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Ci volle tempo, ma ad Andrew il tempo non mancava, e innanzitutto non voleva intraprendere nessuna azione prima che Paul non fosse morto in pace.
Con la morte del pronipote del Signore, Andrew si sentì ancora più esposto a un mondo ostile e proprio per questo più che mai deciso a continuare sulla strada che aveva scelto da tanto tempo.
Tuttavia non era completamente solo. Se era morto un socio, lo studio Feingold e Martin continuava a esistere, in quanto un’azienda non muore più di quanto non muoiano i robot. Lo studio aveva le proprie direttive che seguiva senza scostarsene. Grazie al fido in banca e attraverso lo studio legale che si occupava del suo patrimonio, Andrew continuò a godere di una notevole agiatezza. In cambio della lauta parcella che incassava ogni anno, lo studio Feingold e Martin si occupò degli aspetti legali della nuova camera di combustione.
Quando venne il momento di andare alla U.S. Robot, Andrew vi si recò da solo. C’era andato una volta col Signore e un’altra con Paul. Questa, la terza, andò solo e aveva un aspetto umano.
La U. S. Robot era cambiata. L’impianto di produzione era stato trasferito su una grande stazione spaziale, ed era progredita al punto da avere affiliato numerose altre fabbriche, in cui lavoravano operai robot. La Terra si era trasformata in un immenso parco, con una popolazione fissa di un miliardo di abitanti e circa trecento milioni di robot dotati di cervello indipendente.
Il Direttore delle Ricerche era Alvin Magdescu, bruno di carnagione e di capelli, con una barbetta a punta e nudo dalla vita in su, come voleva la moda, eccezion fatta per una fascia intorno al petto. Andrew invece vestiva alla moda di qualche decennio prima, ed era completamente coperto.
— Vi conosco di fama — disse Magdescu — e sono davvero contento di vedervi. Siete il nostro prodotto più conosciuto ed è un vero peccato che Smythe-Robertson sia stato così ostile nei vostri confronti. Chissà quante cose avremmo potuto fare, con voi.
— Potete ancora — disse Andrew.
— No, non credo. I tempi sono cambiati. Abbiamo avuto per circa un secolo robot sulla Terra, ma adesso si comincia a sfollarli nello spazio e quelli che resteranno sulla Terra non avranno più un cervello individuale.
— Ma ci sono io, e io rimango sulla Terra.
— È vero, ma ormai non avete più niente del robot, nemmeno nell’aspetto. Cosa desiderate da noi?
— Voglio essere ancora meno robot. Dal momento che dispongo di un corpo organico, voglio anche una fonte di energia organica. Ho qui il progetto…
Magdescu lo prese e si mise a sfogliarlo in fretta, ma via via che andava avanti la sua attenzione si concentrò, e a un dato punto disse, vivamente interessato: — Sapete che è molto ingegnoso? Chi l’ha ideato?
— Io — rispose Andrew.
Magdescu gli scoccò un’occhiata tagliente, e poi disse: — Bisognerebbe revisionare a fondo il vostro corpo e si tratterebbe di un esame sperimentale, in quanto non è mai stato fatto. Può essere rischioso. Per me, fareste bene a restare così come siete.
Anche se l’espressione del viso non poteva cambiare, Andrew tradi la propria impazienza col tono della voce: — Dottor Magdescu — disse — non avete capito. Non avete scelta: dovete accontentarmi. Se congegni come quello che ho progettato possono adattarsi al mio corpo, andranno bene anche al corpo umano. La tecnica di sostituire organi logori o malati con protesi per allungare la vita umana è già molto progredita, e non esistono congegni migliori di quelli che ho progettato e sto progettando.
«Li ho fatti brevettare, e lo studio Feingold e Martin si occupa della tutela dei miei brevetti. Siamo in grado di passare da soli alla produzione delle protesi, la cui meta finale è la creazione di esseri umani dotati delle principali proprietà dei robot. La vostra azienda potrebbe risentire della concorrenza.
«Se invece collaborate con me e acconsentite a farlo anche per l’avvenire, vi cederemo l’uso dei brevetti e il controllo della tecnica per la fabbricazione di protesi tanto per i robot quanto per gli esseri umani. Naturalmente la concessione avverrà solo dopo il primo intervento e solo nel caso che abbia avuto esito favorevole». Andrew, nel porre queste condizioni con voce dura e decisa a un essere umano, non si sentiva per nulla influenzato dalle inibizioni della Prima Legge. Aveva imparato che, alla lunga, quella che poteva inizialmente sembrare crudeltà si risolveva invece in un bene.
Magdescu era sbalordito. — Non sta a me decidere una cosa di questa portata. Deve discuterne il consiglio direttivo, e ci vorrà del tempo.
— Posso aspettare per un periodo ragionevole — disse Andrew. — Ragionevole, ho detto — e pensò soddisfatto che nemmeno Paul avrebbe potuto fare di meglio.
L’attesa fu, come aveva richiesto Andrew, ragionevole, e l’intervento si risolse in un successo.
— Ero contrario, Andrew — disse Magdescu — ma non per i motivi che forse supponete voi. Sarei stato favorevole se l’intervento avesse dovuto essere effettuato su qualcun altro. Mi terrorizzava l’idea di mettere a repentaglio il vostro cervello positronico. Adesso che i circuiti positronici sono collegati a circuiti nervosi simulati, sarebbe difficile salvare il cervello se il corpo cessasse di funzionare.
— Avevo fiducia nell’abilità dei tecnici della U. S. Robot — disse Andrew. — E adesso posso mangiare.
— Be’, potete assorbire dell’olio d’oliva. E occorrerà di tanto in tanto ripulire la camera di combustione, come vi è stato spiegato. Non sarà una cosa piacevole, credo.
— Forse, se non pensassi di migliorare. Non è impossibile che riesca a farlo da solo. Inoltre sto studiando un congegno capace di trattare alimenti solidi con parti non combustibili… cibo indigesto, per dirla in parole povere… che andranno eliminate.
— Allora bisognerà provvedervi di un’apertura per l’espulsione.
— Come nel corpo umano.
— Già. E che altro vorreste?
— Tutto.
— Anche gli organi genitali?
— Sì, se si adatteranno ai miei progetti. Il mio corpo è come una tela grezza su cui voglio creare un quadro che rappresenti…
Magdescu aspettò che finisse la frase, ma poiché Andrew taceva, la completò per lui: — Un uomo?
— Vedremo — disse Andrew.
— È un progetto molto ambizioso, Andrew. Però voi ora siete molto migliore di un essere umano. Optando per la vita organica optate per il peggio.
— Finora il mio cervello non ne ha sofferto.
— No, su questo potete stare sicuro. Ma perché tentare ancora la sorte? Siete l’inventore di protesi miracolose che vi hanno reso ricco e famoso… così come siete. Che bisogno c’è di cambiare?
Andrew non rispose.
Grazie alle sue invenzioni divenne famoso, fu eletto membro di parecchie importanti organizzazioni scientifiche, una delle quali si occupava della nuova scienza da lui creata, quella che lui aveva chiamato robo-biologia e che poi venne definita protesiologia.
Nel centocinquantesimo anniversario della sua costruzione, la U. S. Robot diede un pranzo in suo onore, e se Andrew notò l’ironia della cosa se lo tenne per sé.
Alvin Magdescu, che era andato in pensione, volle presenziare al banchetto. Aveva novantaquattro anni e se era vivo lo doveva alle numerose protesi che, fra l’altro, avevano sostituito il fegato e i reni malati. Il pranzo culminò col discorso di Magdescu, che alla fine sollevò il calice per brindare «Al centocinquantenne robot».
Andrew disponeva ora di nervi facciali capaci di conferirgli le espressioni corrispondenti ai diversi sentimenti, ma per tutta la durata del banchetto si mantenne solennemente impassibile. Non gli andava l’idea di essere un robot centocinquantenne.
Fu la protesiologia che indusse Andrew a lasciare la Terra. Nei decenni successivi alla celebrazione del centocinquantenario, la Luna era diventata un mondo più terrestre della Terra sotto tutti gli aspetti, salvo per l’attrazione gravitazionale inferiore e per la popolazione che si addensava nelle città sotterranee.
Dotato di protesi che gli consentivano di muoversi agevolmente in quell’ambiente di gravità inferiore, Andrew rimase anni sulla Luna a lavorare con gli scienziati locali per eseguire i necessari adattamenti, e, nei momenti liberi, passeggiava fra la popolazione robotica che lo trattava con l’ossequio riservato dai robot agli esseri umani.
Tornò sulla Terra, che gli parve monotona e tranquilla in confronto, e andò allo studio Feingold e Martin per dire che era tornato.
L’attuale capo dello studio, Simon DeLong, era sorpreso. — Ci avevano preavvisato del vostro ritorno, Andrew — (per poco non gli scappò detto «signor Martin») — ma vi aspettavamo solo la settimana prossima.
— Non vedevo l’ora di tornare — disse brusco Andrew che voleva venire subito al dunque. — Sulla Luna, Simon, dirigevo un gruppo di venti scienziati, tutti uomini, che ubbidivano senza riserve ai miei ordini. I robot lunari mi consideravano alla stregua di un essere umano. E allora perché non sono un essere umano?
DeLong lo guardò con diffidenza. — Mio caro Andrew — disse, — avete appena detto che sia gli uomini sia i robot vi trattano come un essere umano. Quindi, de facto lo siete.
— Esserlo de facto non basta. Io voglio diventare legalmente un essere umano. Voglio esserlo de jure.
— Questo è un altro paio di maniche — disse DeLong. — Urterebbe contro i pregiudizi umani e contro il fatto indubbio che sebbene voi siate in apparenza un essere umano, in realtà non lo siete.