ di conoscenza. Non comprendo ove questa spiegazione possa contraddire il dogma della Caduta: piuttosto, lo amplifica. La Caduta non coinvolse l’umanità tutta, ma soltanto una piccola parte di essa, questa nostra impura discendenza; gli altri uomini hanno continuato in letizia a prosperare nei cieli.

Ancor oggi il nostro mondo si trova lontano dalle rotte commerciali del popolo del Paradiso, perché sono pochi coloro che hanno interesse a cercar nuovi mondi. Val Nira era fra questi. Aveva viaggiato per mesi e mesi, prima di capitare sul nostro pianeta, dove il castigo colpì egli pure. Qualcosa non funzionò e la sua Nave dovette calare in Ulas-Erkila, e non se ne sollevò mai più.

— Io so qual è il danno — sostenne con fervore. — Non ho dimenticato, come potrei! Non è passato giorno, in tutti questi anni, che non mi ripetessi quello che andava fatto. Un certo motore speciale, nella Nave, ha bisogno di argento vivo. — (Egli e Rovic discussero a lungo prima di mettersi d’accordo su che cosa egli intendesse con quella parola.) — Quando il motore si guastò, atterrai così duramente che i serbatoi esplosero. Tutto l’argento vivo, sia quello che stavo utilizzando, sia quello che tenevo di riserva, fuoriuscì: era in tal quantità che, in quello spazio chiuso e surriscaldato, mi avrebbe avvelenato. Allora fuggii, dimenticando di chiudere il boccaporto. Essendo il ponte inclinato, l’argento vivo se ne uscì dietro a me, e quando potei riavermi dal panico un uragano tropicale aveva spazzato via tutto il fluido metallico. Certo, fu questa malaugurata serie di incidenti la causa della mia condanna all’esilio per la vita. Sarebbe stato più sensato morire!

Afferrò la mano di Rovic, fissando il capitano che la sovrastava. Implorò: — Davvero tu puoi procurarmi l’argento vivo? Me ne basta quanto può riempire un cranio umano, solo questo, oltre a qualche piccola riparazione che posso facilmente eseguire con gli utensili della nave. Quando cominciò questo culto religioso della mia persona, dovetti cedere alcune cose che possedevo, perché i templi delle province avessero delle reliquie, ma feci attenzione di non dare mai nulla d’importante. Tutto quello di cui ho bisogno è ancora là. Un poco di argento vivo e… Dio, Dio, forse la mia sposa è ancora viva laggiù, sulla Terra!

Finalmente Guzan cominciava a comprendere la situazione. Con un gesto richiamò i due principi, che sollevarono le loro scuri e si accostarono. La porta era chiusa, ma sarebbe bastato un comando per far apparire i guardiani. Gli occhi di Rovic passarono da Val Nira a Guzan, il cui volto incupiva per la tensione. Il mio signore posò una mano sull’elsa della spada, e in nessun altro modo sembrò pensare a qualche pericolo. — Se ho ben compreso, signor mio — disse con voce tranquilla — tu vuoi che la Nave Celeste sia messa di nuovo in condizione di volare.

Guzan fu colto di sorpresa ed esclamò: — Certo, naturalmente, perché no?

— Il vostro iddio addomesticato vi lascerebbe, dunque: cosa sarebbe allora del vostro potere su Hisagazi?

— Io. — balbettò Iskilip. — Io non avrei mai pensato…

Gli occhi di Val Nira saettavano dall’uno all’altro, il suo corpo sottile tremava. — No! — esclamò. — Non potete trattenermi!

Guzan annuì. Poi senza riguardi aggiunse: — Ancora pochi anni e comunque dovrai partire con la canoa della morte. Se nel frattempo ti trattenessimo contro la tua volontà, forse tu ci daresti delle profezie false. No, sta’ tranquillo, ci procureremo la tua pietra liquida. — Gettò un’occhiata obliqua a Rovic: — Chi la fornirà?

— La mia gente — rispose il capitano. — La mia nave può facilmente giungere a Giair, dove sono popoli civili che certamente hanno l’argento vivo. Possiamo tornare nel tempo di un anno, credo.

— Insieme con una flotta di corsari, per aiutarti a impadronirti del Sacro Vascello? — domandò cupamente Guzan. — Oppure… una volta fuori dalle nostre isole… senza dirigerti verso Yurakadak, potresti proseguire fino al tuo paese, parlare alla tua Regina, e quindi ritornare con tutti i poteri che ella ti offrirebbe.

Rovic si era appoggiato a uno dei pilastri che sorreggevano il tetto e malgrado la rossa cappa, la gorgiera e le uose pareva un grosso felino pronto al balzo. La sua mano destra era sempre posata sull’elsa. — Solo Val Nira, suppongo, può far volare quella Nave — osservò quietamente. — Che importanza ha chi possa aiutarlo a compiere le riparazioni? Certo non pensi che una delle nostre nazioni possa conquistare il Paradiso!

— La Nave è molto semplice da condurre — interloquì Val Nira. — Chiunque può farla volare. Ho già mostrato a molti nobili quali leve bisogna usare. È la navigazione fra le stelle, la cosa difficile. Nessuno di questo pianeta potrebbe raggiungere il mio popolo senza aiuto, non parliamo poi di combatterlo: ma perché mai dovreste pensare di combattere? Ti ho già detto migliaia di volte, Iskilip, che gli abitatori della Via Lattea non sono pericolosi per nessuno, ma d’aiuto per chiunque. Sono talmente ricchi che non sanno nemmeno come utilizzare la loro ricchezza, e sarebbero felici di poterne impiegare per aiutare i popoli di questo mondo a progredire. — Ebbe uno sguardo ansioso, quasi disperato, per Rovic: — Progredire a fondo, voglio dire: possiamo insegnarvi le arti, darvi motori, automi, androidi che facciano per voi ogni lavoro pesante; possiamo darvi navi che volano nell’aria e che trasportano passeggeri regolarmente da una stella all’altra.

— Queste sono cose che ci hai promesso per quarant’anni — ricordò Iskilip. — Abbiamo soltanto la tua parola.

— E finalmente ora c’è la possibilità di provare la sua parola — proruppi io.

Guzan disse, con calcolata diffidenza: — Le cose non sono tanto semplici, Maestro. Io stesso ho osservato per settimane questi uomini che vengono dall’Oceano, quando sono rimasti a Yarzik. Anche se si comportano nel migliore dei modi, restano sempre un gruppo di avidi conquistatori e mi fido di loro soltanto fin dove arrivo con gli occhi. Capisco ora come proprio oggi essi ci hanno beffati. Conoscono il nostro linguaggio meglio di quel che mostrano e in più ci hanno indotti a credere che essi avessero una qualche specie di Messaggero. Se la Nave fosse messa veramente in condizioni di volare ancora, e fosse nelle loro mani, chi può dire quello che sceglierebbero di fare?

Il tono della voce di Rovic si era ancora più addolcito, quando chiese: — Che cosa proponi, Guzan?

— Possiamo parlarne un’altra volta.

Vidi le nocche che si stringevano sulle asce di pietra. Per un momento si udì soltanto il respiro affannoso di Val Nira. Guzan era immobile sotto la luce della lampada e si soffregava il mento mentre i suoi piccoli occhi neri si rivolgevano in basso pensosi. Alla fine riscuotendosi, disse: — Forse un equipaggio composto per la maggior parte di hisagaziani potrebbe condurre la tua nave, Rovic, e andare a cercare la pietra liquida. Alcuni dei tuoi uomini andrebbero con loro per istruirli, mentre gli altri resterebbero qui come ostaggi.

Il mio capitano non diede risposta alcuna. Val Nira implorò: — Non capite! Vi state accapigliando per nulla! Quando la mia gente verrà qui, non ci saranno più guerre, non più oppressioni ed essi vi salveranno da tutti questi mali. Vi saranno amici, non favoriranno nessuno. Io vi prego…