125204.fb2 Nessuna tregua con i re - читать онлайн бесплатно полную версию книги . Страница 4

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— Non c’è proprio nessuno.

— Come?

— Il Forte è vuoto, e anche il villaggio. Non c’è anima viva.

— Ma… ma… — Jacobsen si trattenne. — Vada avanti.

— Abbiamo analizzato a fondo tutti i segni rimasti e ne abbiamo dedotto che i non combattenti fossero partiti già da tempo, con le slitte e gli sci, verso qualche caposaldo del Nord. Contemporaneamente, gli uomini hanno trasferito il materiale, fatta eccezione per quello che si sono portati via in ultimo. Il reggimento, con le unità d’appoggio e l’artiglieria, è partito da tre o quattro giorni, diretto verso valle, a Ovest-Nordovest, almeno così ci è parso.

Jacobsen emise un suono strozzato.

— Dove sono andati?

Una folata di vento colpì in volto Danielis e arruffò le criniere dei cavalli. Dietro di loro si udivano gli stivali sguazzare nel fango, le ruote stridere, i motori borbottare, e i conduttori dei muli urlavano e facevano schioccare le fruste. Ma a Danielis pareva tutto tanto distante. I suoi occhi erano concentrati su una carta geografica che cancellava tutto il resto del mondo.

L’esercito dei lealisti si era battuto con rabbia durante tutto l’inverno, dalle Trinity Alps a Puget Sound. Brodsky era arrivato fino a Monte Rainer, troppo fortificato per essere espugnato in fretta, dove gli era stata messa a disposizione la stazione radio. I padroni e le tribù indipendenti si erano armati per difendere i loro privilegi locali e avevano dalla loro parte anche i loro protetti, dato che nelle campagne era molto forte il senso della fedeltà. Persino il Canada Occidentale li appoggiava con aiuti non del tutto clandestini, temendo ciò che Fallon avrebbe fatto non appena avutane l’occasione.

L’esercito nazionale però era più forte e più organizzato, inoltre lottava per un ideale ben preciso. O’Donnel, comandante in capo, aveva ideato una sua strategia: concentrare i lealisti in pochi punti, superare ogni resistenza, ripristinare l’ordine e formare delle basi nella regione, quindi passare altrove. E ce l’aveva fatta. Ora il governo aveva il controllo di tutta la costa e la marina vigilava sui canadesi a Vancouver e sulle rotte commerciali delle Hawai, sulla parte nord del vecchio stato di Washington e sulla valle di Columbia.

I ribelli rimasti non avevano più contatti tra di loro, sparsi com’erano tra le montagne, le foreste e i deserti. L’esercito dei lealisti sconfiggeva il nemico tagliandogli i rifornimenti e facendo cadere le proprietà terriere una dopo l’altra. Solo il Comando della Sierra di Cruikshank dava motivi di preoccupazione. Era un vero e proprio esercito, guidato da uomini esperti e la spedizione contro Fort Nakamura si era presentata particolarmente difficile.

Eppure adesso i Sassi Rotolanti erano partiti senza combattere e ciò voleva dire che se ne erano andati anche i Leopardi. Non si può tenere in tensione un cavo senza l’àncora…

— Giù nelle valli — disse Danielis mentre nelle orecchie gli riecheggiava assurdamente la voce di Laura: Giù nella valle, nella valle fonda.

— Per Giuda! — esclamò il maggiore — non è possibile, ne saremmo stati informati. — Anche l’indiano grugnì, come se fosse stato colpito al ventre.

Per sentire il vento, china il tuo capo biondo. Il vento sibilava tra le rocce gelide.

— Le piste delle foreste sono innumerevoli — spiegò Danielis. — La fanteria e la cavalleria, conoscendo bene le zone, se ne sarebbero potute servire. I Leopardi, poi, le conoscono a menadito. I mezzi pesanti sono difficili da trasportare, ci vuole tempo, ma potrebbero facilmente aggirarci e tornare a Forty e Fifty e avere la meglio su di noi se facciamo tanto da inseguirli. Temo proprio che siamo in trappola.

— Il versante orientale… — suggerì Jacobsen stordito.

— Per quale motivo? Per occupare una parte di brughiera che non serve a nessuno? No. Siamo bloccati qui finché loro non avranno terminato di spiegarsi sull’altipiano. — Danielis strinse il corno della sella fino a sbiancare le nocche delle mani. — Potrei sbagliare, ma qua c’è lo zampino di Mackenzie. È il suo stile, senza dubbio.

— Ma allora sono tra noi e Frisco, a breve distanza dal grosso dei nostri a Nord…

Tra me e Laura, pensò Danielis. Poi disse a voce alta: — Maggiore, propongo di impadronirci del comando e di servirsi della radio. — Trovò dentro di sé la forza di alzare la testa. Il vento lo colpì agli occhi. — Per noi non sarà necessariamente la fine, anzi, sarà meglio batterli all’aperto, una volta preso il contatto con loro.

Le rose amano il sole, la rugiada le violee gli angeli lo sanno che t’amo più del Sole.

Le piogge che dominavano l’inverno dei bassopiani californiani erano al termine. Mackenzie procedeva nella lussureggiante vegetazione di un’autostrada del Nord il cui piano asfaltato riecheggiava sotto gli zoccoli dei cavalli. Ai bordi della strada gli eucalipti e le querce esplodevano di nuove foglie. Dietro di essi si allargava a vista d’occhio una scacchiera di campi coltivati e di vigne che andavano sfumando verso le colline più o meno alte e distanti. Non si vedevano più le case dei proprietari terrieri che, fino a pochi chilometri prima, avevano dominato il paesaggio sparse qua e là. Adesso si trovavano nelle terre degli Espisti di St. Helena. A destra, dietro le montagne, le nuvole si ammucchiavano candide. L’aria profumava di verde e delle zolle rivoltate da poco.

Alle spalle di Mackenzie, i Sassi Rotolanti facevano tremare e riecheggiare la terra dell’autostrada. Tremila stivali battevano all’unisono con un fragore infernale portandosi dietro i cannoni e i carri. Pur non temendo attacchi improvvisi i cavalleggeri avanzavano sparsi qua e là. Il sole faceva luccicare gli elmi e le lance.

Mackenzie guardava fisso in avanti. In mezzo agli alberi sottili come piume, in un mare di fiori bianchi e rosati si distinguevano dei muri color ambra e dei tetti rossi. Era una comunità di parecchie migliaia di persone. Sentì tendersi i muscoli dell’addome.

— Secondo te ci possiamo fidare? — chiese per l’ennesima volta. — Abbiamo solo avuto dei contatti via radio.

Speyer, al suo fianco, annuì.

— Credo che siano sinceri e che si comporteranno bene con i nostri ragazzi. Del resto gli Espisti sono contrari alla violenza.

— È vero, ma in caso di un combattimento… Per ora i seguaci non sono molti, perché l’Ordine è stato fondato da poco, ma in un raduno di massa ci sarà sicuramente qualcuno esperto della loro maledetta Psionica. Non vorrei proprio veder esplodere i miei uomini in aria o qualche altro orrore simile.

Speyer lo guardò di traverso.

— Hai paura di loro, Jimbo?

— Ma niente affatto! — esclamò Mackenzie domandandosi dentro di sé se avesse detto la verità. — Non mi sono neppure simpatici, però.

— Fanno del bene, soprattutto ai poveri.

— Non discuto. Ma ogni capo rispettabile deve provvedere da solo a queste cose e anche noi abbiamo chiese e ospedali. Però non mi sembra giusto che solo per il fatto di essere caritatevoli, e non fanno fatica con tutto quello che guadagnano, sia loro permesso di crescere gli orfani e i ragazzi poveri in modo tale da renderli incapaci di vivere altrove.

— Sai perfettamente che lo fanno per indirizzarli verso la cosiddetta frontiera interiore… che è del tutto estranea alla civiltà americana. A dire il vero li invidio, a parte certi poteri straordinari.

— Tu li invidi? — Mackenzie fissò l’amico stupefatto.

Le rughe sul viso di Speyer si accentuarono.

— Quest’inverno ho ammazzato molti miei connazionali — spiegò il maggiore a bassa voce. — I miei cari sono sfollati nel villaggio del forte di Monte Lassen e ci siamo salutati con la consapevolezza che forse non ci saremmo più rivisti. Avevo già ucciso molti uomini che non mi avevano fatto niente. — Sospirò. — Ecco perché mi domando spesso cosa voglia dire conoscere la pace dentro e intorno a me.

Mackenzie cercò di allontanare il pensiero di Laura e di Tom.

— Comunque — continuò Speyer — noi diffidiamo degli Espisti perché ci sono estranei e potrebbero far sparire la concezione di vita nella quale siamo cresciuti. Sai, a Sacramento sono andato al laboratorio di ricerca dell’Università a curiosare. Cose da non credere! Si poteva essere certi di avere a che fare con la stregoneria. Succedevano delle cose molto più strane che la lettura del pensiero o gli spostamenti degli oggetti con la mente. In realtà sono solo delle nuove meraviglie e noi due ci sguazzeremo dentro.

“È un laboratorio scientifico, dove si lavora con la chimica, l’elettronica, le particelle subvirali… tutte cose che un americano colto vede bene nel suo mondo. Ma l’unità mistica della creazione… non fa per noi. Potremmo accettarla solo rinunciando a tutto quello in cui abbiamo sempre creduto e alla nostra età, Jimbo, è troppo difficile accettare di distruggere le proprie convinzioni per riniziare da capo.”

— Può essere. — Mackenzie si era distratto. Ormai erano quasi arrivati.

Si voltò verso il capitano Hulse, alle sue spalle.

— Noi andiamo — disse. — Saluti da parte mia il colonnello Yamaguchi e lo incarichi di assumere il comando fino al nostro ritorno. In casi sospetti faccia pure come gli parrà opportuno.

— Signorsì. — Hulse fece il saluto e si voltò. Non era necessario che Mackenzie ripetesse gli ordini già stabiliti, ma il rituale aveva enorme importanza e lui lo sapeva. Al trotto sul cavallo sauro sentì alle sue spalle i sergenti che gridavano le disposizioni ai vari plotoni e le trombe che risuonavano gli ordini.

Speyer gli tenne dietro alla stessa andatura. Era stato Mackenzie a insistere per averlo con lui all’incontro. Sapeva di non avere la presenza di spirito di un Espista d’alto livello, e sperava in Phil.

Anche se non è una questione di diplomazia, almeno lo spero. Cercò di concentrarsi sul presente: ascoltò il ritmo degli zoccoli e gli scricchiolii della cintura che teneva ferma la sciabola, seguì l’alterno movimento della sella sotto di lui e l’ondulazione dei muscoli del cavallo, sentì l’odore pulito dell’animale… finché si rese conto che era proprio quello che consigliavano gli Espisti.

Le comunità non avevano mai delle mura di cinta intorno, come avveniva invece nella maggior parte delle città e delle stazioni dei padroni. Lasciata l’autostrada, i due ufficiali si inoltrarono in una via fiancheggiata da colonnati, fra i quali si aprivano delle stradine laterali. Non era un insediamento molto esteso. Secondo la consuetudine dell’Ordine, che aveva generato diffidenze e barzellette sconce, era composto da diversi gruppi detti sodalizi o superfamiglie che vivevano insieme. Per Speyer, comunque, tali gruppi non erano più immorali del resto degli uomini. Il loro scopo era quello di prendere le distanze dalla possessività e dall’egoismo per crescere i figli in un cerchio più vasto che il singolo nucleo famigliare.

Centinaia di bambini, usciti sotto i portici, guardavano stupefatti. Parevano sani e, fatta eccezione per la paura dei nuovi arrivati, felici. Ma erano tanto solenni, pensò Mackenzie, vestiti tutti con identiche vesti azzurre. Gli adulti in mezzo a loro erano impassibili. Tutti erano tornati dai campi una volta visto il reggimento che si avvicinava e stavano in un silenzio impenetrabile. Mackenzie sentì il sudore scorrergli lungo le costole e, arrivato nella piazza centrale, faticò a respirare.

Nel mezzo gorgogliava una fontana simile a un fiore di loto circondata da alberi frondosi. Tre lati della piazza erano chiusi da edifici imponenti, certo dei magazzini, mentre sul quarto si ergeva una specie di tempio sovrastato da una cupola decorativa. Doveva trattarsi del Quartier Generale, sede delle riunioni. Sei uomini vestiti d’azzurro stavano seduti sui gradini antistanti: cinque erano robusti ragazzi, l’altro era una persona di mezz’età con il simbolo Yang-Yin al petto. Sembrava dominato da una calma imperturbabile.

Mackenzie e Speyer tirarono le redini, quindi il colonnello fece un fiacco saluto militare.

— Il Filosofo Gaines? Io sono Mackenzie e questi è il maggiore Speyer. — Si maledì per la propria goffaggine e si chiese dove avrebbe dovuto appoggiare le mani. Riusciva abbastanza a sostenere lo sguardo evidentemente ostile dei giovani, ma non sopportava gli occhi di Gaines puntati su di lui.