38636.fb2 La fabbrica degli orrori - читать онлайн бесплатно полную версию книги . Страница 11

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11. Il figliol prodigo

Mi svegliai dall’ultimo scampolo di sonno inquieto con la trapunta per terra, di fianco al letto. Ero in un bagno di sudore. Mi alzai, mi feci una doccia, mi rasai con cura e mi arrampicai su in soffitta prima che il caldo si facesse troppo intenso.

La soffitta era afosa. Aprii i lucernari e misi fuori la testa, perlustrando col binocolo l’orizzonte, la terra da una parte, il mare dall’altra. Il cielo era ancora coperto. C’era una luce stanca, e il vento sapeva di stantio. Armeggiai un po’ con la Fabbrica, diedi da mangiare alle formiche, al ragno e alla Venere, controllai i fili, spolverai il vetro della facciata, provai le batterie e lubrificai le porticine e gli altri meccanismi, più che altro per accertarmi che fosse tutto a posto. Diedi una pulita all’altare e sistemai con cura tutti gli oggetti, servendomi di un righello per controllare che i barattolini e gli altri pezzi fossero disposti in perfetta simmetria.

Tornai di sotto grondante di sudore, ma non me la sentii di farmi un’altra doccia. Mio padre era in piedi, intento a preparare la colazione, e nel frattempo mi misi a guardare un po’ di tv, i programmi del sabato mattina. Mangiammo in silenzio. Dopo colazione uscii a fare un giro sull’isola. Andai al Bunker e presi la sacca con le teste, in modo da poter fare le mie riparazioni ai Pali intanto che ero là in giro.

Mi ci volle più del solito a completare il percorso perché continuavo a fermarmi e a salire in cima alle dune più alte che incontravo per controllare gli approdi. Non vidi nulla. Le teste sui Pali Sacrificali erano in buono stato. Dovevo sostituire un paio di teste di topo, ma niente di più. Le altre teste e le banderuole erano intatte. Trovai un gabbiano morto sopra una duna, sul versante rivolto alla terraferma, di fronte alla parte centrale dell’isola. Presi la testa e seppellii il corpo vicino a un Palo. Misi quella testa ormai fetida dentro un sacchetto di plastica e la riposi nella sacca insieme agli altri resti rinsecchiti.

Sentii gli uccelli, poi li vidi, levarsi in volo come se qualcuno stesse attraversando il sentiero, ma sapevo che si trattava solo della signora Clamp. Mi arrampicai su una duna per guardare, e la vidi sul ponte, che avanzava sulla sua vecchia bicicletta col portapacchi. Diedi un’altra occhiata verso il pascolo e le dune dopo che la signora Clamp scomparve alla mia vista, in prossimità della casa, ma non c’era niente. Solo pecore e gabbiani. Dalla discarica saliva un filo di fumo, e si sentiva il brontolio continuo di una vecchia motrice diesel sul binario. Il cielo era coperto ma luminoso, e il vento soffiava incerto, appiccicaticcio. Verso il mare aperto si intravedevano schegge dorate che sfioravano l’orizzonte, dove l’acqua luccicava sotto squarci di sereno, ma erano lontane, molto lontane.

Completai il giro dei Pali Sacrificali, poi rimasi mezz’ora vicino al vecchio argano, concedendomi un po’ di allenamento col tiro al bersaglio. Sistemai un po’ di lattine sul ferro arrugginito del recinto, arretrai di una trentina di metri e le buttai giù tutte quante con la fionda, con soli tre colpi supplementari rispetto alle sei lattine. Una volta recuperati i proiettili, tutti tranne uno, le rimisi in piedi, tornai alla stessa distanza e presi la mira. Mi ci vollero quattordici colpi prima di riuscire ad abbatterle tutte. Alla fine lanciai un po’ di volte il coltello contro un albero vicino al vecchio ovile e provai una certa soddisfazione nel vedere che riuscivo a dosare bene il numero di volteggi, visto che ogni volta la lama entrava bella dritta nella corteccia tagliuzzata.

Tomai a casa e mi lavai, mi cambiai la camicia e feci la mia comparsa in cucina in tempo per mangiare il primo, che la signora Clamp stava scodellando. Si trattava di una brodaglia bollente. Brandii una fetta di pane bianco soffice e fragrante, mentre la signora Clamp si chinava sul piatto a ingurgitare il brodo con un risucchio chiassoso e mio padre si spezzettava del pane integrale che pareva impastato con la segatura.

«Come sta, signora Clamp?» chiesi io cordialmente.

«Oh, io sto bene» rispose lei congiungendo le sopracciglia e atteggiandole in modo tale che sembravano un filo di lana sbrogliato da una matassa. Aggrottò la fronte ancora più profondamente e si concentrò sul cucchiaio gocciolante che teneva giusto sotto il mento. «Oh, sì. Io sì che sto bene.»

«Fa caldo, vero?» borbottai. Sventolai la fetta di pane sulla minestra, con mio padre che mi fissava torvo.

«Siamo in estate» spiegò la signora Clamp.

«Oh, già» dissi. «L’avevo dimenticato.»

«Frank» biascicò mio padre con la bocca piena di verdura e segatura. «Non credo che tu possa ricordarti l’esatta capacità di questi cucchiai.»

«Un quarto di gill?» suggerii con aria innocente. Lui mi guardò in cagnesco e sorseggiò dell’altra brodaglia. Continuai a sventolare il pane, interrompendomi solo per disturbare la pellicina scura che si stava formando sulla superficie del mio piatto. La signora Clamp tirò su un’altra cucchiaiata.

«E come vanno le cose in paese, signora Clamp?» chiesi.

«Molto bene, per quel che ne so io» rispose lei sempre rivolgendosi alla minestra. Annuii. Mio padre soffiò nel cucchiaio. «Il cane dei Macky è scomparso, così mi hanno detto» aggiunse la signora Clamp. Inarcai lievemente le sopracciglia e abbozzai un sorriso preoccupato. Mio padre si bloccò e mi guardò fisso. Il rumore della zuppa che intanto gocciolava — il cucchiaio aveva iniziato a flettersi immediatamente dopo la frase della signora Clamp — riecheggiò per la stanza come piscio scrosciante dentro la tazza del cesso.

«Davvero?» dissi io, sempre sventolando la fetta di pane. «Che peccato. Meno male che mio fratello non è qua in giro, altrimenti avrebbero dato la colpa a lui.» Sorrisi, lanciai un’occhiata a mio padre, poi tornai a guardare la signora Clamp, che mi stava fissando con gli occhi socchiusi attraverso il fumo che saliva dal piatto. La fetta di pane che stavo usando per raffreddare il piatto si stancò di quell’attività e si sgretolò. Raccolsi prontamente l’estremità che precipitava e la poggiai nel piatto, sollevando il cucchiaio nel tentativo di sorseggiare un po’ di minestra.

«Hmm» disse la signora Clamp.

«La signora Clamp non ha potuto comprarti gli hamburger oggi» disse mio padre schiarendosi la gola mentre articolava la prima sillaba di “potuto”. «Quindi ti ha preso un po’ di macinato.»

«Tutta colpa dei sindacati!» borbottò cupa la signora Clamp, sputacchiando nel proprio piatto. Piazzai un gomito sul tavolo, appoggiai una guancia sulla mano stretta a pugno e la guardai con aria sbalordita. Senza ottenerne niente. Non alzò neanche lo sguardo, e io allora mi strinsi nelle spalle e tornai a sorseggiare la brodaglia. Mio padre aveva abbassato il cucchiaio. Si asciugò la fronte con una manica e cercò di rimuovere con un’unghia, dall’interstizio tra due denti superiori, un pezzo di quella che a me sembrava segatura.

«C’è stato un piccolo incendio ieri vicino alla casa nuova, signora Clamp. L’ho spento io, sa… Ero proprio lì. L’ho visto e l’ho spento» dissi.

«Non ti vantare troppo, figliolo» disse mio padre. La signora Clamp tenne a freno la lingua.

«È vero, l’ho fatto» dissi io sorridendo.

«Sono certo che alla signora Clamp non interessi molto.»

«Oh, altro che» disse la signora Clamp scuotendo la testa con un gesto enfatico di difficile interpretazione.

«Hai visto?» borbottai a mio padre. Feci un cenno alla signora Clamp, che intanto succhiava rumorosamente la minestra.

Me ne restai in silenzio mentre mangiavamo il secondo, uno stufato. Quando arrivammo alla crema col rabarbaro notai che c’era una novità nel miscuglio degli ingredienti: il latte con cui era stata fatta la crema era decisamente avariato. Feci un sorrisetto, mio padre grugnì, la signora Clamp ingurgitò l’intruglio sputando i peduncoli di rabarbaro nel tovagliolo. A voler essere indulgenti, il dolce non era cotto al punto giusto.

Il pranzo mi rallegrò immensamente e mi diede molta energia, anche se il pomeriggio era ancora più caldo della mattina. Non si vedevano fenditure nella distesa luccicante del mare, e nella luce che filtrava dalle nuvole c’era un che di denso, qualcosa che appesantiva l’aria e il vento stagnante. Uscii per fare il giro completo dell’isola, muovendomi a passo vivace. Vidi la signora Clamp che si avviava verso il paese, poi mi incamminai nella stessa direzione e andai a sedermi in cima a un’alta duna, a qualche centinaio di metri di distanza dal mare, per perlustrare col binocolo la terra infuocata.

Il sudore cominciò a scorrermi addosso appena smisi di muovermi. Mi stava venendo mal di testa. Avevo portato con me un po’ d’acqua. La bevvi e riempii di nuovo la borraccia al primo torrente. Senza dubbio mio padre aveva ragione a dire che nei fiumi ci cagano le pecore, ma di sicuro io ero da tempo immune a qualunque accidente ci si potesse beccare nei torrentelli della zona, visto che da anni ne bevevo l’acqua, da quando avevo cominciato a farci le dighe. Tracannai più acqua di quanta me ne andasse giù e tornai in cima alla duna. In lontananza le pecore erano immobili, accucciate sull’erba. Non c’erano neanche gabbiani. Solo le mosche erano in attività. Dalla discarica si levava ancora lo stesso filo di fumo, mentre una stria di caligine bluastra saliva dalle colline, da uno spiazzo dove stavano abbattendo gli alberi per la cartiera vicino al fiordo. Tesi l’orecchio per udire il rumore delle motoseghe, ma non ci riuscii.

Stavo scorrendo quell’orizzonte col binocolo, orientandolo verso sud, quando vidi mio padre. Lo inquadrai, poi distolsi lo sguardo. Scompariva, riappariva. Camminava sul sentiero, diretto verso il paese. Stavo cercando di individuare il Salto, e lo vidi arrampicarsi su per la duna dove in genere vado a esercitarmi con la bici. Aveva scavalcato il Salto. Mentre me ne stavo lì a guardare sembrava che lui stesse incespicando lungo il sentiero davanti alla vetta della collina, ma poi si riassestò e continuò il cammino. Il suo berretto svanì oltre il versante opposto della duna. Aveva un passo instabile, come se fosse ubriaco.

Abbassai il binocolo e mi sfregai il mento leggermente ruvido. C’era qualcosa di strano. Non aveva detto che sarebbe andato in paese. Mi chiesi cosa avesse in mente.

Scesi di corsa giù per la duna, scavalcai il torrente con un salto e tornai a casa a velocità sostenuta. Sentii odore di whisky quando entrai dalla porta sul retro. Ripensai a quanto tempo fosse passato da quando avevamo finito di mangiare e da quando la signora Clamp se ne era andata. Circa un’ora, un’ora e mezza. Entrai in cucina, dove l’odore di whisky era ancora più intenso, e vidi sul tavolo una bottiglia mezza vuota, con un bicchiere accanto. Guardai nel lavello per vedere se ci fosse un altro bicchiere, ma c’erano solo i piatti sporchi ammucchiati. Aggrottai la fronte.

Mio padre di solito non lasciava così la roba da lavare. Afferrai la bottiglia di whisky e cercai sull’etichetta qualche segno a biro blu, ma non ce n’erano. Significava che la bottiglia era stata appena aperta. Scossi la testa, mi asciugai la fronte con uno strofinaccio. Mi tolsi il gilè con le tasche e lo appoggiai su una sedia.

Andai nell’ingresso. Quando alzai lo sguardo verso il piano di sopra vidi subito che il telefono aveva il ricevitore staccato. Salii in fretta le scale e mi portai la cornetta all’orecchio. Faceva un rumore strano. La rimisi al suo posto, aspettai qualche secondo, la tirai su un’altra volta e sentii il segnale di linea libera. Riattaccai e mi precipitai su verso lo studio. Provai a ruotare la maniglia appoggiandomi con tutto il peso contro la porta. Non si muoveva.

«Merda!» esclamai. Avevo creduto che fosse successo qualcosa e che mio padre avesse lasciato aperto lo studio. Forse aveva chiamato Eric. E mio padre aveva risposto, ne era rimasto sconvolto e si era ubriacato. E forse stava andando in paese a comprarsi altra roba da bere. Dal tizio che la vende sottobanco. Oppure — guardai l’orologio — era già iniziata la festa di Rob Roy, quando si può vendere tutto l’alcol che si vuole anche senza licenza? Scossi la testa. Non faceva alcuna differenza. Forse quando Eric aveva chiamato mio padre era già ubriaco. E stava andando in paese a sbronzarsi ancora di più, oppure cercava Diggs. Oppure Eric gli aveva dato un appuntamento. No, questo non era molto probabile. Avrebbe contattato prima me.

Corsi di sopra, mi infilai nel calore opprimente della soffitta, aprii il lucernario rivolto alla terraferma e perlustrai gli approdi con il binocolo. Tornai giù e uscii di nuovo, chiudendo a chiave la porta di casa. Trotterellai fino al ponte e su per il sentiero, facendo ancora una volta delle deviazioni per via delle dune. Sembrava tutto normale. Mi fermai nel posto in cui avevo visto mio padre l’ultima volta, proprio in cima alla collina che dà sul Salto. Mi grattai in mezzo alle gambe in preda all’esasperazione, chiedendomi quale fosse la cosa migliore da fare. Non mi pareva sensato lasciare l’isola, ma mi venne il sospetto che in paese o da quelle parti stesse cominciando a succedere qualcosa. Pensai di passare da Jamie, ma forse lui non era nelle condizioni migliori per scarpinare in giro per Portneil a cercare mio padre, tenendo le narici ben aperte per captare l’odore di cane bruciato.

Mi misi a sedere e tentai di pensare. Come avrebbe agito a questo punto Eric? Avrebbe aspettato che calasse la notte per avvicinarsi (si sarebbe avvicinato di sicuro; non aveva fatto tutta questa strada per poi tornarsene indietro all’ultimo momento), oppure gli sarebbe balenata l’idea che, avendo già rischiato grosso con le telefonate, non avrebbe avuto molto da perdere ad arrivare direttamente a casa. Ma poteva farlo anche ieri. Cosa lo tratteneva? Stava escogitando qualcosa. O forse l’avevo trattato in modo troppo rude al telefono. Perché avevo riagganciato? Che idiota! Forse aveva deciso di arrendersi, o di battersela! E tutto perché io, suo fratello, l’avevo rifiutato!

Scossi la testa con rabbia e mi rialzai in piedi. Nessuna di queste considerazioni mi portava da qualche parte. Dovetti concludere che Eric stesse tentando di mettersi in contatto con me. E questo significava che dovevo tornarmene a casa, dove avrebbe telefonato oppure, prima o poi, sarebbe arrivato. Inoltre era lì il centro del mio potere e della forza, ed era necessario che proteggessi quel posto più di ogni altra cosa. Presa questa decisione, con l’animo risollevato per il piano stabilito — anche se si trattava di un piano più che altro votato all’inazione — mi voltai avviandomi a passo spedito verso casa.

La casa era diventata ancora più afosa durante la mia assenza. Mi lasciai cadere sopra una sedia della cucina, poi mi rialzai per lavare il bicchiere e mettere a posto la bottiglia di whisky. Bevvi del succo d’arancia, poi riempii una brocca di succo e ghiaccio, presi un paio di mele, mezza fetta di pane e un po’ di formaggio e portai il tutto in soffitta. Sistemai la sedia che solitamente sta vicino alla Fabbrica in cima a una pila di vecchie enciclopedie, feci oscillare la finestra del lucernario rivolto alla terraferma e mi preparai un cuscino con delle vecchie tende sbiadite. Mi adagiai in quel piccolo trono e cominciai a scrutare con il binocolo. Dopo un po’ andai a ripescare la mia vecchia radio di bachelite dal fondo di una cassa piena di giocattoli e inserii la spina dopo averla fissata a un trasformatore. Sintonizzai su Radio Tre. C’era un’opera di Wagner. Quello che ci voleva per mettermi dell’umore giusto, pensai. Tornai al lucernario.

La cortina di nubi si era squarciata qua e là, e le schegge di sereno si muovevano lentamente inondando chiazze di terra di una luce abbacinante e violenta. Ogni tanto la luce investiva la casa. Vidi l’ombra del mio sgabuzzino che si spostava man mano che il tardo pomeriggio si avviava a diventare prima serata e il sole ruotava sopra le nuvole sfilacciate. Un’immagine lenta di vetri riflessi mi abbagliò. Proveniva dal nuovo complesso residenziale immerso nel verde, un po’ in alto rispetto alla parte vecchia di Portneil. Quando una fila di finestre cessava di mandare i riflessi un’altra fila cominciava, con piccoli buchi di interruzione causati dall’occasionale apertura o dalla chiusura delle vetrate, oppure dal passaggio di qualche macchina sulla statale. Bevvi un po’ di succo, trattenendo in bocca i cubetti di ghiaccio, mentre l’alito opprimente della casa mi si spandeva intorno. Continuai a tenere il binocolo ben saldo, perlustrando nord e sud, spingendomi più lontano possibile con lo sguardo e facendo attenzione a non precipitare dal lucernario. L’opera terminò, lasciando spazio a della spaventosa musica contemporanea che mi faceva pensare al lamento di un eretico sul rogo oppure a un cane avvolto dalle fiamme. La ascoltai, perché mi faceva passare il sonno.

Alle sei e mezza squillò il telefono. Balzai giù dalla sedia, mi tuffai dalla porta della soffitta e slittai giù per le scale. Sollevai la cornetta e me la portai all’orecchio con un movimento secco. Mi venne quasi un fremito di eccitazione al pensiero della mia enorme capacità di coordinazione dei movimenti, e dissi, con voce calma: «Sì?»

«Fraaang?» biascicò stentata la voce di mio padre. «Frang, scceii tuu?»

Lasciai che il disgusto che provavo si insinuasse nella mia voce. «Sì, papà, sono io. Che succede?»

«Scciòono in paeese, figliòolo» disse lui sottovoce, come se stesse per scoppiare a piangere. Lo sentii tirare un respiro profondo. «Fraang, lo scciaii che ti ho sccembree uoluto beene… Sto… sto chiamàando dal paeese, figliòolo. Uuoi ueniire qui, uuoi ueniire… vieeni… Hanno préscioo Eric, figliòolo.»

Restai immobile. Guardai la carta da parati dietro al tavolino d’angolo col telefono che sta dove le scale fanno la curva. La carta aveva un disegno di foglie, verde su bianco, con una specie di rampicante che spuntava qua e là tra la vegetazione. Era attaccata un po’ storta. Non ci avevo mai fatto caso prima di allora, dopo tutte le volte che avevo risposto al telefono. Era orribile. Mio padre era stato un idiota a sceglierla.

«Fraang?» Si schiarì la gola. «Fraang, figliòolo?» disse, in modo quasi normale, poi si lasciò andare di nuovo: «Frang, scceii llì? Dì uualcossciaa, figliòolo. Dimmi uualche coosciia, figliòolo. Ho ddetto che hanno préscioo Eric. Scci scentii, figliòolo? Frang, sceii angòora lì?»

«Ti…» Le labbra mi si incepparono e la frase mi morì sul nascere. Mi schiarii la gola accuratamente e ricominciai. «Ti ho sentito, papà. Hanno preso Eric. Ho sentito. Arrivo subito. Dove ci vediamo, alla polizia?»

«No, no, figliòolo. Uediàmosci dauaanti… dauaanti alla bibglioteca. Sì, la bibglioteca. Ci uediàamo là.»

«La biblioteca?» dissi io. «Perché là?»

«Uaa beene, figliòolo… Scii ueediàmo. Eh?» Lo sentii sbatacchiare un po’ il ricevitore, poi la linea si ammutolì. Riattaccai lentamente. Sentii una fitta ai polmoni, una sensazione quasi metallica che andava di pari passo col battito martellante del cuore e con il vuoto dentro la testa.

Restai immobile per qualche istante, poi risalii le scale fino alla soffitta per chiudere il lucernario e spegnere la radio. Mi facevano male le gambe, le sentivo stanche. Forse avevo un po’ esagerato con gli sforzi in quegli ultimi tempi.

Gli squarci nelle nuvole si muovevano lentamente verso l’interno man mano che risalivo il sentiero per il paese. Erano le sette e mezza, ma era quasi buio, una foschia estiva di luce morbida che si spandeva dappertutto sopra la terra arida. Qualche uccello si agitò letargicamente al mio passaggio. Qualche altro se ne restò appollaiato sui fili del telefono che si dipanano fino all’isola sui loro pali scheletrici. Le pecore emettevano il solito suono rotto e sgradevole, e gli agnelli piagnucolavano al seguito. C’erano uccelli appostati anche sul filo spinato dei recinti, dove ciuffi di lana sporca rimasti impigliati segnavano il tragitto delle pecore. Nonostante tutta l’acqua ingurgitata durante il giorno, la testa cominciava di nuovo a farmi male. Sospirai e continuai a camminare, attraversando le dune declinanti e i campi incolti e i pascoli radi. Mi sedetti un attimo sulla sabbia, subito prima che le dune cessassero del tutto, e mi asciugai la fronte. Mi scrollai un po’ di sudore dalle dita e guardai in lontananza le pecore immobili e gli uccelli appollaiati. Dal paese si sentivano le campane, provenienti probabilmente dalla chiesa cattolica. O forse si era diffusa la notizia che i maledetti cani erano ormai al sicuro. Ghignai, sbuffai dal naso con una specie di mezza risata e oltrepassai con lo sguardo i prati e la boscaglia e la sterpaglia fino a che non vidi i campanili della Chiesa di Scozia. Riuscivo quasi a vedere la biblioteca, da lassù. Sentii i miei piedi gemere, e capii che non avrei dovuto sedermi. Mi avrebbero fatto troppo male, una volta ripreso il cammino. Sapevo perfettamente che stavo solo cercando di ritardare il mio arrivo in paese, così come avevo ritardato l’uscita da casa dopo la telefonata di mio padre. Guardai di nuovo gli uccelli sui fili, gli stessi fili telefonici che mi avevano comunicato la notizia. Sembravano quasi delle note in un pentagramma. Notai che c’era una zona vuota.

Corrugai la fronte, guardai più da vicino, mi accigliai ancora di più. Cercai il binocolo, mi tastai il petto. L’avevo lasciato a casa. Mi alzai e ripresi a camminare verso i terreni incolti, allontanandomi dal sentiero, poi affrettai il passo. Dopo un po’ mi misi a correre e attraversai la sterpaglia e i canneti, scavalcai una recinzione e mi ritrovai nel pascolo, dove le pecore si alzarono e si sparpagliarono blaterando lamentosamente.

Ero senza fiato quando arrivai ai cavi del telefono.

Ce n’era uno a terra. Il filo reciso penzolava di fianco al palo dalla parte della terraferma. Alzai lo sguardo e mi assicurai di non avere le traveggole. Alcuni degli uccelli appollaiati nei paraggi erano volati via, disegnando dei cerchi, e lo stridìo cupo delle loro voci si levò nell’aria immobile sopra l’erba riarsa. Raggiunsi di corsa il palo dalla parte dell’isola, all’altro capo del filo tagliato. Un orecchio, coperto di pelo corto bianco e nero e ancora sanguinante, era inchiodato al palo. Lo toccai e sorrisi. Mi guardai attorno in preda all’esagitazione, poi mi calmai. Volsi lo sguardo in direzione del paese, dove i campanili si ergevano come un dito puntato in segno di accusa.

«Bugiardo schifoso» mormorai, poi mi avviai di nuovo verso l’isola, prendendo velocità man mano che andavo avanti, squarciando il sentiero al mio passaggio, pestandone a fondo la superficie. Arrivai di corsa fino al Salto e lo superai con un volo. Mi misi a urlare e schiamazzare, poi mi azzittii e risparmiai il fiato prezioso per la corsa.

Tornai a casa e mi inerpicai schiumante di sudore fino alla soffitta, fermandomi un secondo davanti al telefono per verificare che funzionasse. La linea era interrotta. Corsi di sopra, diedi una rapida occhiata col binocolo dal lucernario, poi mi ricomposi, cercando di fare mente locale. Mi adagiai sulla sedia, riaccesi la radio e continuai a guardare.

Era là fuori da qualche parte. Dovevo ringraziare gli uccelli. Sentii un fremito dentro lo stomaco, quasi un’ondata di gioia gastroenterica che mi fece rabbrividire nonostante il caldo. Quel vecchio bugiardo di merda aveva provato a stanarmi da casa solo perché lui aveva paura di affrontare Eric. Mio Dio, che idiota a non aver percepito subito il tono menzognero in quella voce impastata! Con che coraggio poi mi sgridava quando bevevo! Almeno io lo facevo quando sapevo di potermelo permettere, non quando sapevo che avrei avuto bisogno di tutta la mia lucidità per affrontare una crisi. Che merda. E si considera un uomo!

Bevvi qualche altro bicchiere di succo d’arancia, ancora fresco dentro la brocca, mangiai una mela e un po’ di pane e formaggio, e continuai la perlustrazione. La serata si rabbuiò velocemente quando il sole calò e le nuvole si richiusero. Le correnti d’aria calda che avevano squarciato il cielo si erano già dissolte, e la coltre distesa sulle pianure e le colline si stava ricompattando, grigia e informe. Dopo un po’ sentii un tuono, e qualcosa di aspro e minaccioso si diffuse nell’aria. Ero sotto tensione, e non riuscivo a non aspettare lo squillo del telefono, anche se sapevo che non sarebbe arrivato. Quanto ci avrebbe messo mio padre a capire che stavo tardando? Pensava che arrivassi in bici? Era caduto in qualche fosso? Oppure barcollava alla testa di qualche banda di paesani diretti in massa all’isola con le torce accese per stanare l’Ammazzacani?

Non faceva molta differenza. Avrei visto chiunque fosse arrivato, anche al buio, e avrei accolto mio fratello o abbandonato la casa per rifugiarmi sull’isola se si fossero fatti vivi i vigilantes. Spensi la radio in modo tale da poter sentire i rumori della terraferma, e strabuzzai gli occhi per vedere nella luce morente. Dopo un po’ irruppi in cucina e raccattai del cibo, lo misi in una sacca e me lo portai su in soffitta. Nel caso avessi dovuto lasciare la casa per incontrare Eric. Forse avrebbe avuto fame. Tornai a sedermi, scrutando centimetro per centimetro le ombre che calavano sulla terra sempre più buia. In lontananza, ai piedi delle colline, c’erano delle luci che si muovevano sulla strada, scintillando nel crepuscolo e lanciando bagliori, come lampi di fari intermittenti, in mezzo agli alberi, dietro le curve, sopra le alture. Mi sfregai gli occhi e mi stiracchiai, cercando di mandar via la stanchezza.

Mi venne in mente di aggiungere qualche pastiglia di antidolorifico alla borsa che avrei portato con me in caso di uscita. Con questo tempo Eric avrebbe potuto avere l’emicrania, e forse avrebbe avuto bisogno di qualcosa per alleviare il dolore. Sperai che non ce l’avesse.

Sbadigliai, spalancai gli occhi, mangiai un’altra mela. Le ombre indistinte sotto alle nuvole erano diventate più scure.

Mi svegliai.

Era buio. Stavo ancora sulla sedia, con la testa sulle braccia incrociate, i gomiti poggiati contro l’infisso metallico del lucernario. Qualcosa, un rumore in casa, mi aveva dato la sveglia. Restai sulla sedia ancora un istante, col cuore in gola e la schiena dolorante per la posizione assunta per così tanto tempo. Il sangue si fece strada a fatica per tornare alle braccia, che sotto il peso della testa erano rimaste un po’ a secco. Mi stiracchiai sulla sedia, veloce e in silenzio. La soffitta era immersa nell’oscurità, e non percepivo niente. Toccai un bottone dell’orologio, vidi che erano le undici passate. Avevo dormito per delle ore. Che idiota! Sentii qualcuno che si muoveva di sotto. Passi indistinti, una porta che si chiudeva, altri rumori. Vetri rotti. Mi si rizzarono i peli dietro il collo. Era la seconda volta che mi succedeva nel giro di una settimana. Serrai le mascelle, mi dissi di smetterla di avere paura e di fare invece qualcosa. Poteva essere Eric, o poteva essere mio padre. L’avrei scoperto andando di sotto a vedere. Per sicurezza avrei preso con me il coltello.

Mi alzai dalla sedia e mi avvicinai con cautela alla porta costeggiando a tentoni i mattoni grezzi del comignolo. Mi fermai là davanti e tirai la camicia fuori dai pantaloni per nascondere il coltello appeso alla cintola. Cominciai lentamente a scendere verso il pianerottolo buio. C’era una luce nell’ingresso, in fondo, e proiettava strane ombre pallide e gialle sulle pareti del corridoio. Arrivai alla ringhiera, guardai oltre il parapetto. Non si vedeva niente. I rumori erano cessati. Annusai l’aria.

Percepii un odore di fumo e alcol che pareva arrivare direttamente dal pub. Doveva essere mio padre. Provai sollievo. In quel momento lo sentii uscire dal salotto, seguito da un rumore di bagnato, quasi un oceano tuonante. Mi scostai dal parapetto e rimasi in ascolto. Barcollava, sbatteva contro i muri, inciampava sulle scale. Sentii il suo respiro pesante. Stava borbottando qualcosa. Aspettai che il rumore e l’odore salissero. Restai immobile, e un po’ alla volta ritrovai la calma. Sentii mio padre arrivare al primo pianerottolo, dove stava il telefono. Poi, dei passi malfermi.

«Fraang!» urlò. Non mi mossi, restai in silenzio. Per istinto, forse. O per l’abitudine acquisita dalle tante volte che avevo finto di non essere dove realmente ero, in modo tale da poter ascoltare di nascosto chi credeva di essere solo. Respirai piano.

«Fraaang!» urlò ancora. Mi apprestai a tornare in soffitta, sgattaiolando via in punta di piedi, senza calpestare quei punti in cui il pavimento scricchiolava. Mio padre martellò di pugni la porta del bagno al primo piano e tirò una maledizione quando si accorse che era aperta. Lo sentii avviarsi su per le scale. Veniva verso di me, con passi brevi e irregolari. Gli scappò un grugnito quando inciampò e andò a sbattere contro il muro. Mi arrampicai in silenzio su per la scala, piegandomi in avanti fino a raggiungere il nudo pavimento in legno della soffitta. Restai là per terra, con la testa a un metro circa dalla botola dell’entrata, le mani aggrappate ai mattoni. Se mio padre avesse tentato di guardare dentro la soffitta dalla botola, avrei trovato riparo acquattandomi dietro la cappa del camino. Strizzai gli occhi. Mio padre sbatteva i pugni sulla porta della mia stanza. La aprì. «Fraang!» biascicò. E poi: «Oh… Cazzo!»

Ebbi un tuffo al cuore. Non lo avevo mai sentito imprecare a quel modo. Quella parola mi sembrò particolarmente oscena, pronunciata da lui. Non l’aveva detta con quel fare indifferente con cui la dicono Eric o Jamie. Lo sentii ansimare proprio sotto la botola, e il suo odore mi salì fino alle narici: whisky e tabacco.

Ancora passi barcollanti sul pianerottolo, poi lo sbattere della porta della sua stanza. Ripresi a respirare, e solo allora mi accorsi che avevo tenuto il fiato sospeso. Il cuore mi batteva fino a scoppiare, e mi sembrò quasi strano che mio padre non fosse riuscito a sentirlo rimbombare attraverso le assi del pavimento. Aspettai ancora un istante, ma i rumori erano cessati del tutto, si sentiva solo un remoto rumore bianco proveniente dal salotto. Forse aveva lasciato la tv accesa, ferma su un canale non sintonizzato.

Restai ancora dov’ero per cinque minuti, poi mi alzai lentamente, mi scrollai, infilai la camicia nei pantaloni, raccolsi al buio la borsa, mi fissai la fionda alla cintola, cercai in giro il gilè, lo trovai, e poi, con tutti gli attrezzi addosso, scivolai giù per la scala e arrivai al pianerottolo, lo attraversai e senza far rumore scesi dabbasso.

Nel salotto la televisione irradiava il suo sibilo variopinto nella stanza vuota. Mi avvicinai e la spensi. Mi voltai per uscire e vidi la giacca di tweed di mio padre tutta stropicciata sopra una sedia. La presi in mano e la sentii tintinnare. Frugai nelle tasche arricciando il naso per il tanfo di alcol e fumo che esalava. La mia mano si serrò attorno a un mazzo di chiavi.

Le tirai fuori e le osservai. C’era la chiave della porta d’ingresso, quella della porta sul retro, quelle della cantina e della rimessa, un paio di chiavi piccole che non riconobbi e poi un’altra chiave, probabilmente di qualche porta interna, come quella della mia stanza ma di forma diversa. La bocca mi si prosciugò improvvisamente, e mi accorsi che la mano cominciava a tremarmi, imperlata di sudore lungo le linee del palmo. Poteva essere la chiave della sua stanza oppure…

Corsi di sopra, facendo gli scalini tre per volta, interrompendo il ritmo solo quando dovevo evitare quelli che scricchiolavano. Passai davanti allo studio e mi fermai davanti alla stanza di mio padre. La porta era socchiusa, con la chiave infilata nella toppa. Mio padre russava. Chiusi delicatamente la porta e tornai in fretta allo studio. Misi la chiave nella serratura e la girai. Era ben oliata, e non oppose alcuna resistenza. Restai immobile per un secondo o due, poi ruotai la maniglia e aprii la porta.

Accesi la luce. Lo studio.

Era tutto disordinato e pieno di roba, e c’era un’aria greve e afosa. La luce centrale era una semplice lampadina, molto potente. C’erano due scrivanie, uno scrittoio e una branda con delle lenzuola aggrovigliate, uno scaffale, due tavoloni ricoperti di bottiglie di vario tipo e attrezzature da laboratorio di chimica. Nell’angolo, dentro un lavandino, c’erano dei tubetti di reagenti, altre boccette e una serpentina di raffreddamento. Si sentiva un odore come di ammoniaca. Mi voltai, sporsi la testa nel corridoio e rimasi in ascolto. Si sentiva solo il russare lontano di mio padre. Sfilai la chiave e richiusi la porta dall’interno.

Appena mi allontanai dalla porta notai un oggetto. Era una provetta, appoggiata sullo scrittoio, proprio dietro alla porta: se questa fosse stata aperta non l’avrei neanche vista. Nella provetta c’era del liquido trasparente. Alcol, pensai. Nell’alcol c’era un bel paio di minuscoli genitali maschili un po’ malridotti.

Rimasi a fissarli, con la mano ancora stretta sulla chiave che avevo girato, e gli occhi mi si riempirono di lacrime. Sentii qualcosa alla gola, qualcosa di molto profondo, e gli occhi e il naso mi si inondarono fino a esplodere. Mi misi a piangere, lasciando che le lacrime salate mi rigassero le guance fino alla bocca. Mi colava il naso, tirai su e singhiozzai, col petto ansimante e i muscoli della mascella in preda a tremiti incontrollabili. Mi dimenticai completamente di Eric, di mio padre, di tutto il resto, tranne che di me e della mia perdita.

Mi ci volle un po’ per ricompormi, e ci riuscii senza perdere le staffe e senza dirmi che non dovevo comportarmi come una stupida ragazza, mi calmai e basta, normalmente. Sentivo dentro di me come un peso che dalla testa mi scendeva fino allo stomaco. Mi asciugai il viso con la camicia e mi soffiai il naso senza far rumore, poi cominciai a perquisire la stanza a tappeto, lasciando perdere la provetta sullo scrittoio. Forse era quello l’unico segreto di quel posto, ma volevo accertarmene.

C’erano un sacco di schifezze. Schifezze e robe chimiche. I cassetti dello scrittoio erano pieni di vecchie carte e fotografie. C’erano delle lettere, degli appunti, bollette, moduli, certificati, polizze assicurative (nessuna riguardava me, e comunque erano scadute da un pezzo), pagine di un orribile racconto o romanzo (riguardava degli hippy in una comune nel deserto che entravano in contatto con gli alieni) che qualcuno aveva battuto con una macchina per scrivere sgangherata, ed era tutto segnato di correzioni. C’erano dei fermacarte di vetro, guanti, spillette psichedeliche, vecchi singoli dei Beatles, qualche copia di Oz e IT, biro scariche e matite spezzate. Porcherie, tutte porcherie.

C’era una parte dello scrittoio chiusa a chiave. Proprio sotto l’anta scorrevole arrotondata, con una serratura vicino al bordo superiore. Tirai via le chiavi dalla porta. Una di quelle più piccole entrava nella toppa, proprio come mi aspettavo. L’anta si abbassò e io estrassi i quattro cassettini che vi erano nascosti, appoggiandoli sul piano dello scrittoio.

Guardai con gli occhi sbarrati quel che c’era lì dentro, finché le gambe non presero a tremarmi e dovetti sedermi sulla piccola seggiola traballante mezza nascosta dallo scrittoio. Mi strinsi la testa tra le mani, senza smettere di tremare. Cos’altro ancora avrei dovuto subire nel corso di quella notte?

Infilai le mani in uno dei cassettini e tirai fuori una scatola azzurra. Erano dei tampax. Con le dita tremanti estrassi dal cassetto un’altra scatola. C’era un’etichetta con la scritta “Ormoni maschili”. All’interno trovai dei contenitori più piccoli, ordinatamente catalogati a biro nera, con date progressive di lì a sei mesi. In un altro cassetto c’era una scatola etichettata “KBr”, scritta che mi fece scattare qualcosa di molto vago nei recessi più profondi della mente. I restanti due cassetti contenevano rotoli di banconote da cinque e da dieci sterline e sacchetti di cellofan con dentro dei quadratini di carta. Non mi rimanevano forze sufficienti per cercare di capire cosa fosse quella roba. Il mio cervello stava vorticando attorno a un’idea spaventosa che avevo appena elaborato. Restai sulla sedia a pensare, con lo sguardo fisso nel vuoto e la bocca aperta. Non guardai la provetta.

Pensai a quel viso delicato, a quelle braccia ricoperte di peluria sottile. Cercai di ricordare se avessi mai visto mio padre nudo al di sotto della cintola, ma non vi riuscii. Il segreto. Non poteva essere. Scossi la testa, ma non mi fu possibile scacciare quell’idea. Angus. Agnes. Su tutto ciò che era accaduto avevo solo la sua parola. Non sapevo quanto fosse affidabile la signora Clamp, né che tipo di complicità ci fosse tra loro due. Ma non poteva essere! Era una cosa mostruosa, terrificante! Mi alzai di scatto, facendo ribaltare all’indietro la sedia, che andò a sbattere contro le assi scoperte del pavimento. Afferrai la scatola dei tampax e quella degli ormoni, presi le chiavi, aprii la porta e partii alla carica. Mi avviai su per le scale, dopo aver infilato le chiavi in tasca e tirato fuori il coltello dalla custodia. «A Frank non si sfugge» sibilai tra i denti.

Irruppi in camera di mio padre e accesi la luce. Lui era steso sul letto, con i vestiti ancora addosso. Gli si era sfilata una scarpa ed era caduta sul pavimento proprio in corrispondenza del piede scalzo e penzolante dal bordo del letto. Era disteso sulla schiena e russava. Si agitò gettandosi un braccio davanti al viso per proteggersi dalla luce. Mi fiondai su di lui, gli spostai il braccio e gli diedi due schiaffi. Fece uno scatto con la testa e lanciò un urlo. Aprì un occhio, poi l’altro. Gli puntai il coltello in faccia e vidi il suo sguardo da ubriaco che stentava a metterlo a fuoco. Puzzava come un caprone.

«Fraang?» disse con voce flebile. Gli feci scivolare la lama sulla fronte, fermandomi all’altezza del naso.

«Bastardo» sputai. «Che diavolo è questa roba?» Con l’altra mano brandii i tampax e gli ormoni sventolandoglieli in faccia. Lui gemette e chiuse gli occhi. «Dimmelo!» urlai, continuando a schiaffeggiarlo col dorso della mano con cui stringevo il coltello. Cercò di rotolare via da me, dall’altra parte del letto, verso la finestra aperta, ma io lo tirai indietro, tenendolo lontano dalla notte afosa e calma.

«No, Frang, n-no» disse scuotendo la testa e cercando di respingere le mie mani. Feci cadere le scatole e lo afferrai ben stretto per un braccio. Lo tirai a me e gli puntai il coltello alla gola.

«Cristo santo, vuoi dirmelo o…» Lasciai le parole sospese a mezz’aria. Allentai la presa sul braccio e scesi con la mano fino ai pantaloni. Slacciai la cintura sfilandola dai passanti. Lui cercò di fermarmi in modo maldestro, ma io gli scostai violentemente le mani e lo stuzzicai alla gola con la punta della lama. Sbottonai i pantaloni e tirai giù la lampo senza staccargli gli occhi di dosso, e intanto cercavo di non pensare a ciò che avrei potuto trovare là sotto, a ciò che avrei potuto non trovare. Aprii i pantaloni e tirai fuori la camicia. Lui mi guardava, steso sul letto con gli occhi rossi e luccicanti, e scuoteva la testa.

«Che u-uoi fa-a-re, Frang? M-mi d-dispiàscie, sì, sì, mi dispiascie u-ueraménde. Un e-espe-e-riméndo. Solo un espee-ri-mén… Nommi fa-a-re gniénde, ti p-prego, Frang, pe’ fauo-o-re, Frang…»

«Puttana! Sei una puttana!» urlai, con la voce tremante e gli occhi che iniziavano ad annebbiarsi. Gli/le tirai giù le mutande strappandogliele di dosso con furore perverso.

In quel momento si sentì un grido all’esterno, fuori dalla finestra. Restai con lo sguardo fisso sul cazzo e sulle palle di mio padre: dimensioni grosse, peli scuri, aspetto piuttosto untuoso. E intanto il silenzio dell’isola veniva squarciato da un urlo animalesco. Le gambe di mio padre ebbero un sussulto. Poi arrivò una luce guizzante color arancio, proveniente da un punto in cui non ci sarebbe dovuta essere nessuna luce, lontano, oltre le dune. E altre urla, lamenti, belati, e ancora urla. Urla dappertutto.

«Cristo santo, che s-succede?» ansimò mio padre voltando la testa tremante verso la finestra. Indietreggiai, poi mi avvicinai ai piedi del letto e guardai fuori dalla finestra. I rumori terrificanti e la luce oltre le dune sembravano avvicinarsi sempre più. Il bagliore era circondato da un alone, e arrivava dall’alta duna dietro la casa, dove ci sono le Terre del Teschio. Era una luce gialla e tremolante, attraversata da strie fumose. Il rumore sembrava quello che avevo sentito emettere dal cane bruciato vivo, ma ancora più forte e continuo, più penetrante. La luce si fece più intensa. Vidi qualcosa che correva in cima alle Terre del Teschio, qualcosa che bruciava e urlava e si precipitava giù verso il mare. Era una pecora, e ce n’erano altre dietro di lei. Prima solo un paio, poi una mezza dozzina. Correvano all’impazzata sull’erba e sulla sabbia. Nel giro di pochi secondi tutta la collina si riempì di pecore incendiate, con la lana tutta avvolta dalle fiamme, che gemevano furiosamente e correvano a valle lasciando che l’erba e gli sterpi prendessero fuoco al loro passaggio e ardessero senza tregua.

Fu allora che vidi Eric. Mio padre mi venne dietro barcollando, ma io lo ignorai e mi misi a guardare la sagoma scarna che ballava e saltellava in cima alla duna. Eric brandiva in una mano una grossa torcia accesa, nell’altra un’ascia. E intanto urlava.

«Oh, mio Dio, no!» disse mio padre. Mi voltai verso di lui. Si stava tirando su i pantaloni. Gli diedi uno spintone e corsi alla porta.

«Sbrigati» gli gridai. Uscii dalla stanza, scesi di corsa le scale senza controllare se mi stesse seguendo. Le fiamme si vedevano da ogni finestra, e tutta la casa echeggiava dei lamenti delle pecore torturate. Entrai in cucina, valutai l’idea di prendere un po’ d’acqua da portarmi dietro, ma decisi che sarebbe stato inutile. Uscii dalla veranda e arrivai in giardino. Una pecora con le zampe posteriori avvolte dalle fiamme mi venne quasi addosso. Correva per il giardino già mezzo incendiato, e all’ultimo momento riuscì a schivare la porta con un belato di terrore, balzando poi oltre la recinzione bassa nel prato davanti alla casa. Mi diressi di corsa sul retro alla ricerca di Eric.

C’erano pecore e fiamme dappertutto. L’erba che rivestiva le Terre del Teschio era avvolta dal fuoco. Le vampe schizzavano via dalla rimessa e dai cespugli, dalle piante e dai fiori del giardino, con le pecore ardenti sparse tutt’attorno, alcune morte e distese dentro pozze di fuoco bluastro, altre che ancora saltavano, gemendo e ululando con le loro voci rotte, gutturali. Eric era sulle scale che portano alla cantina. Vidi la torcia che teneva in mano proiettare una fiamma tremolante sul muro sotto la finestra del bagno. Stava assalendo a colpi d’ascia la porta della cantina.

«Eric! No!» urlai. Mi avviai verso di lui, poi mi voltai. Mi aggrappai a uno spigolo della casa e sporsi la testa per dare un’occhiata alla porta aperta della veranda. «Papà! Vieni fuori! Papà!» Sentivo alle mie spalle il rumore del legno che andava in frantumi. Mi voltai di nuovo e corsi alla ricerca di Eric. Scavalcai con un salto la carcassa incenerita di una pecora proprio davanti ai gradini della cantina. Eric si girò facendo oscillare l’ascia verso di me. Mi accovacciai e rotolai per terra, poi balzai in piedi preparandomi a schizzare via, ma lui ricominciò a sbattere violentemente l’ascia contro la porta, urlando a ogni colpo come se lui stesso fosse la porta. La lama dell’ascia scomparve nel legno, e ci restò conficcata. Lui la scosse con forza fino a tirarla fuori, mi lanciò un’occhiata, quindi riprese a picchiare contro la porta. Le fiamme che si levavano dalla torcia mi proiettavano addosso la loro ombra. La torcia era appoggiata di fianco alla porta, e la vernice fresca stava già cominciando a prendere fuoco. Tirai fuori la fionda. Eric aveva quasi abbattuto la porta. Mio padre non si era ancora fatto vivo. Eric mi lanciò un’altra occhiata e conficcò l’ascia nel legno. Mentre mi frugavo le tasche alla ricerca di un proiettile, una pecora alle nostre spalle lanciò un ululato. Sentivo tutt’intorno a me un odore di carne arrostita e il rumore crepitante del fuoco. La sferetta metallica si adattò bene al cuoio della fionda, e io tesi l’elastico.

«Eric!» gridai quando la porta cedette. Lui afferrò l’ascia con una mano sola, con l’altra raccolse la torcia. Diede un calcio alla porta e la sfondò. Tirai ancora di un centimetro l’elastico della fionda. Gli gettai un’occhiata attraverso la Y della forcella. Lui si voltò a guardarmi. Aveva la barba lunga, la faccia tutta sporca come il gnigno di un animale. Era il ragazzo, anzi, l’uomo che io avevo conosciuto, eppure nello stesso tempo era una persona completamente diversa. Quella faccia ghignava e sudava e lanciava occhiate torve, sussultando ogni volta che il petto gli si gonfiava e sgonfiava e che le fiamme gli vibravano intorno. Teneva sempre strette in mano l’ascia e la fiaccola ardente, con la porta della cantina alle sue spalle ridotta a un ammasso di frantumi. Riuscii a scorgere soltanto le balle di cordite, che mi sembrarono di colore arancio scuro alla luce densa e guizzante dei fuochi circostanti e della torcia di mio fratello. Eric scosse la testa, con aria confusa e ansiosa.

Anch’io scossi la testa, lentamente.

Lui rise e fece un cenno con la testa. Lasciò la torcia, un po’ facendola scivolare a terra con noncuranza, un po’ gettandola di proposito dentro la cantina. Poi corse verso di me.

Fui sul punto di sparare il proiettile quando lo vidi venire dalla mia parte, ma un secondo prima che le dita mi si aprissero notai che non aveva più l’ascia. La sentii rotolare con un rumore di ferraglia giù per i gradini della cantina. Eric mi schivò all’ultimo momento, e io caddi su un fianco, stringendomi le ginocchia al petto. Cominciai a rotolare, mentre Eric correva all’impazzata per il giardino, dirigendosi verso la parte meridionale dell’isola. Lasciai la fionda, scesi di corsa gli scalini e raccolsi la torcia. Era a circa un metro di distanza dall’entrata, ben lontana dalla cordite. La scagliai velocemente all’esterno, mentre nella rimessa incendiata cominciavano a scoppiare le bombe.

C’era un rumore assordante. Le granate mi che sfrecciavano sopra la testa e le finestre della casa esplodevano verso l’interno. La rimessa fu completamente distrutta. Due bombe schizzarono fuori e scoppiarono in altri punti del giardino, ma per fortuna non dalla mia parte. Quando ritenni di essere fuori pericolo sollevai la testa e vidi che la rimessa non esisteva più. Tutte le pecore erano morte, oppure se n’erano andate, ed Eric era svanito nel nulla.

Mio padre era in cucina, con in mano un secchio d’acqua e un coltello da scalco. Entrai, e lui posò il coltello sul tavolo. Sembrava un vecchio di cent’anni. Sul tavolo c’era la provetta. Mi sedetti a capotavola, abbandonandomi sulla sedia. Lo guardai in faccia.

«Era Eric alla porta, papà» dissi io, mettendomi a ridere. Le orecchie mi rimbombavano ancora per le esplosioni della rimessa.

Mio padre restò in piedi, con un’aria stupida e senile dipinta sul volto. Aveva gli occhi cisposi e umidi, e gli tremavano le mani. Sentii che pian piano cominciavo a calmarmi.

«Ch…» cominciò, poi si schiarì la gola. «Che… che è successo?» Sembrava sobrio.

«Ha cercato di entrare in cantina. Credo che stesse per farci saltare tutti per aria. È scappato di nuovo. Ho risistemato la porta nel miglior modo possibile. Quasi tutti gli incendi sono estinti. Quello non ti servirà.» Indicai il secchio d’acqua. «Vorrei piuttosto che ti mettessi seduto e mi dicessi una o due cosette che mi piacerebbe sapere.» Mi sistemai sulla sedia appoggiandomi allo schienale.

Mi guardò per un istante, poi afferrò la provetta, ma gli scivolò di mano. Cadde per terra e si ruppe. Gli uscì una risata nervosa. Si chinò, poi si raddrizzò prendendo in mano quello che c’era nella provetta. Tenne quella roba bene in vista davanti a me, ma io continuavo a guardarlo dritto negli occhi. Chiuse la mano, poi la riaprì, come un prestigiatore. Conteneva una pallina rosa. Non un testicolo. Una pallina rosa, come un grumo di plastilina, o di cera. Lo guardai fisso.

«Spiegami» gli dissi.

E lui mi spiegò.