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Il giorno dopo, alle cinque, Jasper Gwyn si presentò allo Stafford Hotel, ma solo per cortesia, perché nel frattempo aveva deciso di lasciar perdere, essendo arrivato alla conclusione che l’idea di parlare con quella ragazza era completamente al di fuori della sua portata. Tuttavia, quando Rebecca arrivò, scelse un tavolino tranquillo, addossato a una finestra che dava sulla strada, e non gli riuscirono difficili le prime battute sul tempo e sul traffico che a quell’ora rendeva tutto impossibile. Convinto di ordinare un whisky, ordinò invece un succo di mela con ghiaccio e si ricordò di certi pasticcini che lì facevano benissimo. Per me un caffè, disse Rebecca. Come tutte le persone veramente grasse, non toccò nemmeno i pasticcini. Era radiosa, nella sua bellezza senza scopo.
Prima dissero cose che non c’entravano, giusto per prendere un po’ le misure, come si fa. Rebecca disse che gli alberghi eleganti la intimorivano un po’, ma Jasper Gwyn le fece notare come ci siano poche cose al mondo belle come le lobby degli alberghi.
– Quella gente che va e che viene, disse. E tutti quei segreti.
Poi si lasciò andare a una confessione, cosa che non gli era abituale, e disse che in un’altra vita a lui sarebbe piaciuto essere una lobby d’albergo.
– Lavorare in una lobby, vuol dire?
– No, no, essere una lobby, fisicamente. Anche di un tre stelle, quello non mi importa.
Allora Rebecca rise, e quando Jasper Gwyn le chiese cosa pensava di voler diventare nella prossima vita, lei disse Una rockstar anoressica, e sembrava avere la risposta pronta da sempre.
Così dopo un po’ fu tutto più semplice, e Jasper Gwyn pensò che poteva davvero provarci, a dire quel che aveva in mente. La prese un po’ larga, ma quello era d’altronde il suo modo di fare le cose.
– Posso chiederle se si fida di me, Rebecca? Voglio dire, è convinta di essere seduta davanti a una persona educata, che non la metterebbe mai in situazioni, diciamo così, sgradevoli?
– Sì, certo.
– Perché dovrei chiederle una cosa piuttosto strana.
– Dica.
Jasper Gwyn scelse un pasticcino, stava cercando le parole giuste.
– Vede, ho deciso recentemente di provare a fare dei ritratti.
La ragazza piegò la testa di un nulla.
– Naturalmente non so dipingere, e in effetti quello che ho in mente è di scrivere dei ritratti. Non so neanch’io bene cosa questo significhi, ma ho intenzione di provarci, e l’idea che mi è venuta è che mi piacerebbe iniziare facendo un ritratto a lei.
La ragazza rimase impassibile.
– Così quello che vorrei chiederle, Rebecca, è se sarebbe disposta a posare per me, nel mio studio, posare per un ritratto. Per farsi un’idea può pensare a quello che succederebbe con un pittore, o con un fotografo, non sarebbe molto differente, la situazione è quella, se riesce a immaginarla.
Fece una piccola pausa.
– Vuole che continui, o preferisce che ci fermiamo qua? La ragazza si piegò leggermente verso il tavolino e prese tra le dita la tazzina del caffè. Ma poi non la portò subito alle labbra.
– Continui, disse.
Allora Jasper Gwyn le spiegò.
– Ho preso uno studio, dietro a Marylebone High Street, un enorme stanzone, tranquillo. Ci ho messo un letto, due poltrone, poco altro. Legno per terra, muri vecchi, un bel posto. Quel che vorrei è che lei venisse lì, quattro ore al giorno per una trentina di giorni, dalle quattro del pomeriggio alle otto di sera. Senza mai saltare un giorno, neanche la domenica. Vorrei che arrivasse puntuale e che, qualsiasi cosa accada, rimanesse lì per quattro ore a posare, che per me significa, semplicemente, a farsi guardare. Non dovrà rimanere in una posizione scelta da me, ma solo stare in quella stanza, dove più le piace, camminando o stando sdraiata, sedendosi dove le pare. Non dovrà rispondere a delle domande o parlare, e nemmeno le chiederò mai di fare qualcosa di particolare. Vado avanti?
– Sì.
– Vorrei che lei posasse nuda, perché penso che sia una condizione inevitabile alla riuscita del ritratto.
Questa se l’era preparata davanti allo specchio. Le parole gliele aveva limate la signora con il foulard impermeabile.
La ragazza aveva ancora la tazzina in mano. Ogni tanto la portava alle labbra, ma senza decidersi mai a bere.
Jasper Gwyn prese dalla tasca una chiave e la posò sul tavolino.
– Quel che vorrei è che lei prendesse questa chiave e la usasse per entrare nello studio, ogni giorno alle quattro del pomeriggio. Non importa cosa faccio io, lei mi deve dimenticare. Faccia conto di essere da sola, là dentro, per tutto il tempo. Le chiedo solo di andarsene, alle otto precise di ogni sera, e di chiudersi la porta alle spalle. Quando avremo finito, mi restituirà la chiave. Beva il suo caffè, o si fredderà.
La ragazza guardò la tazzina che aveva tra le dita come se la vedesse per la prima volta. La appoggiò sul piattino, senza bere.
– Vada avanti, disse. Le si era irrigidito qualcosa, da qualche parte.
– Ne ho parlato con Tom. E d’accordo a darle un permesso per quei trenta, trentacinque giorni, al termine dei quali la riprenderà a lavorare in Agenzia. So che sarebbe comunque un grosso impegno, per lei, e dunque le propongo la cifra di cinquemila sterline per compensarla dei disagi che avrà e della disponibilità che sarà così gentile da offrirmi. Un’ultima cosa, importante. Nel caso accettasse, non dovrebbe parlarne con nessuno, è un lavoro che intendo svolgere nel modo più appartato possibile, e non ho alcun interesse che i giornali o chiunque altro venga a saperne qualcosa. Io, lei e Tom saremmo gli unici a sapere, e per me è oltremodo importante che la cosa rimanga tra noi. Ecco, credo di averle detto tutto. Me li ricordavo più buoni, questi pasticcini.
La ragazza sorrise e si voltò verso la finestra. Rimase un po’ a guardare le persone passare, ogni tanto ne seguiva una con lo sguardo. Poi tornò a fissare Jasper Gwyn.
– Nel caso, potrò portarmi dei libri?, chiese. Jasper Gwyn fu sorpreso dalla propria risposta.
– No.
– Musica?
– Nemmeno. Io credo che dovrebbe semplicemente stare con se stessa, e basta. Per un tempo largamente irragionevole.
La ragazza assentì, le sembrava di capire.
– Immagino, disse, che su quella faccenda del nudo sia inutile discutere.
– Mi creda, sarà più imbarazzante per me che per lei. La ragazza rise.
– No, non è quello…
Abbassò la testa. Sistemò certe pieghe della gonna.
– L’ultima volta che qualcuno mi ha chiesto di guardarmi non è andata benissimo.
Fece un gesto con la mano, come se scacciasse qualcosa.
– Ma io ho letto i suoi libri, disse, di lei mi fido. Jasper Gwyn le sorrise.
– Vuole pensarci qualche giorno?
– No.
Si piegò in avanti e prese la chiave che Jasper Gwyn aveva appoggiato sul tavolino.
– Proviamo, disse.
Poi stettero un bel po’ in silenzio, ognuno con i suoi pensieri, sembravano una coppia di quelle che si amano da tantissimo tempo e non hanno più bisogno di parlare.
Quella sera Jasper Gwyn fece una cosa ridicola, si mise nudo davanti allo specchio e stette lì a guardarsi a lungo. Lo fece perché era convinto che Rebecca stesse facendo la stessa cosa, a casa sua, in quello stesso momento.
Il giorno dopo andarono insieme a visitare lo studio. Jasper Gwyn le spiegò della chiave e di tutto. Le spiegò che avrebbero lavorato oscurando le finestre con i battenti di legno e accendendo le luci. Si raccomandò molto che, uscendo, non le spegnesse. Le disse che aveva promesso a un vecchietto di non farlo mai. Lei non chiese nulla, ma fece notare che non c’erano luci. Stanno per arrivare, disse Jasper Gwyn. A un certo punto lei andò a sdraiarsi sul letto, e rimase un po’ lì, a fissare il soffitto. Jasper Gwyn si mise a sistemare qualcosa sopra, dove c’era il bagno: non voleva trovarsi con lei, in silenzio, in quello studio, prima che fosse il momento giusto di farlo. Scese solo quando sentì i passi di lei sul legno della stanza.
Prima di uscire, Rebecca diede un’ultima occhiata intorno.
– Lei dove starà?, chiese.
– Mi dimentichi. Io non esisto.
Rebecca sorrise, e fece una bella smorfia, per dire che sì, aveva capito, e prima o poi si sarebbe abituata.
Si misero d’accordo che potevano iniziare il lunedì seguente.