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Avverti, dietro di lei, l’avvicinarsi di due giganti. Percepì il loro respiro, il rombo basso, infinitamente minaccioso, delle loro voci mentre parlavano fra loro. Non l’avevano vista — di questo era certa, ma era soltanto questione di pochi battiti di cuore prima che ciò avvenisse. Quella porta spalancata, con la certezza della morte che l’attendeva oltre ad essa, pareva assai più preferibile al terrore dell’ignoto. Se fosse stata in gioco soltanto la sua vita, sarebbe tornata dentro ad affrontare la giusta collera del suo capo, del suo compagno e della sua tribù.
Lottando per non cader preda del panico cieco, si costrinse a una lucidità di pensiero di solito estranea alla sua stessa natura. Se avesse ceduto all’istinto, fuggendo all’impazzata davanti ai giganti che si avvicinavano, si sarebbe fatta vedere. La sua unica speranza stava nel rimanere del tutto immobile. Skreer e gli altri maschi che avevano partecipato alle incursioni nell’Interno le avevano detto che i giganti, incuranti a motivo delle loro dimensioni e della loro forza, più spesso che no non si accorgevano del Popolo, a meno che non venisse fatto qualche movimento che li tradiva.
I giganti erano molto vicini.
Girò la testa con estrema lentezza.
Adesso poteva vederli, due immense figure che galleggiavano nell’aria con tranquilla arroganza. Non l’avevano vista, e lei ebbe conferma che non si sarebbero minimamente accorti se non avesse fatto qualche movimento inconsulto che richiamasse la loro attenzione. Però, com’era difficile resistere all’impulso di rituffarsi dentro la porta che dava sul Luogo-d’Incontro, per incontrare la morte certa per mano della tribù offesa! Era ancora più difficile lasciar la presa con la quale si teneva aggrappata alla porta e fuggire — dovunque — in preda a un panico urlante.
Ma tenne duro.
I giganti passarono.
Il sordo rombare delle loro voci si perse in distanza, il loro odore acre e sgradevole, del quale aveva sentito parlare senza mai sperimentarlo prima di quel momento, si attenuò. Weena osò, ancora una volta, alzare la testa.
Nel tumulto confuso e terrorizzato dei suoi pensieri, un’idea si stagliava con terribile chiarezza. La sua unica speranza di sopravvivenza, per quanto pietosamente esile, stava nel seguire i giganti. Non c’era tempo da perdere: già udiva il clamore delle voci che uscivano dalla caverna, poiché i suoi occupanti si erano anch’essi accorti che i giganti erano passati. Lasciò la presa sull’orlo della porta e galleggiò lentamente verso l’alto.
Quando la testa di Weena entrò in improvviso contatto con qualcosa di duro, cacciò un grido. E attese per un lungo istante, gli occhi chiusi per il terrore, la morte che certamente sarebbe calata su di lei. Ma non accadde nulla. La pressione sulla cima del suo cranio non crebbe né diminuì.
Timidamente aprì gli occhi.
Fin dove poteva vedere, in entrambe le direzioni, si stendeva un’asta, o meglio una sbarra diritta. Aveva all’incirca la grossezza del suo corpo, ed era fatta, o rivestita, d’un materiale che non le era del tutto nuovo. Assomigliava alle corde che le femmine della sua specie intrecciavano con le fibre che i maschi qualche volta riportavano dal Luogo-delle-Cose-Verdi-che-Crescono, ma incomparabilmente meno rozzo e più compatto. Un tempo si era creduto che fosse il pelo dei giganti, ma adesso si presumeva che fosse prodotto da loro per qualche uso specifico.
Sui tre lati della lunghissima sbarra si spalancava il vuoto abbagliante che tanto spaventava il popolo della caverna. Sul quarto lato c’era una superficie piatta e luccicante. Weena scopri di potersi insinuare senza eccessivo sforzo tra la sbarra e questa superficie. Scopri anche che, potendo contare su questa duplice solidità sulla sua pancia e sulla schiena, riusciva a spingersi avanti con ragionevole velocità. Soltanto quando guardava su entrambi i lati sentiva tornarle le vertigini. Presto imparò a non guardare.
È difficile valutare il tempo che impiegò in questo suo viaggio in un mondo dove il tempo era senza significato. Per due volte dovette fermarsi e nutrire Shrick — timorosa che i suoi vagiti famelici tradissero la loro presenza ai giganti, o a qualcuno del Popolo che poteva, anche se la cosa appariva del tutto improbabile, averla seguita. Una volta sentì la sbarra vibrare, e s’immobilizzó sulla sua superficie opaca in preda a un abbietto terrore. Un gigante passò, spingendosi rapidamente in avanti con le due mani. Se una di quelle due mani fosse finita su Weena, sarebbe stata la fine. Per molti battiti di cuore dopo il passaggio del gigante, lei rimase accasciata e impotente, quasi incapace, perfino, di respirare.
Le parve di attraversare, nel suo viaggio, luoghi di cui aveva sentito i maschi parlare, e poteva essere senz’altro vero, ma non aveva alcun modo di controllarlo, poiché il mondo del Popolo, con le sue gallerie e le caverne, era un territorio a lei familiare, mentre il mondo dei giganti le era noto soltanto grazie alle porte attraverso le quali un coraggioso esploratore poteva penetrarvi e tornare a riferire.
Weena cominciava a provare una grande debolezza e sentiva i morsi della fame e della sete farsi più insistenti, quando l’interminabile sbarra finì per condurla in un luogo dove poté annusare l’accattivante odore del cibo. Si fermò e guardò in tutte le direzioni. Ma qui, come in ogni altro punto di quel paese alieno, la luce era troppo abbagliante per i suoi occhi non abituati. Poteva distinguere, vagamente, grandi forme che erano al di la della sua limitata comprensione. Non vide nessun gigante, né altre cose che si muovessero.
Cautamente, schiacciandosi contro la superficie della sbarra, si spostò di lato, scostandosi dall’altra superficie, liscia e lucida, a contatto della quale aveva viaggiato. La sua testa oscillò avanti e indietro, le sue sensibili narici si dilatarono. La luce troppo viva la confondeva, per cui chiuse gli occhi. Ancora una volta il suo naso cercò la fonte di quell’odore così appetitoso; la testa oscillò sempre più lentamente, finché si arrestò, puntando nella direzione giusta.
Odiava l’idea di abbandonare la relativa sicurezza che le offriva la sbarra, ma la fame prevalse infine su ogni altra considerazione. Puntò tutto il corpo nella direzione che aveva stabilito col naso, e saltò. Arrivò con un tonfo su un’altra superficie piatta. Cercò intorno con la mano libera, finché trovò una sporgenza e vi si aggrappò. Quando la sporgenza ruotò, fu quasi sul punto di lasciarla andare, colta di sopresa, poi, con sconcertante rapidità, davanti ai suoi occhi comparve una fessura che si allargò in fretta. Dietro di essa, comparve un’oscurità profonda, più che benvenuta. Weena vi scivolò dentro, grata del sollievo che le veniva offerto dopo l’abbagliante luminosità dell’Interno. Soltanto più tardi si rese conto che quella non era una porta come quelle fatte dal suo popolo nella Barriera, ma una porta diversa di proporzioni davvero gigantesche. Ma ciò che le importò, a tutta prima, fu solo quell’ombra fresca e tonificante.
Esaminò, quindi, il luogo dove si trovava.
Dalla porta, ora appena socchiusa, entrava abbastanza luce da consentirle di vedere ciò che si trovava nella caverna. Anche se era la forma sbagliata per una caverna, in verità, poiché le pareti, il pavimento e il soffitto erano perfettamente piani e regolari. All’estremità opposta, ognuno nel suo scomparto, c’erano dei globi enormi, d’una lucentezza opaca. Da essi giungeva un odore che quasi ridusse al delirio l’affamata Weena.
Ma Weena si trattenne: conosceva quell’odore. Era quello dei frammenti di cibo che erano stati portati a volte nelle caverne, strappati con furtiva astuzia alle piattaforme assassine dei giganti. Era forse anche quella una piattaforma assassina? Si lambiccò il cervello per ricordare le scarse descrizioni fatte dai maschi, di quei congegni, e decise che quella, in fin dei conti, doveva essere la Caverna-del-Cibo. Lasciò Shrick e la lancia di Sterret, e si avvicinò a uno dei globi.
Dapprima cercò di tirarlo fuori dal suo scomparto, ma parve che qualcosa lo bloccasse. Ma non importava. Schiacciando la sua faccia contro la superficie del globo, affondò i denti nella sua pelle sottile. Sotto la pelle c’erano carne e sangue… — un succo leggero, dolce, con una lieve punta d’acido. Skreer una volta le aveva promesso una porzione di quel cibo, ma quella promessa non era mai stata mantenuta. Adesso Weena aveva un’intera caverna di quel cibo tutta per lei.
Dopo essersene ingozzata, tornò indietro per prendere Shrick che adesso si lamentava facendo un gran baccano. Aveva giocato con la lancia e aveva finito per tagliarsi con la punta acuminata. Ma fu la lancia che Weena afferrò, per difendere se stessa e suo figlio, poiché una voce disse all’improvviso, comprensibile ma dallo strano accento: «Chi sei? Cosa fai nel nostro paese?».
Era uno del Popolo, un maschio. Era disarmato, altrimenti, ne fu convinta, non avrebbe fatto domande. Ma anche così, Weena seppe che il minimo rilassarsi dell’attenzione, da parte sua, l’avrebbe costretta ad affrontare un selvaggio attacco a suon di denti. Strinse più saldamente la lancia, e la girò in modo che la punta fosse rivolta contro lo sconosciuto.
«Sono Weena», dichiarò, «della tribù di Sterret».
«Della tribù di Sterret? Ma la tribù di Sessa domina le strade fra i nostri paesi».
«Io sono venuta dall’Interno. E tu chi sei?».
«Tekka. Sono del popolo di Skarro. Tu devi essere una spia».
«E avrei portato con me mio figlio?»
Tekka fissò con attenzione Shrick.
«Capisco», disse infine. «Un Diverso. Ma come hai fatto ad attraversare il paese di Sessa?»
«Non l’ho attraversato. Sono venuta fin qui dall’Interno».
Era ovvio che Tekka si rifiutava di credere alla sua storia.
«Devi venire con me da Skarro», replicò. «Giudicherà lui».
«E se io venissi?»
«Per il Diverso, la morte. Per te, non so. Abbiamo già fin troppe femmine nella nostra tribù».
«Questo vuol dire che non verrò». Agitò minacciosa la lancia.
Non avrebbe mai sfidato un maschio della propria tribù in quel modo — ma questo Tekka non era del suo popolo. E le avevano insegnato fin da piccola che perfino una femmina della tribù di Sterret era superiore a un maschio — anche se era un capo — di una qualsiasi comunità aliena.
«I giganti ti troveranno, qui». La voce di Tekka mostrava uno ostentato disinteresse. Poi, in un tono diverso: «Bella quella lancia».
«Sì. Apparteneva a Sterret. Con questa ho ferito il mio compagno. Forse è morto».
Il maschio la guardò con nuovo rispetto. Se la sua storia era vera… quella era una femmina da maneggiarsi con tutte le precauzioni. Inoltre…
«Me la daresti?».
«Sì… così». Weena fece il gesto di vibrare la lancia, con una risata cattiva. Non vi fu equivoco possibile, su ciò che intendeva.
«Non in questo modo», si affrettò ad aggiungere Tekka. «Senti, non molto tempo fa, nella nostra tribù, molte madri, due intere mani di madri con figli Diversi, sfidarono il giudice dei Neonati. Fuggirono lungo una galleria e adesso vivono laggiù, vicino al Luogo-delle-Piccole-Luci. Skarro non ha ancora condotto contro di loro una spedizione di guerra. Ebbene… non so, c’è sempre un gigante in quel posto. Può darsi che Skarro tema che un combattimento così vicino alla Barriera avverta i giganti della nostra presenza…».
«E tu mi condurresti là?».
«Sì. In cambio della lancia».
Weena restò silenziosa per molti battiti di cuore. Fintanto che non avesse voltato la schiena a Tekka sarebbe stata al sicuro. Non le venne mai in mente di lasciare che Tekka facesse quanto aveva promesso, rifiutandogli poi il pagamento. Il suo popolo era una razza semplice e schietta.
«Verrò con te», annui.
«D’accordo».