39180.fb2
La mattina lasciò il ragazzo stronzo addormentato nel letto, e se ne uscì senza neanche farsi la doccia. Aveva una notte di sesso addosso, e le piacque portarsela dietro, tutta intera. Oggi mi prendi così, caro Jasper Gwyn, vediamo che effetto ti fa.
Per quattro ore, al mattino, andava ancora a lavorare da Tom. Aveva una venerazione per quell’uomo. Da quando, tre anni prima, un incidente d’auto l’aveva costretto su una sedia a rotelle, si era costruito intorno un ufficio enorme, una specie di paese, dove lui era Dio. Si era circondato di lavoranti di tutti i tipi, alcuni vecchissimi, altri completamente pazzi. Lui stava attaccato al telefono tutto il tempo. Pagava poco e di rado, ma questo era un dettaglio. Aveva una tale energia, e generava così tanta vita intorno, che la gente finiva per adorarlo. Era uno di quelli che se per caso ti capita di crepare lo prendono come uno sgarbo personale.
Sulla faccenda del ritratto non le aveva mai detto niente. Solo una volta, quando era già qualche giorno che Rebecca il pomeriggio andava da Jasper Gwyn, lui le era passato vicino con la sua sedia a rotelle e inchiodando davanti al suo tavolo aveva detto:
– Se ti chiedo qualcosa, mandami affanculo.
– D’accordo.
– Come si comporta il vecchio Jasper?
– Vada a fare in culo.
– Perfetto.
Così, all’una si alzava, prendeva la sua roba e passava a salutare Tom. Sapevano entrambi dove stava andando, ma facevano finta di niente. Ogni tanto lui dava giusto un’occhiata a come era vestita. Magari pensava di dedurne qualcosa, chissà.
Allo studio di Jasper Gwyn ci andava in metropolitana, ma sempre scendendo una fermata prima, per camminare un po’, prima di entrare. Per la strada, si rigirava in mano la chiave. E quello era il suo modo di iniziare a lavorare. Un’altra cosa che faceva era pensare in che ordine si sarebbe tolta i vestiti. Era strano, ma stando vicino a quell’uomo, tutti i santi giorni, si finiva per imparare una sorta di precisione nei gesti che lei non aveva mai immaginato necessaria. Ti portava a credere che non fosse tutto equivalente, e che qualcuno, da qualche parte, protocollasse ogni nostro fare – un giorno, facilmente, ce ne avrebbe chiesto conto.
Girava la chiave nella toppa, e entrava.
Non si rendeva subito conto se lui era già lì. Aveva imparato che non era importante. Tuttavia non si sentiva al sicuro fino a quando non lo vedeva – e tranquilla fino a quando lui non la guardava. Non l’avrebbe potuto immaginare, prima, ma proprio la cosa più assurda – che quell’uomo la fissasse -era divenuta la cosa di cui aveva bisogno, e senza la quale non ritrovava nulla di se stessa. Con sorpresa capì che si accorgeva di essere nuda solo quando era sola, o lui non la guardava. Invece le era naturale quando lui la fissava, e si sentiva vestita, allora, e compiuta, come un lavoro ben fatto. Col passare dei giorni si sorprese a desiderare che lui si avvicinasse e spesso la frustrava quel suo rimanersene appoggiato al muro, restio a prendersi quello che lei avrebbe concesso senza alcun fastidio. Allora poteva accadere che fosse lei ad avvicinarsi, ma non era semplice, si sarebbe dovuto essere capaci di evitare qualsiasi atteggiamento che sembrasse una seduzione – finiva per essere brusca, nel gesto, e inesatta. Era sempre lui a ritrovare una distanza indolore.
Il giorno in cui lei arrivò con la sua notte di sesso addosso, Jasper Gwyn non si fece vivo. Rebecca ebbe tempo di fare dei conti, erano passati diciotto giorni da quando avevano iniziato. Pensò che anche le lampadine appese al soffitto erano diciotto. Matto com’era, era perfino possibile che Jasper Gwyn attribuisse un qualche significato alla circostanza – magari era per quello che non era venuto. Si rivestì, alle otto in punto, e poi ci mise molto a tornare a casa – era come se aspettasse che prima le si restituisse qualcosa.