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— La prima e l’unica, Paul. Mi dispiace che tu sia seccato.
— Bene, senti, prova a considerare le cose da questo punto di vista: Tu sei una specie di leggenda vivente, vali troppo, sotto molti aspetti, per mettere a repentaglio con leggerezza la tua incolumità… Ma dimmi, come va il libro?
— Sto terminandolo, Paul. L’editore ne è soddisfatto.
— Bene!
— Non so se sia soddisfatto per il libro in sé o perché prevede di venderne molte copie in quanto l’autore è un robot.
— Be’, sai, è umano…
— Ma a me non dispiace. Basta che lo venda e mi faccia guadagnare, perché ho bisogno di denaro.
— La nonna ti ha lasciato…
— È stata molto generosa e io non voglio più contare sull’aiuto della famiglia. Conto invece sulla percentuale delle vendite del libro per poter fare il prossimo passo.
— Di cosa si tratta?
— Voglio parlare col direttore generale della U.S. Robot e Uomini Meccanici. Ho cercato di fissare un appuntamento, ma inutilmente. Ma dal momento che si sono rifiutati di collaborare con me alla stesura del libro, questo loro atteggiamento non mi stupisce.
Paul si mise a ridere. — Se ti aspetti della collaborazione sei un illuso. Si sono rifiutati perfino di dare il loro appoggio quando abbiamo lottato per i diritti dei robot. Anzi, erano palesemente ostili. Secondo loro, se un robot gode di qualche diritto, la gente non vorrà più comprarne.
— Però, se provaste a telefonare voi, potreste riuscire a combinarmi un appuntamento.
— Non credere che sia ben visto da quella gente, Andrew.
— Però voi potreste far capire che, se accettano di vedermi, lo studio Feingold e Martin rinuncerà a lanciare un’altra campagna in favore di un’altra legge più favorevole ai robot.
— Ma questa non è una bugia, Andrew?
— Si, e io non posso mentire. Quindi dovete telefonare voi.
— Ah, tu non puoi mentire, ma mi sproni a farlo, eh? Diventi sempre più umano, Andrew.
La cosa non fu facile, ma il nome Martin aveva molto peso e alla fine Paul riuscì nell’intento.
E quando l’accordo fu concluso, Harley Smythe-Robertson, che, per parte di madre, discendeva dal fondatore dell’azienda, e aveva aggiunto il cognome della madre a quello paterno proprio per questo, aveva un’aria molto turbata. Gli mancava poco per andare in pensione e durante la sua presidenza si era quasi totalmente occupato dei diritti dei robot. Aveva i capelli grigi e radi appiccicati al cranio, la faccia priva di trucco e lanciava di tanto in tanto a Andrew qualche rapida occhiata ostile.
— Signore — disse Andrew, — circa un secolo fa un certo Merton Mansky, che lavorava qui, mi spiegò che le regole matematiche che sono alla base dei circuiti positronici sono troppo complicate per consentire soluzioni che non siano approssimative, e che di conseguenza le mie capacità non erano del tutto prevedibili.
— Questo avveniva un secolo fa — Smythe-Robertson esitò prima di aggiungere con voce glaciale: signore. — Ma adesso le cose sono cambiate. I nostri robot sono costruiti in modo da essere in grado di svolgere unicamente le mansioni previste.
— Certo — intervenne Paul che aveva voluto essere presente per avere la certezza che la ditta, come diceva lui, «non barasse». — Col risultato che il mio segretario s’inceppa tutte le volte che dovrebbe fornire una prestazione sia pur lievemente diversa dalle solite.
— Sarebbe peggio se improvvisasse — disse Smythe-Robertson.
— Allora non fabbricate più robot come me che siano versatili e adattabili?
— No.
— Le ricerche che ho svolto mentre scrivevo il mio libro mi hanno rivelato che io sono il più anziano robot ancora in attività — disse Andrew.
— E nessuno vi toglierà questo primato, in quanto ora i robot sono fatti in modo da durare al massimo venticinque anni. Poi vengono ritirati e sostituiti con nuovi modelli.
— Nessuno dei robot costruiti ora è in grado di funzionare dopo venticinque anni? — ripeté con aria soddisfatta Paul. — Allora, sotto questo aspetto Andrew è eccezionale.
Cogliendo la palla al balzo, Andrew disse: — Essendo il più vecchio e il più versatile robot esistente al mondo non sono abbastanza eccezionale perché l’azienda mi riserbi un trattamento speciale?
— Per niente — rispose Smythe-Robertson, raggelandosi. — Anzi, la vostra originalità è d’imbarazzo all’azienda. Se invece di esser stato venduto, per non so quale errore o disguido, foste stato noleggiato come avviene per gli altri, sareste stato sostituito da un pezzo.
— Qui vi volevo — lo interruppe Andrew. — Io sono un robot libero, padrone di me stesso. E sono venuto a chiedervi di essere sostituito. È una cosa che si può fare solo col consenso del proprietario. Oggi, grazie al noleggio, lo mettete come clausola nel contratto, ma ai miei tempi non succedeva.
La faccia di Smythe-Robertson tradiva sorpresa e perplessità, e per un momento regnò il silenzio. Andrev si ritrovò a fissare l’olografia sulla parete. Era la maschera mortuaria di Susan Calvin, la santa patrona dei robotisti, morta ormai da duecento anni, ma che Andrew aveva imparato a conoscere bene nel corso delle ricerche svolte per scrivere il suo libro.
— Com’è possibile che sostituisca voi per voi? — disse alla fine Smythe-Robertson. — Se devo sostituirvi come robot, come posso consegnare a voi, in qualità di proprietario, il nuovo robot, dato che al momento della sostituzione avrete cessato di esistere? — e concluse la tirata con un sorriso torvo.
— Non è una cosa impossibile — disse Paul. — La sede della personalità di Andrew si trova nel suo cervello positronico, che è l’unica parte che non si può sostituire senza creare con questo un nuovo robot. Il proprietario, quindi, se consideriamo tale Andrew, è il cervello positronico. Tutte le altre parti del corpo possono venire rimpiazzate senza alterare la personalità del robot e dipendono tutte dal cervello. Andrew, sarebbe meglio dire che vuoi fornire al tuo cervello un nuovo corpo.
— Proprio cosi — ammise con calma Andrew. E a Smythe-Robertson: — Voi avete fabbricato androidi, non è vero? Robot dotati in tutto e per tutto di apparenza umana, anche nella composizione della pelle?
— Sì — rispose Smythe-Robertson. — E funzionano perfettamente con la loro pelle e i loro tendini sintetici. Non hanno alcuna componente metallica, salvo che nel cervello, ma sono solidi e resistenti come i robot di metallo. Anzi, di più, dato che pesano meno.
— Non lo sapevo — disse Paul, interessato. — Quanti ce ne sono sul mercato?
— Nessuno. Sono molto più costosi dei modelli in metallo, e inoltre sembrano troppo umani perché il comitato di sorveglianza ne permetta la diffusione.
— Ma non c’è divieto di fabbricazione, suppongo — disse Andrew. — Vi prego quindi di sostituirmi con un robot organico, un androide.
— Santo cielo! — esclamò Paul, sorpreso.
— Impossibile — dichiarò Smythe-Robertson, irrigidendosi.
— Perché impossibile? — ribatté Andrew. — Sono disposto a pagare qualsiasi somma, nei limiti del ragionevole.
— Non fabbrichiamo più androidi — disse Smythe-Robertson.
— Dite piuttosto che non ritenete utile fabbricarli — lo corresse Paul. — La cosa è diversa.
— Nondimeno la fabbricazione di androidi è contraria alle idee politiche vigenti.
— Nessuna legge la proibisce — obiettò Paul.
— Ho detto che non ne fabbrichiamo né abbiamo intenzione di farlo.
Paul si schiarì la voce. — Signor Smythe-Robertson — disse. — Andrew è un robot libero tutelato dalla legge sui diritti dei robot. Ve ne rendete conto?