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Rimasi a casa per quasi un decimo di vrek, immersa in una sorta di stupore. Probabilmente, piansi quasi sempre. Quando cominciai a venirne fuori, la prima cosa che notai fu che mi dolevano il naso e gli occhi, e che le mie guance, dove erano scorse le lacrime, erano infiammate. Perciò mi spalmai una lozione calmante, e mi feci impacchi agli occhi, e dopo circa venti split riacquistai almeno un aspetto normale. Poi sentii il suono del segnale dal portico, e accesi l’impagine, e vidi un maschio derisann, dai lunghi capelli e dai baffi color miele, e un corpo bellissimo, abbronzato, snello ed atletico.
«Hergal?» chiesi.
«Sono io, cara,» disse la voce splendidamente modulata, e quel «cara» mi fece capire che non poteva essere altro che Hatta.
«H…Hatta?»
«Sì, cara,» disse il bellissimo, groshing Hatta. «Ho saputo tutto. Mi dispiace moltissimo. Posso entrare?»
Attivai la porta e gli andai incontro. Ci incontrammo nell’atrio dorato, e lui mi appariva così derisann e così rattristato per me che lo abbracciai e ricominciai a piangere da consumarmi gli occhi. Era così buono. È sempre davvero così dolce, Hatta: credo che sia una bontà ossessiva, la sua.
Mi depose su un divano e accese la macchina della ninnananna e la musica supratonale più rasserenante che riuscì a trovare, e poi si sedette e mi cullò delicatamente tra le braccia.
Quando mi sentii un po’ meglio, mi asciugò la faccia. Io restai lì seduta a guardarlo mentre si versava del fuoco-e-ghiaccio, e mi imboccava di piccoli chicchi di zucchero.
«Sei così meraviglioso, Hatta,» dissi, e gli tremarono le mani. «Oh, Hatta,» dissi. «Sposiamoci. Subito.»
Ma lui mi fece sdraiare per quaranta split prima di lasciare che lo ripetessi. Poi disse, sottovoce:
«Sei sicura, ooma? Proprio sicura?»
«Oh, Hatta,» dissi io, «non fare lo sciocco. Come potrei trovare qualcosa da ridire?»
Lui scosse il capo, ma restò lì e attese paziente mentre io mi facevo un altro impacco alla faccia e mi preparavo. Poi partimmo con il suo avioplano a nolo, e volammo alla Cupola d’Avorio. Promettemmo di fare l’amore esclusivamente quel pomeriggio, e di tornare dopo a pagare, come bisogna fare quando si è nel periodo dell’annullamento.
Poi andammo in una delle grotte sotterranee, tra il verde e le conchiglie e il resto, e facemmo meravigliosamente l’amore. Credo che quando sei sconvolto e ti stai riprendendo da qualcosa di brutto, ricevi meglio. Comunque, fu groshing.
«Oh, Hatta,» sospirai dopo.
Ma lui girò la testa.
«Oh, Hatta, cosa succede?» chiesi. Mi alzai, girai intorno al giaciglio d’alghe sintetiche, e lui era lì disteso, a occhi chiusi, il viso inondato da grosse lacrime. «Hatta, Hatta,» implorai. «Ooma, che c’è?»
«Non capisci,» chiese lui, sottovoce, «che è tutto inutile?»
«Cosa?» chiesi. «Pensavo che mi volessi sposare. Non capisco.»
«No,» disse lui. «No, non capisci, vero?»
«Ma mi è piaciuto moltissimo,» obiettai. «A te no?»
«Oh, sì,» disse. «Mi è piaciuto avere te, mia ooma, e a te è piaciuto avere il mio corpo, il mio nuovo corpo irreale. Io ho amato te, e tu hai amato il mio guscio.»
«Oh, Hatta,» dissi.
Rimanemmo in silenzio, a lungo.
«Ti amo,» disse poi.
«Lo so.»
«E tu ami il mio corpo,» disse lui.
«Sì,» risposi. «E… Hatta, penso che sei così terribilmente caro e derisann e…»
«E non mi ami, vero? Solo l’esterno.»
«Sì,» dissi io.
E Hatta pianse in silenzio.
E io ridiventai tosky.
«Hatta!» urlai. «Senti, non sopporto anche questo, dopo tutto il resto. Sono in un tale caos, non posso sopportare anche il tuo caos. Davvero, mi dispiace, ma se non la finisci diventerò zaradann.»
Hatta si scusò, si alzò, disse che avrebbe pagato l’altra metà della tariffa matrimoniale e se ne andò, lasciandomi l’avioplano.
E quando lo rividi di nuovo, aveva quattro braccia e le scaglie. Povero, povero Hatta. Se almeno avesse potuto imparare a odiare.
Dopo l’episodio con Hatta prenotai la Distorsione dei Sensi. Credo che alla Commissione fosse arrivata notizia delle mie condizioni insolitamente isteriche, perché non dovetti aspettare molto. Mi mandarono persino una piccola nave aerea azzurra e rosa, tutta allegra e gaia, e suonarono una musica gaia e allegra.
«Ah, sì,» dissero quando mi videro e mi condussero via, tenendomi per mano.
Così mi distesi nel soffice cubicolo peloso e attesi di diventare un fiore, e l’ultimo pensiero che ricordo fu: Dove prendono queste pelli? Sono di animali del deserto? E giurai a me stessa di smantellare la stanza delle pellicce, a casa mia.
E poi mi trovai nella foresta immobile, al mattino, sotto un cielo pallido, ed io ero una pianta altissima, e crescevo, con la mente piena di pensieri vegetali. Ricevevo la luce del sole e sentivo che le mie molecole le trasformavano in cellule verdi. Era molto riposante. Fui un fiore per millenni, e avrebbe dovuto farmi bene. Dopo essere stata un fiore, diventai una montagna, e fu una cosa grandiosa. In effetti, credo che mi sentissi un po’ come Assule. Di sicuro, pensai pensieri del tipo che, ci scommetto, pensava lui. Io sono antica e resistente, sono una cosa divina, sono l’eternità. Ignoravo i venti e la sabbia che mi logoravano, la pioggia che mi erodeva, il sole caldo che mi asciugava. Più tardi fui un lago, azzurro e increspato, miglia e miglia, ed è meraviglioso essere così lungo e ampio, e consapevole di ogni spanna di te stesso. Continuavo a scrollarmi dolcemente, per scacciare il sole dalla mia pelle, e ad incoraggiare le mie piante acquatiche, perché crescessero.
Mi svegliai e all’inizio fui sorpresa di scoprire che avevo due braccia e due gambe e i capelli, e tutto il noiosissimo resto. Provai l’impulso, che a quanto pare è molto comune dopo la Distorsione dei Sensi, di correre al Limbo a dire «voglio un corpo lunghissimo, azzurro, increspato». Ma loro mi prevennero. Cominciarono a ronzarmi intorno e mi fecero un’iniezione nutriente, e mi incoraggiarono a scrivere poesie con una macchina, sulle mie esperienze.
Thinta venne a prendermi: ho l’impressione che le avessero suggerito che doveva venire, e lei naturalmente, siccome era devota e penosamente ligia al dovere, arrivò con il suo avioplano rosa così sicuro. Oh, sì, quel giorno era molto prudente. Non avresti mai detto che anche lei era precipitata sul Monumento a Zeefahr, non molto tempo prima, proprio come Hergal che ormai ci aveva fatto l’abitudine.
«Facciamo dei vestiti d’acqua,» cinguettò Thinta.
Andammo a prendere il materiale necessario e le istruzioni, e vagabondammo per millenni lungo file di ticchettanti macchine a uncinetto, macchine che lavoravano a maglia l’acciaio, e lanaquadro, su cui puoi dipingere, con i raggi elettrici, paesaggi e altre cose da sbalordire te ed i tuoi amici. Io volevo vedere quel che avrebbe fatto Thinta, e ovviamente rubai degli aghi a fuoco: lei rimase solo un po’ imbarazzata e finse di non aver visto niente. Beh, era vero, tutti cercavano di assecondarmi. Mi passarono per la mente mille possibilità di far diventare tutti zaradann, ma ero troppo stufa per realizzarle.
Mangiammo il quinto pasto all’Abisso di Fuoco, e poi andammo a farci i nostri vestiti nel sole mortalmente perfetto del Parco degli Elci, circondate da tutte quelle foglie di giada. All’improvviso, le foglie mi ricordarono il drago della Torre di Giada, e tutti gli altri animali di Quattro BAA, e poi Lorun, e ricominciai di nuovo a piangere. Le mie lacrime si impiastricciarono sull’abito d’acqua e lo rovinarono.
«Oh,» continuava a implorare Thinta, «oh, non piangere più, ooma.» Riuscii a smettere solo perché vidi che lei era veramente sconvolta. Non so bene se fosse per simpatia o per imbarazzo. Probabilmente per tutte e due le ragioni.
Facemmo il sesto pasto e Thinta pagò con entusiasmo e poi mi fece una sorta di predicozzo, a bordo della nave celeste dove stavamo mangiando.
«Sai,» esordì, «tutti hanno dei momenti sciocchi.»
«Davvero?» chiesi, poco incoraggiante.
«Lo sai benissimo, ooma,» disse Thinta. «Guarda me, e il fatto che vorrei essere un felino, e avere il pelame e le fusa che, per fortuna, la Commissione ha avuto il buon senso di non darmi. Adesso mi rendo conto che ero ridicola e infatti ne rido. Ah! Ah!» La sua risata era un po’ forzata?
«Non credo che tu ne rida davvero,» le dissi, implacabile. «Credo che tu finga di ridere, mentre in realtà sei furiosa perché non puoi cominciare a farmi le fusa.»
«Oh, andiamo,» disse Thinta, mostrandomi irritata per quanto può apparire lei, il che significa che aveva solo un’aria perplessa. L’unica volta che l’avevo vista veramente arrabbiata era stato quando le avevano rifiutato il meccanismo per fare le fusa. «Comunque,» concluse, «quel che volevo dire è che ognuno può superare qualunque cosa.»
«Capisco,» dissi io.
«Oh, sì, è proprio vero, ooma.»
«Forse tutti possono riuscirci,» dissi io. «Ma forse non dovrebbero.»
Thinta non seppe rispondermi. Ci si provò, ma non ci riuscì. Beh, non potevo rispondermi da sola, vi pare?
Comunque cercai veramente di tornare a vivere come una volta: ma era come una tunica d’una taglia sbagliata. Non mi andava più bene. Se mai mi era andata bene. Andai a fare acquisti e rubai, feci delle corse con la sfera e sul fuoco, andai a imprecare contro il Museo della Robotica, e sposai di nuovo Hergal, anche se capii che non si godette molto il nostro pomeriggio. Era troppo impaurito dall’idea che mi mettessi a piangere sulla sua spalla, anche se, per riguardo, non lo feci. Andai al Palazzo delle Dimensioni e non mi spaventai neppure, diventai solo completamente tosky, anche se credo che quello fu il risultato migliore che avessi mai ottenuto.
Finalmente pensai alle Stanze del Sogno.
Andai nella versione del Quarto Settore, che ha nubi di porpora e cubicoli fluttuanti, e impiegai circa ottanta split a programmare il robot, per essere sicura di avere una fantasia perfettamente groshing. Questa volta non provavo neppure un senso di colpa… di questo, almeno, il mio Q-R dal tappeto d’acqua era riuscito a liberarmi, indirettamente.
Ed eccomi là: ero la danzatrice famosa, fantasticamente erotica di un’antica tribù del deserto. Eravamo stati catturati da un’altra tribù più potente e trascinati in catene nel deserto, ridotti in shiavitù. La notte giacevamo sotto le stelle fredde del deserto, fissando le grandi tende blu, e la tenda più grande di tutte, che apparteneva al capo tribù. Non l’avevo mai visto, ma evidentemente lui aveva visto me e aveva saputo della mia fama di danzatrice; all’inizio del sogno, aveva chiesto che mi presentassi davanti a lui, nella sua enorme tenda, e mi aveva mandato un costume groshing perché l’indossassi. Lo misi e mi ammirai nello specchio sorretto dai suoi servi. Era scarlatto, ricamato di perle e di dischi d’argento e di nastrini rossosangue. Io avevo un oceano di folti capelli neri, e occhi verdi, ed ero insumatt. Poi una vecchia saggia della nostra tribù mi si avvicinò, facendo sferragliare le sue catene, poveretta, e mi prese in disparte.
«Devi ucciderlo,» disse, senza preamboli.
«Come?» chiesi io. Non ero troppo turbata. Voglio dire, nel deserto eravamo tutti duri e coraggiosi (come al solito).
«Con il tuo coltello,» disse la donna. «Eccolo, te l’ho serbato io, quando siamo stati assaliti.»
Ed ecco la lama mortale dall’impugnatura d’osso, che il mio fattore mi aveva donato quand’ero bambina. Lo accarezzai, e promisi di uccidere il terribile capo tribù — il segnale perché la mia gente si ribellasse e sconfiggesse i nemici sbalorditi e privi di capo — o di perire. Naturalmente mi sarei innamorata pazzamente di lui, e non sarei stata capace di ucciderlo, e lui si sarebbe innamorato pazzamente di me e non sarebbe stato capace di punirmi, e poi le nostre tribù si sarebbero unite, su un piano di parità, e tutto sarebbe andato in modo derisann. Solo, le cose cominciarono ad andare male.
All’inizio tutto procedette regolarmente. Uscii, dopo aver nascosto il coltello nella fusciacca scarlatta, e mi avviai tra i fuochi da campo verso la tenda imperiosa: splendevo di orgoglio e di bellezza. Gli schiavi aprirono le falde della tenda ed io entrai nel’oscurità inazzurrata dall’incenso, rischiarata dalle torce. E lui era là seduto, scuro di pelle e di capelli e meraviglioso, e i tamburi cominciarono a suonare, e i flauti esili, e i cembali, e i vasi d’argilla pieni di semi secchi; e io mi misi in posa e incominciai una danza lenta e sensuale, capace di ipnotizzare tutti. La musica divenne più svelta, sempre più svelta, e io piroettai, e poi estrassi il coltello e balzai verso il capo tribù. E mi fermai di colpo. Doveva essere così, ma non per la ragione che mi aveva fermata davvero. Dovevo arrestarmi perché lui era troppo bello, ma in realtà lo feci perché là, sul trono imbottito, stava un grosso, lanoso piedi-a-sci, che agitava lentamente le orecchie.
Urlai e lasciai cadere il coltello.
«Prendi un po’ di ananas-cactus,» offrì il piedi-a-sci, indicando un piatto d’argento. «Su, su, non fare la sciocca,» disse suadente mentre io arretravo. «Detesto la timidezza.»
Mi guardai intorno, freneticamente, e vidi che tutto ciò che c’era nella tenda era cambiato: adesso erano gli esseri più ridicoli, con pelo e piume, lunghe orecchie e vibrisse pendule, nasetti frementi e nasoni frementi, corna e antenne e code varie, e tutti chiocciavano e grugnivano e gracchiavano in toni incoraggianti. Io riuscii solo a mettermi seduta, perché le ginocchia mi si piegavano.
«Così è molto più intimo,» disse il piedi-a-sci. «Ora dimmi, perché vorresti uccidermi? Per la nostra incursione?»
«Ci avete resi schiavi.» Tentai di recitare il dialogo preodinato ma, davvero, il piedi-a-sci aveva l’aria così sincera e preoccupata, con quel suo muso peloso. Proruppi in un risolino isterico.
«Povera me, è isterica,» osservò un grosso drago piumato sulla mia sinistra.
«Bevi un po’ di vino,» disse il piedi-a-sci. «Ti farà bene.» Si protese verso un tavolo, ma il tavolo volle fare di testa sua. Spiegò quattro gambe pelose e uscì con calma dalla tenda, facendo sussultare il vino e i piatti disposti sul suo piano.
«Fermatelo,» gridò il piedi-a-sci, e tutta la compagnia l’inseguì, starnazzando e tuonando e inciampando gli uni nella coda degli altri e chiedendosi scusa a vicenda. «Andiamo,» disse il mio ospite. «Credo che abbiano bisogno d’aiuto.» Perciò anch’io e il piedi-a-sci partecipammo al caos, e tutti quanti inseguimmo il tavolo, tra le braci dei fuochi da campo. Il tavolo si mise a correre, e sebbene la nostra andatura non rallentasse, sembrava ormai improbabile che riuscissimo ad agguantarlo. Ci lanciammo sulle dune, sotto le stelle bianche, urlando e strillando, e il piedi-a-sci mi prese la mano in una zampa enorme.
«Dobbiamo restare insieme, sai,» ansimò. Il poveraccio era già senza fiato. Probabilmente voleva solo tenermi per mano, per non restare indietro.
Di tanto in tanto qualcosa cadeva dal tavolo, con uno scroscio, e presto ci trovammo a procedere precipitosamente tra migliaia di piatti d’argento e di frutti schiacciati.
«È inutile,» disse all’improvviso il piedi-a-sci e sedette sulla sabbia, tirandomi accanto a lui. Tutti gli altri si fermarono e si radunarono intorno a noi. Il tavolo scalciò energicamente con i calcagni pelosi e sparì dietro a una roccia.
«È il settimo che abbiamo perduto, in dieci unit,» disse il piedi-a-sci, e le lacrime gli sgorgarono dagli occhi. «Non riusciamo mai a riprenderli.»
Tutti si misero a piangere, e mi misi a piangere anch’io.
E mi svegliai piangendo.
Oh, mi lamentai. Ci fu una scenata terribile, alle Stanze del Sogno. I Q-R arrivarono in frotte e mi dissero che non dovevo impressionare gli altri. Alla fine mi condussero in una lussuosa sala purpurea piena di robot, e il Q-R capo, anche lui in propora, mi chiese di fornire un resoconto dettagliato di ciò che non andava nel mio sogno.
«Beh, tutto!» gridai. «Voglio dire, è stato un sogno vero, un sogno non programmato. E mi ha reso veramente infelice.»
Loro dissero che capivano e, oh certo, proprio non capivano, non era mai successo prima, e mi sarebbe dispiaciuto sottoponili a una lettura della mente? Io dissi che sì, mi sarebbe dispiaciuto. Loro dissero che il guaio stava probabilmente nel fatto che io pensavo troppo ad altre cose. Alla fine mi arresi.
«Comunque, mi rifiuto di pagare!» aggiunsi, bellicosamente.
Naturalmente, date le circostanze, non avrebbero mai pensato di farmi pagare.
Andai a casa.
Beh, era una cosa storica, pensai.
Ricominciai a piangere ancora, ricordando quegli animali desolati e zaradann, che piangevano la perdita del tavolo; poi vidi anche il lato comico della situazione, e cominciai contemporaneamente a ridere.
Kley mi chiamò, si spaventò quando mi vide, e si affrettò ad andarsene ed a lasciarmi in pace.
Avrei voluto anch’io potere lasciare in pace me stessa.
Decisi che, dopotutto, potevo lasciarmi in pace.
Ero in quel corpo da parecchio tempo, anche se in realtà i corpi erano due, perché uno era un duplicato. Guardai con irritazione i miei capelli scarlatti. Sarebbe andato bene l’oro, per cambiare. Non ammisi mai, di fronte a me stessa, che nessuno se la sarebbe presa se io avessi cambiato, nessuno sarebbe fuggito via barrendo a nascondersi, pelo bianco ed occhi arancione, tra l’erba di seta, credendo che io fossi un’altra.
Sapevo che al Limbo avrebbero fatto un sacco di storie se avessi chiesto un altro cambiamento. Assecondarmi era una cosa, ma adesso ero molto più calma, e forse non erano molto disposti ad aiutarmi. Andai a dare un’occhiata alla sfera, ma ormai ero stufa di quel modo di morire. Benissimo, pensai, una volta tanto lo ammetterò, non sono migliore di Hergal. Mi uccido per ottenere un cambiamento, non solo perché sono tosky o depressa. Ma non lo ammetterò molto spesso. Non oso farlo.
Lo chiamai.
«Attlevey, Hergal,» dissi. «Come, hai ancora i capelli blu? Penso che abbiamo bisogno tutti e due di un cambiamento. Cosa ne diresti dello Zeefahr?»
Una volta tanto, Hergal si dimostrò cortese e premuroso.
Partimmo con il suo avioplano e restammo per un po’ librati tra le nuvole, a guardare la minuscola macchiolina laggiù, che era la cupola del monumento a Zeefahr.
«Pronta?» chiese Hergal.
«Sì,» dissi io. Ero decisa a godermela, ma non fu piacevole.
Hergal regolò i comandi con mani esperte e si appoggiò alla spalliera, disinvolto e noncurante. Tutto cominciò a salire precipitosamente, spaventosamente, verso di noi. La cupola divenne semisferica, lucente, terribile.
«Hergal!» urlai. «Ferma!»
«Non posso,» fu l’ultima cosa che gli sentii dire prima che l’urto cancellasse tutto.
E la prima cosa che gli dissi, quando ci svegliammo nella vasca del Limbo, fu: «Hergal, perché fai sempre così? Fa male.»
«Il dolore è una realtà,» disse Hergal, e spense la luce delle comunicazioni.
Il circolo si riunì alla fine del vrek, per una festa tipicamente Jang. Io sposai Hergal, e Kley, che adesso era maschio, sposò Thinta, e Danor, che temporaneamente si era liberata del suo seguito, venne a mettere in mostra la sua bellezza, e Hatta doveva venire a mettere in mostra la sua bruttezza, ma poi non si fece vedere.
Usammo i fluttuanti, bevemmo fuoco-e-ghiaccio e neve-in-oro, avemmo l’estasi e ci divertimmo con le macchine del’amore, facemmo molto chiasso, facemmo l’amore e combinammo pasticci. Io e Hergal avevamo tutti e due ali d’angelo. Sono davvero forti, e noi scoprimmo che potevamo volare, molto goffamente, per brevi distanze… dentro alle nuvole, naturalmente. Avevamo ricevuto entrambi un avviso ufficiale dalla Commissione, per via dei troppi corpi cambiati. Se non avessimo aspettato trenta unit, al prossimo suicidio ci avrebbero messo in frigorifero per trenta unit. È molto fastidioso, mi spiegò Hergal: a lui era già capitato. E avevano ritirato a Hergal la licenza di guida dell’avioplano.
Nel bel mezzo di tutto questo, la mia ape ci cadde sulla testa.
«Non so,» disse Thinta, attraverso i capelli di Kley, «perché non riprogrammi quel coso.»
«Immagino che mi piaccia sentirmelo cadere sulla testa,» dissi io. «Immagino che sia differente.» Non lo ammetto spesso neppure questo. Dovevo essere parecchio estatica.
Verso l’alba abbandonammo i fluttuanti e corremmo per Quattro BEE cantando e svolazzando, fino al Museo della Robotica.
«Oh, non fategli del male,» ci implorò Thinta. Penso proprio che stia per diventare adulta. Lo sospetto da un pezzo. Stendemmo i robot curatori e cominciammo a strappare tutto, pazzamente felici e zaradann. I Jang fanno sempre cose del genere, in effetti, ma noi ci illudevamo di essere originali. Poi ci fermammo in quel caos, prendendo pigramente a calci i frammenti, con i piedi calzati di sandali dorati.
Il sole giallo di Quattro BEE stava levandosi allora sull’orlo del tetto trasparente, portando un altro unit di luce e di gioia perfetti e monotoni.
«Oh, Dio,» dissi, «sono assolutamente droad.»
Credo che fosse Hergal a sorreggermi, o forse fu una rete. Non mi accorsi di toccare il pavimento.
Al Limbo erano veramente preoccupati per me. A quanto pareva, ero veramente «svenuta», una cosa che nessuno aveva più fatto da interi eoni. Mi rispedirono nella vasca del Limbo e mi diedero un corpo nuovo, nell’eventualità che nel vecchio ci fosse qualcosa che non andava, anche se non riuscirono a trovare niente. Anche Thinta era preoccupata. Venne a trovarmi, quando mi fecero restare per quattro unit in osservazione.
«Ti ho portato qualche pillola dell’estasi,» mi disse, «e una rivista di moda a illustrazioni mobili.»
«Grazie,» dissi io, cercando di mostrarmi interessata.
«Ehm, ooma,» fece lei, con voce tremula. «Non l’ho detto a nessuno, ma ti ricordi quella strana parola che hai detto, immediatamente prima di… ehm, immediatamente prima di…»
«Di svenire?» chiesi io. Ormai avevo preso quella stranezza con molto coraggio. «No.»
«Hai detto…» Thinta fece una pausa. «Hai detto che eri droad e subito prima di dire che eri droad, hai detto… ehm…»
«Senti, Thinta,» cominciai.
«No. Va bene, ti chiedo scusa. Hai detto ’Oh… Dio’?»
«Davvero?» chiesi io.
«Beh, sì, vedi, effettivamente l’hai detto.»
«Sei sicura che non fosse un gemito o qualcosa di simile?» domandai.
«No,» disse Thinta.
«Beh,» dissi io. «Cosa significa?»
«Non lo so,» disse Thinta. «Ho guardato negli archivi storici e qua e là, in effetti, lo nominano. Sembra che fosse una sorta di computer enorme, speciale.»
«Non mi sembra molto probabile,» dissi io.
«No,» fece Thinta. «Solo che… ecco, mi ha un po’ preoccupata.»
Benissimo, così adesso sono preoccupata anch’io. Grazie, Thinta ooma.
Qualche volta, adesso, mi preoccupo. Mi sveglio, la notte, da tutti quegli strani sogni del deserto, e penso… Dio? Dio? Ma sembra che una risposta non esista.
Comunque, adesso sono molto calma. Serena. Forse come Danor. Di solito non mi eccito e non mi infurio più come una volta. Forse ho imparato ad accettare il sole, e ho rinunciato a morderlo.
L’altro unit, Hatta mi ha chiamata di nuovo, tutto bernoccoli e bitorzoli e tentacoli, ed è una vergogna, lo so, ma così proprio non lo sopporto. So che lui ha bisogno di questa prova d’amore, posso capirlo; adesso cerca di nasconderlo a se stesso e continua solo a ripetere che è molto importante essere brutti, qualche volta, e che andare con lui così com’è sarebbe un’Esperienza Essenziale. Forse lo sarebbe e forse dovrei provare. Forse una volta o l’altra proverò.
E non molto tempo fa, mentre viaggiavo con la mia sfera, all’improvviso ho pensato che sarebbe meraviglioso se vi fosse un posto, nella città, dove poter morire senza che i robot ti trovassero mai. Naturalmente c’è il deserto, ma sarebbe un po’ scorretto morire deliberatamente, cittadina come sono: quasi usarlo come un enorme scarico a vuoto. Ho fatto seppellire là fuori il bestiolino — sì, adesso posso dirlo — ma questo è stato diverso. Doveva tornare alle sabbie da cui era nato. Io appartengo a questo crepuscolo da cui sono nata. Ma è vero?
Ma è proprio vero?