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Poi… «Sono lieta che tu l’abbia uccisa», disse Wesel. «Mi spaventava. Sono stata dentro la sua testa… e mi ci sono smarrita!» La sua voce aveva una sfumatura isterica. «Ero sperduta! Era un posto… e c’erano l’adesso e quello che sarà. E ho visto la Fine».
«Cosa hai visto?»
«Non ho visto. Ero smarrita. Tutto quello che ho visto è stata la Fine».
Senza-Pelo rimase silenzioso. La sua mente agile e viva correva veloce intorno a tutto quello che gli aveva detto la profetessa morta. Uccisore-di-Giganti, Uccisore-di-Giganti. Perfino nei suoi sogni più grandiosi non si era mai visto in quella veste. E cos’era mai quel nome: Shrick? Lo ripeté fra sé… Shrick, l’Uccisore-di-Giganti. Aveva un bel suono. Il quanto all’altra cosa, la Fine, se lui poteva uccidere i giganti, allora certamente avrebbe potuto evitare quella condanna che la sorte avrebbe elargito al Popolo. Shrick, l’Uccisore-di-Giganti…
«È un nome che preferisco a Senza-Pelo», dichiarò Wesel.
«Shrick, signore dell’Esterno. Shrick, Signore del Mondo. Shrick, l’Uccisore-di-Giganti…»
S’interruppe. Poi disse, lentamente: «Ma la Fine…»
«Varcherai quella porta quando ci arriverai».
La guerra contro il Popolo di Tekka era cominciata.
Lungo le caverne e le gallerie si riversarono le orde da incubo di Shrick. La fioca luce rivelava soltanto in parte i loro corpi sgraziati, gli arti che spuntavano dove non avrebbe dovuto essercene nessuno, teste simili a qualcosa uscito da sogni semi-dimenticati.
Erano tutti armati. Ogni maschio e ogni femmina portava una lancia, e già questa era un’innovazione sorprendente nelle guerre del Popolo, poiché il metallo tagliente, col quale venivano fatte le punte delle armi, era difficile da trovare. Era vero che un’asta del materiale con cui era fatta una Barriera poteva venir affilato, ma in una battaglia campale era più un peso che un vantaggio. Al primo colpo la punta si sarebbe rotta, lasciando il combattente con un’arma assai inferiore allo stesso armamentario naturale dei denti e degli artigli.
Il fuoco era una novità per il popolo — ed era stato Shrick a portare il fuoco. Per lunghi periodi aveva spiato i giganti nel Luogo-delle-Piccole-Luci, li aveva visti tirar fuori dalle borse delle loro pellicce piccoli congegni luccicanti, dai quali, quando una piccola sporgenza veniva premuta, usciva una minuscola fiammella luminosa. E li aveva visti portare questa luce fino all’estremità di strani bastoni bianchi che essi parevano succhiare. E l’estremità del bastone ardeva, e c’erano nuvole… simili alle nuvole che uscivano dalla bocca di quelli del Popolo in alcune delle caverne del Lontano Esterno, dove faceva molto freddo. Ma queste nuvole erano fragranti e parevano esercitare uno strano potere calmante.
Uno dei giganti aveva perduto la sua piccola fiamma lucente. L’aveva accostanta a uno dei bastoni bianchi, aveva poi fatto per riporla nella sua borsa, ma la sua mano aveva mancato l’apertura. Il gigante non se n’era accorto. Stava facendo qualcosa che attirava tutta la sua attenzione — ma per quanto avesse sforzato gli occhi e l’immaginazione, Shrick non aveva potuto vedere cos’era. C’erano strane macchine scintillanti attraverso le quali scrutava intento le Piccole Luci al di là della Barriera trasparente… oppure si trovavano all’interno della Barriera? Nessuno era mai stato capace di decidere. C’era qualcosa di vivo, là, che non era vivo e ticchettava. C’erano fogli di pelle bianca e sottile sui quali il gigante faceva dei segni neri con un bastone acuminato.
Ma Shrick perse presto interesse a quegli strani riti, che non avrebbe mai potuto sperare di capire. Tutta la sua attenzione si stava concentrando sullo scintillante bottino che stava andando molto lentamente alla deriva verso di lui, spinto da qualche occasionale vortice d’aria.
Quando parve che si sarebbe infilato con precisione dentro la porta alla quale Shrick era in attesa, virò. E Shrick, per quanto temesse quelle pseudo-vite che ronzavano e ticchettavano tutt’intorno, balzò fuori. Il gigante, impegnato in una sua qualche stregoneria, non si accorse di lui. Shrick in un attimo fu accanto al trofeo galleggiante, e se lo strinse al petto. Era più grande di quanto gli era parso, poiché era stato piccolo soltanto in rapporto alle gigantesche dimensioni del precedente proprietario. Ma non era troppo grande da non poter passare attraverso la porta della Barriera. Trionfante, Shrick lo trasportò fino alla sua caverna.
Molti furono gli esperimenti che eseguì con maldestro zelo. Per un po’, sia lui che Wesel dovettero curarsi qualche dolorosa bruciatura. Ciononostante aveva un’altra lunga lista di nuovi esperimenti da compiere in un prossimo futuro, quando incappò per caso su un impiego di quella fiamma che gli parve di molta importanza per le sue guerre.
Imitando i giganti, si era ficcato in bocca una scheggia lunga e stretta del materiale di cui era fatta la Barriera. Ne aveva poi accostato l’estremità alla piccola fiamma. Vi fu, come si era quasi aspettato, una nuvola. Ma per niente fragrante né distensiva. Accecata, e colta da un accesso di tosse, Wesel afferrò il bastoncino ardente e ne soffocò la strana vita fra le mani.
Poi… «È duro», constatò. «È duro quasi come il metallo…»
E così Shrick era divenuto il primo produttore in serie di armi che il suo mondo avesse mai conosciuto. Preparò lui stesso i primi paletti appuntiti. Gli altri, li lasciò fare a Wesel e al fedele Grosse-Orecchie. Non oso affidare quel nuovo e meraviglioso potere a nessuno che non fosse tra i suoi intimi.
L’altra innovazione di Shrick fu una completa violazione di tutte le regole delle guerra. Chiamò anche le femmine a combattere, formando la retroguardia con le più vecchie e inferme, cariche di grossi fasci di quelle nuove lance fabbricate in serie. Il Nuovo Popolo, che già da tempo si stava chiedendo perché mai il loro capo non avesse consentito di uccidere tutti coloro che erano sopravissuti alla loro utilità, ora ebbe la risposta.
Le caverne del Nuovo Popolo furono abbandonate, salvo per poche femmine che rimasero coi neonati.
E le orde di Shrick si rovesciarono attraverso le gallerie.
La guerra contro il Popolo di Tekka fu condotta con sbrigativa brutalità. Le sentinelle che occupavano gli avamposti furono massacrate senza tante cerimonie, ma fecero in tempo ad avvertire la tribù dell’attacco. Tekka andò in avanscoperta con un corpo dei suoi lancieri scelti, fiducioso che, grazie alla sua possibilità di avere accesso a quei punti dell’Interno dov’era possibile procurarsi il metallo, sarebbe stato in grado di sopraffare, grazie alla superiorità del numero e delle armi, quell’orda eterogenea.
Quando Tekka, alla fioca luce, vide quei pochi, rivelatori luccichii di metallo tra le lance ammassate di Shorick, scoppiò a ridere.
«Questo Senza-Pelo è pazzo», esclamò. «Ed io l’ucciderò con questa». Brandi la sua arma. «Sua madre me la diede molti, moltissimi nutrimenti or sono».
«Wesel è…?»
«Forse, figlio mio. Mangerai il suo cuore, te lo prometto».
E poi Shrick colpi.
La massa urlante dei suoi si precipitò lungo l’ampia galleria. Fiduciosi, i lancieri di Tekka attesero, sapendo che le armi del nemico erano buone soltanto per un colpo, e non sarebbe stato, quasi certamente, un colpo mortale.
Tekka corrugò la fronte quando valutò il numero degli attaccanti. Non potevano esserci tanti maschi nel Nuovo Popolo. Non potevano… E poi l’ondata colpi.
In un batter d’occhio la galleria divenne un unico groviglio di corpi avvinghiati in una stretta mortale. I combattimenti si scatenarono senza alcun ordine o dignità, come quelli che in passato avevano sempre contrassegnato le guerre del Popolo. E con crescente terrore Tekka si rese conto che le lance del nemico resistevano ai colpi della battaglia, almeno quanto le poche armi dalle punte metalliche.
Con lentezza, ma con slancio sempre crescente, gli attaccanti continuarono a premere ed a guadagnare impeto, lasciandosi dietro le spalle mucchi di corpi inerti. Cercando affannosamente di respirare in mezzo agli effluvi di sudore e di sangue appena versato, Tekka e le ultime delle sue guardie si trovarono respinti sempre più indietro.
Quando uno del Nuovo Popolo si trovava disarmato, era pronto a retrocedere dietro la prima linea dei suoi. E come per magia, un nuovo combattente armato compariva sempre a sostituirlo… «Usa le femmine!» gridò Trillo. «Shrick fa combattere anche le…».
Ma Tekka non rispose. Stava lottando per la sua vita contro un mostro a quattro braccia. Ogni mano di costui reggeva una lancia — e ogni lancia grondava sangue fresco. Per lunghi battiti di cuore Tekka parò i colpi dell’avversario, poi il suo sangue freddo venne meno. Urlando, voltò la schiena al nemico. Fu l’ultima cosa che fece.
I resti delle truppe da combattimento della tribù di Tekka si trovarono infine inchiodati contro una parte del loro Luogo-d’Incontro. Intorno a loro, la gente del Nuovo Popolo formava un cerchio compatto. A ringhio rispondeva ringhio. Trillo e la sua scarsa mezza dozzina di guardie sapevano che non ci sarebbe stata resa. Tutto quello che potevano fare era vender la propria vita quanto più cara possibile.
E così attesero l’inevitabile, raccogliendo le ultime riserve della loro energia in quell’ultima breve tregua, respirando affannosamente le ultime, dolci boccate d’aria che avrebbero mai più assaporato. Da dietro il muro compatto dei loro assalitori potevano udire le urla delle femmine e dei piccoli che si erano nascosti nelle loro caverne e adesso venivano braccati e massacrati. Non avrebbero mai saputo che il magnanimo Shrick stava risparmiando la maggior parte delle femmine. Shrick sperava infatti che queste producessero, per lui, altri membri del Nuovo Popolo.
E poi Shrick si fece avanti, aprendosi la strada fino alla prima linea delle sue forze. Il suo corpo liscio e nudo era illeso, salvo per le sue vecchie cicatrici della lotta contro Zanna-Grossa. E con lui c’era Wesel, non un solo pelo della sua serica pelliccia era fuori posto. E Grosse-Orecchie… ma lui, ovviamente, aveva combattuto. Con loro giunsero altri guerrieri, freschi d’energie e avidi di combattere.
«Finiteli!» ordinò Shrick.
«Aspettate!» esclamò Wesel, imperiosa. «Voglio Trillo».
Lo indicò ai guerrieri scelti che sollevarono le lance — armi sottili e leggere, inadatte al combattimento corpo a corpo. Un barlume di speranza si riaccese nel petto degli ultimi difensori.
«Adesso!»
Trillo e le sue guardie si prepararono ad affrontare l’ultimo assalto. Ma questo non giunse mai. Invece, scagliate con mira infallibile, quelle lance sottili e affilate volarono a inchiodarli orribilmente contro le pareti grige e spugnose del Luogo-d’Incontro.
Risparmiato da quel massacro finale, Trillo si guardò intorno con occhi sgranati, resi folli dal terrore. Cominciò a urlare, poi si scagliò contro Wesel che rideva. Ma Wesel scivolò tra la gente accalcata del Nuovo Popolo e scomparve. Cieco ad ogni altra cosa, fuorché all’odiata figura. Trillo cercò d’inseguirla. E il Nuovo Popolo si affollò intorno a lui, legandogli le braccia e le gambe con robuste corde, strappandogli la lancia dal pugno prima che questa facesse in tempo a dare altro sangue.
Poi il prigioniero rivide colei che era stata la sua compagna.
Senza vergogna, Wesel stava accarezzando Shrick.
«Mio Glabro», gli disse ad alta voce, «un tempo ero accoppiata a costui. Tu avrai la sua pelliccia per coprire il tuo corpo liscio». E poi: «Grosse-Orecchie! Tu sai cosa devi fare!»
Sogghignando, Grosse-Orecchie raccolse la punta affilata d’una lancia, che si era staccata. Sogghignando, si mise al lavoro. Trillo cominciò a uggiolare, poi a urlare. Shrick si sentì un po’ male. «Fermo!» esclamò. «Non è morto. Devi prima…».
«Che importanza ha?» Gli occhi di Wesel erano avidi, e la sua piccola lingua uscì fuori a leccare le labbra sottili, piegate in un sorriso. Grosse-Orecchie aveva esitato un attimo ma poi, a un suo gesto imperioso, riprese il lavoro.
«Che importanza ha?» disse di nuovo Wesel.