123668.fb2 Il viaggio pi? lungo - читать онлайн бесплатно полную версию книги . Страница 3

Il viaggio pi? lungo - читать онлайн бесплатно полную версию книги . Страница 3

— Basta — troncò Iskilip. Le sue parole caddero gelide. — Lasciamo che su tutto questo passi l’ala del sonno, se sarà possibile dormire dopo tante novità.

Rovic scrutò, oltre il piumaggio dell’imperatore, la faccia di Guzan. — Prima che si decida qualsiasi cosa… — Le sue dita si strinsero sull’elsa della spada finché le nocche diventarono livide. Qualche pensiero doveva essergli sopravvenuto, ma egli mantenne pacato il tono della sua voce. — Per prima cosa, voglio vedere questa nave. Possiamo andarci domani?

Iskilip era l’Imperatore, il Maestro, ma restò indeciso a muoversi nel suo paludamento di piume. Guzan assentì.

Ci salutammo e uscimmo sotto la luce di Tambur, che essendo presso alla sua fase di pienezza inondava di freddo splendore il cortile. La capanna era nell’ombra del tempio e formava un profilo nero nel quale spiccava il sottile riquadro illuminato della porta. E là era immobile il debole corpo di Val Nira, l’uomo venuto dalle stelle; egli ci seguì collo sguardo finché non scomparimmo alla vista.

Mentre discendevamo, Guzan e Rovic parlottavano in fretta. La Nave era a due giorni di marcia, nell’interno dell’isola, su per i pendii del monte Ulas. Saremmo andati a vederla tutti insieme, ma soltanto una dozzina di montaliriani avrebbe potuto venire. Più tardi avremmo discusso sulla nostra linea d’azione.

Lanterne gialle brillavano sulla poppa della nostra caravella. Rifiutando l’ospitalità di Iskilip, Rovic e io tornammo a bordo per la notte. Un lanciere di guardia alla passerella mi chiese che cosa avessimo appreso. — Domandamelo domani — dissi debolmente. — Ho le idee troppo scosse.

— Vieni nella mia cabina, amico — mi invitò il capitano — a bere qualcosa prima di ritirarci.

Dio sa quanto avessi bisogno d’un bicchier di vino. Entrammo nella stanzetta bassa, piena di strumenti nautici e di carte che mi sembravano vuote, ora che avevo visto una parte di quegli spazi dove i cartografi disegnano sirene e le divinità dei venti. Rovic si sedette dietro il suo tavolo, mi indicò una sedia di fronte a lui e da una caraffa versò del vino in due calici di cristallo intagliato. Mi resi conto come allora egli avesse in mente altri problemi momentanei, ben lontani da quello di condurre in salvo le nostre vite.

Sorseggiammo lentamente, senza parlare. Udivo i rumori delle piccole onde sullo scafo, i passi degli uomini di guardia, il lontano fragore dei marosi. Nient’altro. Infine Rovic si allungò all’indietro, fissando il rosso del vino nel bicchiere. Non riuscivo a leggere nei suoi lineamenti.

— Dunque, ragazzo — disse. — Cosa ne pensi?

— Non so che cosa pensare, signore.

— Tu e Froad siete in qualche modo preparati all’idea che le stelle siano altrettanti soli; voi siete istruiti. Per quanto mi riguarda, ho visto tante cose nella mia vita, che anche questa mi sembra credibile. Ma il resto della nostra gente…

— È un’ironia del destino, il fatto che dei barbari come Guzan si siano potuti familiarizzare con questo concetto… avendo per più di quarant’anni con loro il vecchio venuto dalle stelle a istruirli personalmente… È veramente un profeta, signore?

— Egli lo nega. Recita la parte del profeta perché deve farlo, ma è evidente che tutti i duchi e i signori di questo reame sanno che si tratta di una finzione. Iskilip è vecchio, e ormai praticamente convertito a un suo credo artificiale. Cianciava di profezie che Val Nira ha fatto molto tempo fa, vere profezie! Bah! Scherzi della memoria e dei desideri: Val Nira è umano e fallibile né più né meno di me. Noi montaliriani siamo della stessa sostanza di questi hisagaziani, anche se abbiamo imparato prima di loro l’uso dei metalli; a sua volta, la gente di Val Nira ne sa più di noi. Tuttavia sono sempre mortali, perdio, non dobbiamo dimenticarcene.

— Guzan lo sa.

— Bravo, ragazzo! — Rovic torse la bocca in su e di lato. — Guzan è furbo e in gamba. Appena siamo arrivati ha sùbito visto la possibilità di smettere di restare un piccolo signorotto nella sua isola lontana e non vorrà tralasciare questa possibilità senza battersi. Come molti simulatori, sta accusando noi di complottare proprio quello che ha in animo di fare lui.

— Ma che cosa spera?

— Io credo che voglia la Nave per sé. Val Nira ha detto che è facile farla volare. La navigazione tra le stelle sarebbe troppo difficile per altri tranne che lui, e d’altra parte nessuno con la testa a posto penserebbe di andare a fare il pirata in mezzo alla Via Lattea. Tuttavia… Se la Nave resta qui, su questa terra, e non si allontana più di un miglio dal suolo… il guerriero che la comandasse potrebbe conquistare tutto quel che vuole.

Ero senza fiato: — Davvero Guzan non tenterebbe nemmeno di cercare il Paradiso?

Rovic guardò il suo bicchiere con occhi tanto cupi da farmi comprendere che voleva restar solo. Così andai via a coricarmi nella mia cuccetta a poppa.

Il capitano si era alzato prima dell’alba e aveva cominciato a preparare gli uomini. Era giunto lentamente a una decisione, e non era piacevole; tuttavia una volta che egli sceglie una rotta difficilmente l’abbandona. Parlò a lungo con Etien, che uscì dalla cabina seriamente impaurito. Quasi per rassicurarsi il nostromo diede gli ordini che doveva con la massima durezza.

I dodici fra noi che sarebbero partiti erano Rovic, Froad, io stesso, Etien e otto marinai, ognuno munito di elmo e corazza, moschetto e spada. Dato che Guzan ci aveva detto che c’era una pista battuta fino alla Nave, preparammo sul molo un carretto di provvigioni ed Etien si occupò di controllarne il carico. Fui stupito di vedere che tutto quel che vi fu sistemato erano barili di polvere da sparo, tanti da far scricchiolare gli assi. — Ma non porteremo con noi un cannone!? — protestai.

— Ordine del comandante — replicò Etien. Mi volse la schiena. Dopo un’occhiata alla faccia di Rovic, nessuno gli avrebbe chiesto la ragione. Ricordai che si sarebbe dovuto salire su per il pendio montuoso e un carretto di polvere con una miccia accesa, lasciato piombare dall’alto sopra un gruppo di nemici, avrebbe deciso le sorti di una battaglia. Ma Rovic prevedeva già così presto un conflitto aperto?

Certo è che i suoi ordini agli uomini e agli ufficiali che sarebbero restati suggerivano proprio questo: essi infatti dovevano rimanere a bordo della Cerva d’oro, pronti a combattere o a partire.

Come il sole fu sorto, recitammo le preghiere del mattino alla Figlia di Dio e discendemmo sul molo. Il legno risuonava sotto i nostri stivali. Brume lontane andavano alla deriva sulla baia; la falce di Tambur era appesa bene in alto, e la città di Nikum era silenziosa al nostro passaggio.

Guzan ci venne incontro al tempio. Uno dei figli dell’imperatore aveva nominalmente il comando, ma il duca ignorava il giovane come facevamo noi. Essi avevano con sé un centinaio di guardie dal cranio rasato, tatuate con tempeste e draghi, coperte da corazze di scaglie ossee. Il primo sole faceva brillare le loro armi d’ossidiana. In silenzio ci guardarono mentre ci avvicinavamo, ma quando giungemmo davanti a quei ranghi disordinati, Guzan si fermò davanti a noi. Anch’egli era rivestito di cuoio e portava la spada donatagli a Yarzik da Rovic. Gocce di rugiada brillavano sulla sua acconciatura di piume. — Che cosa avete nel carro? — chiese.

— Provviste — rispose Rovic.

— Per quattro giorni?

— Rimanda indietro tutti i tuoi uomini e tientene solo dieci — rispose Rovic freddamente — e io rimanderò indietro questo carro.

Si scrutarono negli occhi. Poi Guzan si voltò e diede i suoi ordini, e così partimmo, noi pochi montaliriani circondati da guerrieri pagani. Davanti a noi si stendeva la foresta verde e soffocante che saliva fino a mezza costa sui fianchi del monte Ulas. Più su la montagna diventava spoglia e nera fino al picco nevoso che coronava il cratere fumante.

Val Nira camminava tra Rovic e Guzan. Era strano, pensavo, che quello strumento della volontà di Dio fra noi avesse una figura tanto meschina: avrebbe piuttosto dovuto marciare alto e orgoglioso, con una stella sulla fronte. Durante il giorno, la notte successiva quando ci accampammo e la nuova giornata, Rovic e Froad gli fecero molte domande sul suo luogo d’origine. Naturalmente, tutta la conversazione procedeva frammentariamente, e io non riuscii ad ascoltare tutto, anche perché dovevo fare il mio turno a spingere il carretto su per quel sentiero stretto, ripido e faticoso. Gli hisagaziani non hanno animali da tiro, e quindi fanno poco uso della ruota e non hanno delle vere strade. Tuttavia quello che potei ascoltare mi tenne sveglio a lungo.

Ah, meraviglie maggiori di quelle che s’inventarono i poeti per il Paese degli Elfi! Intiere città costruite in una sola torre alta mezzo miglio, il cielo reso tanto splendente che non esiste un vero buio al calar delle ombre, cibo che non cresce nella terra ma viene preparato nei laboratori degli alchimisti… E il più miserabile dei villici possiede in abbondanza macchine che lo servono con un’accuratezza e un’umiltà che non avrebbero mille schiavi… E hanno carri aerei che possono trasportarli a volo attorno al mondo in meno d’un giorno; hanno finestre di cristallo in cui appaiono immagini di teatro, per divertirsi nel tempo libero. Ci sono flotte mercantili che vanno da un sole all’altro, cariche della ricchezza di mille pianeti: e pure ogni vascello è senz’armi e senza scorta, perché non esistono pirati e questo reame è da lungo tempo in rapporti così eccellenti con le altre nazioni siderali che anche la guerra è completamente cessata. (Tali nazioni, a quel che sembra, in cui le razze non sono umane, sebbene capaci di esprimersi e di ragionare, sono particolarmente versate al soprannaturale, più che non il paese di Val Nira.) In questa terra felice esistono pochi delitti e, quando accadesse, il colpevole viene subito catturato con i mezzi del corpo dei supervisori, ma non viene impiccato né portato oltremare: invece la sua mente viene curata dal desiderio di violare la legge ed egli ritorna a casa a vivere come un cittadino particolarmente rispettato, perché ognuno sa che egli è ora degno di ogni fiducia. Per quanto riguarda il governo, qui io persi il filo del discorso. Credo però che si tratti formalmente di una repubblica, ma in pratica è piuttosto una compagnia di uomini generosi, scelti con un esame, che provvedono alla prosperità degli altri. Certamente, pensavo, è questo il Paradiso!

I nostri marinai ascoltavano colle bocche aperte. L’atteggiamento di Rovic era riservato, ma egli si mordicchiava incessantemente i mustacchi. Guzan, che conosceva già tutta la storia, diventava sempre più scostante nei modi. Era evidente quanto egli avesse in uggia i nostri rapporti con Val Nira e la facilità con cui afferravamo i concetti che quegli ci andava esponendo.

Noi infatti veniamo da una nazione che ha sempre incoraggiato la filosofia naturale e il progresso di ogni arte meccanica. Io stesso, nella mia breve vita, sono stato testimone, in zone povere di corsi d’acqua, dell’impianto dei moderni mulini a vento. L’orologio a pendolo fu inventato l’anno prima che io nascessi e ho letto molte descrizioni di macchine volanti con le quali non pochi uomini han cercato di spiccare il volo. Vivendo al passo con un tal vertiginoso progresso, noi montaliriani eravamo ben preparati ad accettare concetti ancora più vasti.

A notte, seduto insieme con Froad ed Etien attorno al fuoco del campo, parlai un poco di questo al saggio: — Ah — sospirò — oggi la Verità è stata davanti a me senza veli. Hai udito ciò che l’uomo delle stelle ha detto? Le tre leggi del moto planetario in un sistema solare e l’unica grande legge dell’attrazione che le spiega? Per tutti i santi, quella legge può esser concepita in una sola breve definizione, e tuttavia i suoi sviluppi terrebbero occupati i matematici per trecento anni!

Fissò il fuoco, e gli altri fuochi tutt’attorno, dove gli uomini dormivano al caldo, e l’oscurità della foresta, e il corrucciato bagliore del vulcano nel cielo. Io presi a fargli domande, ma Etien brontolò: — Piantala, ragazzo, non sai vedere quando un uomo sogna?

Io mi spostai, avvicinandomi al nostromo e gli chiesi: — Che cosa pensi di tutto questo? — Parlai a bassa voce, perché la foresta sussurrava e scricchiolava da ogni parte. — Per me, ho finito da un pezzo di pensare, io — rispose. — Dopo quel giorno sul ponte, quando il comandante ci costrinse a navigare con lui anche se avessimo dovuto raggiunger l’orlo del mondo e cadere di sotto fra le stelle… be’, sono un povero marinaio, io, e l’unica speranza che ho di tornare a casa è di seguire il comandante.

— Anche oltre il cielo?

— Meno rischi, forse, che a navigare il mondo. Quell’ometto ha raccontato che la sua Nave è sicura e che non ci sono tempeste, fra le stelle.

— E tu credi alla sua parola?

— Oh, sì. Anche un vecchio marinaio suonato come me ha visto abbastanza gente da capire quando uno è troppo timido e ha troppo bisogno d’aiuto per raccontare delle frottole. Non ho paura della gente del Paradiso, e nemmeno il capitano ne ha… Tranne che in qualche modo… — Etien si soffregò la guancia barbuta con una smorfia. — In qualche modo, io non capisco, quella gente fa paura a Rovic. Non ha paura che mettano il mondo a ferro e a fuoco… ma c’è qualcos’altro in quelli lì che lo preoccupa.

Sentii il terreno tremare, anche se leggermente. Ulas si era schiarito la voce. — Pare che stiamo stuzzicando la collera di Dio…

— No, non è questo che rimescola le idee al comandante. Non è mai stato troppo religioso. — Etien si grattò, sbadigliò sonoramente e si alzò in piedi. — Mi piace, di non essere il capitano. Lascia che pensi lui che cosa è meglio fare. E ora che tu e io ci facciamo un bel sonno.

Ma io dormii poco, quella notte.

Rovic invece riposò perfettamente: almeno credo, perché in realtà al sorgere del nuovo giorno vidi in lui una tesa stanchezza, e me ne chiesi la ragione. Pensava forse che gli hisagaziani ci sarebbero balzati addosso? I miei timori sparirono però per mancanza di fiato, perché il pendìo s’era fatto tanto ripido che il trascinarsi dietro la carretta era compito penosissimo.

Ma dimenticai la mia stanchezza quando raggiungemmo la Nave, verso sera. Dopo una salva di esclamazioni stupite, i nostri marinai restarono silenziosi, appoggiati alle loro alabarde; gli hisagaziani invece, che sono di poche parole, si prostrarono in segno di reverente timore: solo Guzan, fra loro, restò all’impiedi, e io colsi la sua espressione mentre egli fissava quella meraviglia. Era uno sguardo carico di bramosia.

Il luogo era selvaggio. Eravamo saliti oltre il limite della vegetazione e il declivio sotto di noi era un mare verde che si stemperava nell’argento dell’oceano. Ci trovavamo tra macigni neri rotolati, ceneri e tufo spugnoso. Il dosso della montagna saliva per balze, scarpate e valloni fino alle nevi e al fumo che saliva per un altro miglio nel cielo pallido e gelido.

Ed ecco la Nave, splendida.

Ricordo. In lunghezza, o piuttosto altezza, dato che era posata sulla sua coda, misurava più o meno come la nostra caravella; non dissimile nella forma dalla punta di una lancia, e dipinta d’un bianco che splendeva incorrotto dopo quarant’anni. Tutto qui, lor signori, ma le parole sono ingannatrici: che cosa possono dire di quelle curve nitide e sfuggenti, dell’iridescenza del metallo brunito, di quella cosa stupenda e gagliarda, in fremente attesa di partire? Come posso riportare qui il fascino che avvolgeva quella nave la cui chiglia aveva solcato la luce delle stelle?

Restammo immobili a lungo. La vista mi si annebbiò e mi asciugai gli occhi, adirato per essermi fatto vedere in quell’attitudine, ma poi vidi una lacrima brillare nella barba di Rovic. Il volto del capitano era assolutamente vuoto. Quando parlò, fu solo per dire, con voce atona: — Avanti, preparate il campo.