124669.fb2
Ma Shrick non le prestò nessuna attenzione. Continuò a calar pugnalate e a tagliare. Ma solo con estrema lentezza riuscì ad allargare il primo squarcio che aveva praticato. Se le superfici rigonfie scoppiavano sotto le sue mani, sgonfiandosi in certi punti, in altri le pareti intatte si gonfiavano ancor di più.
«Fermati!» gridò una volta ancora Wesel.
Con le sole braccia, tirandosi dietro le gambe inutili, si tirò verso il suo compagno. Lottò con lui, mentre la disperazione le dava nuovo vigore. Così lottarono per molti battiti di cuore — silenziosi, selvaggi, dimentichi di tutto ciò che ognuno dei due doveva all’altro. Eppure, forse, Wesel non lo dimenticò mai del tutto. A dispetto di tutta la sua cieca, convulsa volontà di sopravvivere, i suoi poteri telepatici non cessarono mai di funzionare del tutto. Suo malgrado lei, come sempre, condivideva la mente dell’altro. E questo fattore psicologico le dava un vantaggio che compensava la paralisi della metà inferiore del suo corpo — e allo stesso tempo le impediva di spingere questo suo vantaggio fino alla sua logica conclusione.
Ma non poté salvarlo quando le sue dita, inavvertitamente, affondarono dentro la ferita nel braccio di lui. L’urlo lacerante, da spaccare i timpani, che Shrick lanciò, era un misto di dolore e di furore, e lo spinse ad attingere a riserve di energia che Wesel non aveva mai sospettato in lui. E la mano che stringeva la punta tagliente si mosse con forza irresistibile.
Per Wesel vi fu un battito di cuore d’impossibile dolore, di dispiacere per sé e per Shrick, di rabbia cieca verso i giganti che, sia pure in modo indiretto, avevano provocato tutto questo.
E poi il battito del suo cuore tacque per sempre.
Con la morte di Wesel, il delirio lasciò Shrick.
Là, nell’oscurità, passò le sue dita sensibili nella sua forma senza vita, assurdamente sperando che vi fosse ancora un fioco barlume di vita. Invocò il suo nome, scosse il suo corpo, con crescente, disperata energia. Ma alla fine la consapevolezza che era morta s’insinuò nel suo cervello — e vi rimase.
Nella sua breve vita, Shrick aveva sperimentato molte volte quel senso di perdita, ma mai con tanta dolorosa acutezza. E la cosa peggiore era la consapevolezza che era stato lui ad ucciderla.
Cercò di scostare da sé il fardello di questa sua colpa. Si disse che sarebbe morta in ogni caso a causa delle ferite ricevute per mano dei giganti. Cercò di convincersi che, ferite o non ferite, i giganti erano direttamente responsabili della sua morte.
Ma sapeva altresì che lui era l’assassino di Wesel, proprio come sapeva che tutto ciò che gli rimaneva da fare nella vita era far pagare il fio ai negrieri del suo Popolo.
Ciò lo rese cauto.
Per molti battiti di cuore restò là, immobile, nell’oscurità più fitta, senza più osare nuovi attacchi alle pareti rigonfie della prigione. Si disse che, in qualche modo, avrebbe saputo quando i giganti avrebbero nuovamente riempito d’aria il mondo. Il modo in cui l’avrebbe saputo, non riusciva a immaginarlo. Ma la convinzione rimaneva.
E quando, alla fine, col ritorno della pressione, la materia isolante riassunse dimensioni e consistenza normali, Shrick lo interpretò come il segno che lui, ora, poteva uscire senza pericolo. Riprese, allora, a tagliare il materiale spugnoso, poi si fermò. Tornò accanto al corpo di Wesel. Mormorò il suo nome soltanto una volta, passò le mani sopra quella forma rigida e silensiosa per l’ultima carezza.
Poi, non si voltò più indietro.
E quando, alla fine, la fioca luce del Luogo-d’Incontro filtrò là dentro, Wesel era sepolta nel profondo dei pezzi del materiale spugnoso che Shrick aveva continuato a gettare dietro di sé.
L’aria aveva un sapore vivificante, dopo l’atmosfera stantia che aveva dovuto respirare là, nella prigione, riciclandola più volte. Per qualche battito di cuore, Shrick fu colto dalle vertigini, per l’improvviso aumento della pressione, giacché buona parte dell’aria della sua prigione era sfuggita prima che il tappo si gonfiasse così da chiudere ermeticamente l’ingresso. Era probabile che, se non fosse stato per l’aria liberata là dentro dall’isolante spugnoso squarciato, lui sarebbe stato asfissiato da lungo tempo.
Ma questo lui non poteva saperlo… e anche se l’avesse saputo, la cosa non l’avrebbe preoccupato granché. Era vivo, mentre Wesel e tutto il Popolo erano morti. Quando la nebbia si schiari davanti ai suoi occhi, poté vederli. I loro corpi giacevano qua e là in disordine, contorti negli spasimi dell’ultima agonia, muta testimonianza dell’orrendo potere dei giganti.
E adesso che vide tanti morti, non provò affatto il travolgente dolore che avrebbe pensato di dover sentire. Provò invece una sorta di rabbia. Rifiutandosi di ascoltare il suo avvertimento, il Popolo l’aveva privato del suo regno. Non c’era nessuno, adesso, che potesse contendergli il dominio dell’Esterno — ma senza sudditi, volenti o nolenti, l’immenso territorio sotto il suo imperio era inutile.
Con Wesel viva sarebbe stato diverso.
Cos’era che aveva detto?… e la caverna di Lunga-Pelliccia il fabbricante di lance.
Poteva ancora udire la sua voce mentre diceva… e la caverna di Lunga-Pelliccia, il fabbricante di lance.
Forse… ma c’era soltanto un modo per accertarsene.
Trovò la caverna, vide che l’ingresso era stato sigillato. Sentì nascere dentro di sé un’incontrollabile favilla di speranza. Freneticamente, coi denti e gli artigli, strappò via l’isolante spugnoso. La grande, bella lama luccicante che si era conquistato nell’Interno giaceva, ben visibile, a non più d’una dozzina di palmi dal punto in cui si stava accanendo, ma tale era la sua furia cieca e irragionevole che ignorò del tutto l’utensile in grado di rendere molto più breve la sua impresa. Infine, l’ingresso della caverna fu sgombro. Un debole grido accolse l’afflusso d’aria e di luce. Per un po’ Shrick non riuscì a vedere cosa c’era là dentro, poi avrebbe anche potuto urlare la sua delusione.
Poiché, là non c’erano né robusti maschi guerrieri, nessuna femmina fertile e vigorosa, ma due mani o giù di lì d’infanti che si agitavano debolmente. Le loro madri dovevano essersi rese conto, giusto all’ultimo momento, che lui e Wesel avevano avuto ragione, e c’era soltanto un modo di tener lontana la morte soffocante. Ma non erano state capaci di salvare anche se stesse.
Ma cresceranno, si disse Shrick. Non ci vorrà molto prima che possano reggere saldamente una lancia per il Signore dell’Esterno, e prima che le femmine possano partorire i suoi figli.
Vincendo la sua ripugnanza, li raccolse e li portò fuori. C’era un’intera mano d’infanti femmine, tutte vive, e una mano di maschi. Tre maschi erano morti. Ma Shrick seppe che, quelli che erano sopravvissuti, costituivano il nucleo d’un esercito col quale avrebbe ristabilito il suo dominio sul mondo, all’Interno come all’Esterno.
Ma prima, dovevano essere nutriti.
Ora si accorse della sua bella lama, lì vicino. L’afferrò e cominciò a tagliare a pezzi i tre maschi senza vita. L’odore del loro sangue lo constrinse ad accorgersi che anche lui era affamato. Ma soltanto quando tutti i piccoli, ora acquietati, masticarono felici, tagliò una porzione per sé.
Quand’ebbe finito, si sentì molto meglio.
Ci volle qualche tempo prima che Shrick riprendesse le sue visite nell’Interno. Doveva dedicare ogni sua cura ai meschini resti del suo Popolo, per condurli alla maturità, e inoltre non c’era nessuna necessità di depredare le scorte di cibo dei giganti. Essi stessi gli avevano fornito sostentamento in abbondanza, molto più di quanto lui fosse in grado di calcolare. Era anche conscio che sarebbe stato assai inopportuno far sì che i suoi nemici scoprissero che c’erano stati dei sopravvissuti al cataclisma che essi stessi avevano provocato. La morte soffocante… lui era sopravvissuto, sì, ma non era detto che i giganti non disponessero di qualche altra arma per completare l’opera.
Ma, col passare del tempo, crebbe in lui il desiderio di osservare ancora una volta la strana vita che si svolgeva al di là della Barriera. Adesso che aveva ucciso un gigante, provava una strana affinità con quegli esseri mostruosi. Pensava a Magro, a Forte-Voce, a Testa-Clava e al Piccolo Gigante quasi come a dei vecchi amici. A volte, con sua viva sorpresa, provava rincrescimento al pensiero di doverli uccidere tutti. Ma sapeva che soltanto in questo stava l’unica speranza di sopravvivenza per sé e il suo Popolo.
Infine, giunse il momento in cui si sentì sicuro di poter lasciare che i piccoli se la cavassero da soli. Anche se lui non fosse più tornato dall’Interno, se la sarebbero cavata. Senza-Dita, la più matura delle piccole femmine, si era già dimostrata una balia capace.
Così, Shrick vagò una volta ancora nel dedalo di caverne e gallerie che costeggiavano la Barriera. Attraverso le porte e ogni altro spioncino, studiò la vita luminosa e affascinante del Mondo Interno. Spaziò dalla Caverna-dei-Tuoni — anche se nessuno del Popolo aveva mai saputo il perché di quel nome — al Luogo-delle-Piccole-Luci. Passarono molti nutrimenti, ma non era obbligato a tornar sempre al suo magazzino di cibo, poiché i cadaveri del Popolo erano sparsi dappertutto. Era vero che cominciavano a puzzare un po’, ma come tutti quelli della sua razza. Shrick non era mai stato troppo schizzinoso.
E continuò a osservare i giganti mentre svolgevano la strana, sempre uguale attività, che riempiva la loro vita. Spesso fu molto tentato di farsi vedere e urlar loro la sua sfida. Ma quell’esibizione doveva restare nel regno dei suoi desideri, poiché lui sapeva benissimo che, in tal modo, avrebbe causato una nuova, fulminea catastrofe.
Poi, infine, si presentò l’occasione che lui aveva tanto aspettato. Era stato nel Luogo-delle-Piccole-Luci a guardare il Piccolo Gigante che svolgeva le sue misteriose e impegnative faccende. Avrebbe tanto desiderato di poterne capire il significato, di poter chiedere al Piccolo Gigante, nella sua propria lingua, cosa stava facendo, giacché, sin dalla morte di Wesel, non c’era più stato nessuno con cui fosse possibile una comunione delle menti. Sospirò, così forte che il gigante l’udì.
Questi trasalì e, perplesso, alzò gli occhi dal lavoro che stava facendo in quel momento. Shrick si ritrasse in tutta fretta nella sua galleria. Per molti battiti di cuore rimase li, sbirciando fuori di tanto in tanto. Ma l’altro era ancora sul chi vive, doveva essersi reso conto, in qualche modo, di non esser solo. E così, alla fine, Shrick se ne andò, piuttosto che correre il rischio di attirare su di sé, un’altra volta, la potente collera dei giganti.
La sua ritirata, fatta a casaccio, lo condusse a una porta usata di rado. Sull’altro lato si apriva un’immensa caverna, nella quale non c’era niente che avesse un vero interesse o valore. Qui, di regola, uno dei giganti dormiva, mentre gli altri erano impegnati in qualcuno dei loro incomprensibili passatempi.
Questa volta non udì nessun profondo brontolio di conversazione, non c’era nessun tipo di movimento. Le orecchie acute di Shrick poterono distinguere il respiro di tre diversi dormienti. Il Magro era là, la sua respirazione, come la sua persona, era scadente. Forte-Voce era forte perfino nel sonno. Testa-Calva, il capo dei giganti, respirava con tranquilla autorità.
Mentre il Piccolo Gigante, unico fra quelli del suo popolo, era vigile e sveglio nel Luogo-delle-Piccole-Luci.
Shrick seppe che sarebbe stato adesso, o mai più. Qualunque tentativo di affrontare i giganti uno per volta avrebbe certo portato la grande luce rovente presagita da Tre-Occhi; adesso, invece, con un po’ di fortuna, lui avrebbe potuto affrontare i tre dormienti, e poi aspettare in agguato il Piccolo Gigante.
E costui, colto di sorpresa, senza nessun sospetto, sarebbe stato una vittima non impossibile, anche affrontato da sveglio, come Pancia-Grassa.
Eppure — non voleva farlo.
Non era paura; era sempre quell’indefinibile sensazione di affinità, la consapevolezza che, malgrado tutte le immense disparità fisiche, i Giganti e il Popolo erano un tutt’uno. Giacché la storia dell’Uomo, anche se Shrick questo non poteva saperlo, è la storia di un animale che accende il fuoco e si serve di utensili.
Poi, Shrick si costrinse a ricordare Wesel e Grosse-Orecchie, e lo sterminio in massa di quasi tutta la sua razza. Ricordò le parole di Tre-Occhi: Ma questo ti posso dire, il Popolo è condannato. Niente che tu o loro possiate fare li salverà. Ma tu ucciderai coloro che ci uccideranno, e questo è bene.
Ma tu ucciderai coloro che ci uccideranno…
Ma se uccidessi tutti i giganti, prima che uccidano noi, pensò, allora il mondo, tutto il mondo, apparterrà al Popolo…
Ma continuò a trattenersi.
Soltanto quando il Magro, che doveva essere in preda a un brutto sogno, bofonchiò qualcosa e si agitò nel sonno, Shrick uscì fuori dalla sua porta. Teneva stretta in entrambe le mani la lama luccicante e affilata con cui aveva trucidato Pancia-Grassa. Si lanciò addosso all’inquieto dormiente. La sua arma tagliò soltanto una volta — quella scena, quanto l’aveva vista e rivista nella sua mente! — e per il Magro il brutto sogno ebbe termine.