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34. LA FRANA

Fu svegliato dal campanello del telefono. Era il direttore del giornale. " Parta subito in auto " gli disse. " è venuta giù una grande frana in Valle Ortica… Sì, in Valle Ortica, vicino al paese di Goro… Un villaggio è rimasto sotto, ci devono essere dei morti… Del resto vedrà lei. Non perda tempo. E mi raccomando! "

Era la prima volta che gli affidavano un servizio importante e la responsabilità lo preoccupava. Tuttavia, fatto il conto del tempo disponibile, si rassicurò. Dovevano esserci duecento chilometri di strada, in tre ore sarebbe arrivato. Gli restava tutto il pomeriggio disponibile per l'inchiesta e per scrivere il " pezzo ". Un servizio comodo, pensò; senza difficoltà avrebbe potuto farsi onore.

Partì nella fredda mattina di febbraio. Le strade essendo quasi deserte, si poteva andare svelto. Prima quasi che se l'aspettasse, vide avvicinarsi i profili delle colline, poi gli apparve, fra veli di caligine, la neve delle vette.

Pensava intanto alla frana. Forse era una catastrofe, con centinaia di vittime; ci sarebbe stato da scrivere un paio di colonne per due o tre giorni di fila; né il dolore di tanta gente lo rattristava, benché egli non fosse d'animo cattivo. Gli venne poi il pensiero sgradevole dei concorrenti, dei colleghi degli altri giornali, li immaginava già sul posto a raccogliere preziose notizie, molto più svelti e furbi di lui. Cominciò a guardare con ansia tutte le automobili che procedevano nella stessa direzione. Senza dubbio andavano tutte a Goro, per la frana. Spesso, avvistata una macchina in fondo ai rettilinei, forzava l'andatura per raggiungerla e vedere chi ci fosse dentro; ogni volta era convinto di trovare un collega, invece erano sempre volti sconosciuti, per lo più uomini di campagna, tipi di fittavoli e mediatori, persino un prete. Avevano una espressione annoiata e sonnolenta, come se la terribile sciagura non avesse per loro la minima importanza.

A un certo punto lasciò il rettilineo di asfalto e piegò a sinistra, per la strada della Valle Ortica, una via stretta e polverosa. Sebbene fosse mattino avanzato, non si scorgevano sintomi anormali: né reparti di truppa, né autoambulanze, né camion coi soccorsi, come lui si era immaginato. Tutto ristagnava nel letargo invernale, solo qualche casa di contadini emetteva dal camino un filo di fumo.

Le pietre sui bordi della strada dicevano: a Goro km. 20, a Goro km 19, a Goro km. 18, eppure non appariva fermento o allarme di sorta. Gli sguardi di Giovanni invano ispezionavano i precipitosi fianchi delle montagne, per scoprire la frattura, la bianca cicatrice della frana.

Arrivò a Goro verso mezzogiorno. Era uno di quegli strani paesi di certe valli abbandonate, che sembrano essere rimasti indietro di cent'anni; torvi e inospitali paesi, oppressi da squallide montagne, senza boschi d'estate o neve d'inverno, dove usano villeggiare tre o quattro famiglie disperate.

La piazzetta centrale era in quel momento vuota. Strano, si disse Giovanni, possibile che dopo una catastrofe simile tutti fossero fuggiti o chiusi in casa? A meno che, pensò, la frana non fosse caduta in un altro paese vicino, e tutti fossero sul posto. Un pallido sole illuminava la facciata di un albergo. Sceso di macchina, Giovanni aprì la porta a vetri e sentì un intenso vociare, come di gente allegra che fosse a tavola.

L'albergatore infatti stava facendo colazione con la numerosa famiglia. Clienti, di quella stagione, evidentemente non ce n'erano. Giovanni domandò permesso, si presentò come giornalista, chiese notizie della frana.

" La frana? " fece l'albergatore, omaccione volgare e cordialissimo. " Qui non ci sono frane… Ma forse lei desidera mangiare, si accomodi, si accomodi. Si sieda qui con noi, se si degna. Di là, nella sala, non è riscaldato. "

Insisteva perché Giovanni mangiasse con loro e intanto, senza badare al visitatore, due ragazzi sulla quindicina provocavano fra i commensali grandi risate per mezzo di allusioni familiari. L'albergatore desiderava proprio che Giovanni si sedesse, gli garantiva che non era facile trovare altrove, nella valle, di quella stagione, una colazione pronta; ma lui cominciava a sentirsi inquieto; avrebbe mangiato, si capisce, ma prima voleva vedere la frana, come mai a Goro non se ne sapeva nulla? Il direttore gli aveva dato ben chiare indicazioni.

Non mettendosi i due d'accordo, i ragazzi seduti a tavola cominciarono a farsi attenti. " La frana? " fece a un certo punto un ragazzetto di dodici anni circa, che aveva intuito la questione. " Ma sì, ma sì, è più su, a Sant'Elmo " così gridava, lieto di poter mostrarsi più informato del padre. " è successo a Sant'Elmo; lo diceva ieri il Longo! "

" Che cosa vuoi che sappia il Longo? " ribatté l'albergatore. " Sta' zitto tu. Che cosa vuoi che sappia il Longo? Di frane ce n'è stata una quando era ancora bambino, ma molto più in basso di Goro. Forse l'avrà vista signore, a un dieci chilometri di qui, dove la strada fa… "

" Ma sì, papà, ti dico! " insisteva il ragazzetto. " A Sant'Elmo, è successo! "

Avrebbero continuato a disputare se Giovanni non li avesse interrotti: " Bene, io vado fino a Sant'Elmo a vedere ". L'albergatore e i figlioli lo accompagnarono sulla piazza, interessandosi visibilmente dell'automobile, di recente modello, quale lassù mai si era vista.

Quattro chilometri soltanto separavano Goro da Sant'Elmo, ma parevano a Giovanni lunghissimi. La strada saliva con serpentine ripide e così strette da richiedere spesso retromarce. La valle si faceva sempre più scura e torva. Solo un lontano rintocco di campana diede a Giovanni sollievo.

Sant'Elmo era ancora più piccolo di Goro, più derelitto e miserabile. Erano appena le una meno un quarto, eppure si sarebbe detto che la sera non fosse lontana; forse per l'ombra cupa delle montagne incombenti, forse per il disagio stesso provocato da tanto abbandono.

Ormai Giovanni si sentiva inquieto. Dove era caduta dunque la frana? Possibile che il direttore l'avesse spedito con tanta urgenza se non fosse stato sicuro della notizia? O che si fosse sbagliato nel dargli il nome del posto? Il tempo faceva presto a correre, lui rischiava di lasciar mancare il servizio al giornale.

Fermò la macchina, chiese indicazioni a un ragazzo il quale sembrò capire subito.

" La frana? lassù " rispose e faceva segno verso l'alto. " In venti minuti ci si arriva. " Poi, accennando Giovanni a risalire in macchina, avvertì: " Non si può passare in auto, bisogna andare a piedi, c'è soltanto un sentiero ". Acconsentì quindi a fare da guida.

Uscirono dal paese, inerpicandosi per una mulattiera fangosa, di traverso a un costone. Giovanni faticava a seguire il ragazzo né trovava il fiato per fare domande. Ma che importava? Fra poco avrebbe visto la frana, il servizio al giornale era assicurato e nessuno dei colleghi era giunto prima di lui. (Curioso però che non si vedesse persona in giro; bisognava dedurne che di vittime non ce n'erano state e che non erano stati chiesti soccorsi, tutt'al più era rimasta travolta qualche casa disabitata.)

" Ecco qui " disse finalmente il ragazzo, come raggiunsero una specie di contrafforte. E fece segno col dito. Dinanzi a loro, sul fianco opposto della valle, si scorgeva infatti una gigantesca frana di terra rossiccia. Dal culmine della rottura al fondo della valle, dove si erano accatastati i macigni più grossi, potevano esserci trecento metri. Ma non si capiva come in quel punto potesse essere mai esistito un villaggio o soltanto un gruppo di case. Parvero poi sospette alcune vegetazioni abbarbicate sui dirupi.

" Lo vede, signore, il ponte? " chiese il ragazzo, indicando un resto di costruzione diroccato proprio sul fondo della valle, nell'intrico dei macigni rossi.

" E non c'è nessuno? " domandò Giovanni stupefatto, non vedendo anima viva per quanto si guardasse attorno. Solamente brulli costoni vedeva, rocce affioranti, umidi colatoi di rigagnoli, muretti di pietre a sostegno di brevi coltivazioni, dovunque un desolato colore ferruginoso, mentre il cielo si era lentamente riempito di nubi.

Il ragazzo lo guardò senza capire. " Ma quand'è successo? " insistette Giovanni. " è già da qualche giorno? " " Chissà quando! " fece il ragazzo. " Certi dicono trecento anni, certi anche quattrocento. Ma ogni tanto viene giù ancora qualche pezzo. "

" Bestia! " urlò Giovanni fuori di sé. " Non lo potevi dire prima? " Una frana di trecento anni prima lo avevano portato a vedere, la curiosità geologica di Sant'Elmo, forse indicata dalle guide turistiche! E quegli avanzi di muratura in fondo al vallone erano magari resti di un ponte romano! Che stupido sbaglio, e intanto la sera si avvicinava. Ma dov'era, dov'era la frana?

Scese di corsa per la mulattiera, seguito dal ragazzo mezzo piangente per la paura di aver perso la mancia. L'affanno di questo ragazzo era incredibile: non riuscendo a capire perché Giovanni si fosse arrabbiato, gli correva dietro supplichevole, sperando di rabbonirlo.

" Il signore cerca la frana! " andava dicendo a quanti incontrava, facendo segno a Giovanni. " Io non so mica, io credevo che volesse vedere quella del ponte vecchio, ma non è quella che cerca. Lo sai dove è caduta la frana? " andava chiedendo a uomini e donne.

" Aspetta, aspetta! " rispose finalmente a quelle parole una vecchietta che trafficava sulla porta di una casa. " Aspetta che ti chiamo il mio uomo! "

Poco dopo, preceduto da un gran rumore di zoccoli comparve sulla soglia un uomo sulla cinquantina, ma già rinsecchito, dall'espressione tetra. " Ah, sono venuti a vedere! " cominciò a vociare come scorse Giovanni. " Non basta che tutto vada a ramengo, adesso i signori vengono a vedere lo spettacolo! Ma sì, ma sì, venga a vedere! " Gridava rivolto al giornalista, ma si capiva che lo sfogo era diretto al prossimo in genere, piuttosto che a lui personalmente.

Afferrò per un braccio Giovanni e se lo trasse dietro su per una mulattiera, simile a quella di prima, chiusa fra muretti di rozze pietre. Fu allora che, portando la mano sinistra al petto per chiudersi meglio il paltò (il freddo infatti si faceva sempre più intenso) Giovanni gettò per caso un'occhiata sull'orologio a polso. Erano già le cinque e un quarto, fra poco sarebbe giunta la notte e lui della frana non sapeva letteralmente nulla, neppure dove era caduta. Se almeno quell'odioso contadino lo avesse condotto sul posto!

" è contento? Eccola qui, se la guardi pure, la sua maledetta frana! " fece a un certo punto il contadino, fermandosi; e col mento in segno di odio e spregio, indicava la deprecata cosa. Giovanni si trovò sul margine di un campicello di poche centinaia di metri quadrati, un pezzo di terra assolutamente trascurabile se non fosse stato sul fianco della ripida montagna, un campicello artificiale, guadagnato palmo a palmo col lavoro e sorretto da un muro di pietre. Lo spiazzo era però invaso almeno per un terzo da uno smottamento di terra e sassi. Le piogge forse, o l'umidità della stagione, o chissà che altro, avevano fatto scivolar giù, sul campicello, un breve tratto di montagna.

" La guardi, è contento adesso? " imprecava il contadino, indignato non contro Giovanni di cui ignorava le intenzioni, ma contro quella malora che gli sarebbe costata mesi e mesi di fatiche. E Giovanni guardò sbalordito la frana, scalfittura del monte, quell'inezia, quel nulla miserabile. Non è neppur questa si disse sconsolato, deve esserci sotto qualche errore. Intanto il tempo correva e prima di notte bisognava telefonare al giornale.

Piantò in asso il contadino, corse indietro alla piazzetta dove aveva lasciato la macchina, interpellò ansiosamente tre bifolchi che stavano palpando i pneumatici: " Ma dov'è la frana? " urlava, come se fossero loro i responsabili. Le montagne si chiudevano nel buio.

Un tizio lungo e vestito passabilmente si alzò allora da un gradino della chiesa dove fino a quel momento era rimasto seduto a fumare, e si avanzò verso Giovanni: " Chi gliel'ha detto? Da chi ha avuto la notizia? " gli domandò senza preamboli. " Chi è che parla di frane? "

Chiedeva ciò in tono ambiguo, quasi di minaccia sottintesa, come se udir toccare l'argomento gli fosse sgradito. E d'improvviso attraversò la mente di Giovanni un consolante pensiero: ci doveva essere proprio qualche cosa di losco e delittuoso nella storia della frana. Ecco perché tutti si erano messi d'accordo per sviare le ricerche, ecco perché l'autorità non era stata avvertita e nessuno era accorso sul posto. Oh, se invece di una semplice cronaca di sciagura, coi suoi inevitabili luoghi comuni, gli fosse stata destinata la scoperta di un complotto romanzesco, tanto più straordinario lassù, in quel paese tagliato fuori del mondo!

" La frana! " disse ancora il tizio con accento di disprezzo, prima che Giovanni avesse avuto il tempo di rispondergli. " Non ho mai sentito una stupidaggine simile! E lei, che ci va a credere! " concluse, voltando le spalle e incamminandosi a lenti passi.

Per quanto eccitato, Giovanni non ebbe il coraggio di abbordarlo. " Che cosa aveva da dire quello lì? " domandò poi a uno dei tre bifolchi, quello dal volto meno ottuso.

" Ehi " fece ridendo il giovanotto " la vecchia storia! Eh, io non parlo! Io non voglio fastidi! Io non so niente di niente. "

" Hai paura di quello là? " gli rinfacciò uno dei due compagni. " Perché lui è un imbroglione, tu vuoi stare zitto? La frana? Si capisce che c'è la frana! "

A Giovanni, avido di sapere finalmente, il bifolco spiegò la faccenda. Quel tizio aveva due case da vendere, appena fuori di sant'Elmo, ma da quelle parti il terreno non teneva, presto o tardi i muri sarebbero crollati, già si erano aperte alcune crepe, per rimetterli in sesto sarebbero occorsi lunghi lavori, una grande spesa. Pochi sapevano questo, ma la voce si era sparsa e nessuno voleva più comprare. Ecco perché il tizio ci teneva a smentire.

Tutto qui il mistero? Melanconica sera delle montagne in mezzo a gente stupida e misteriosa. Si faceva buio, soffiava un vento gelido. Gli uomini, incerte ombre, dileguavano ad uno ad uno, le porte delle casupole si chiudevano cigolando, anche i tre bifolchi si erano stancati di esaminare la maccchina e d'un tratto scomparvero.

Inutile chiedere ancora, si disse Giovanni. Ciascuno mi darebbe una risposta diversa, come è avvenuto finora ciascuno mi condurrà a vedere posti differenti, senza il minimo costrutto per il giornale. (Ciascuno ha in verità la sua propria frana, a uno è crollato il terriccio sul campo, all'altro sta smottando la concimaia, un altro ancora conosce il lavorio dell'antico ghiaione, ciascuno ha la sua propria misera frana, ma non è mai quella che importa a Giovanni, la grande frana, su cui scrivere tre colonne di giornale, che sarebbe forse la sua fortuna.)

Nel silenzio grandissimo si udì ancora un suono remoto di campana, poi basta. Giovanni era risalito sull'automobile, ora accendeva il motore e i fari, sfiduciato si avviava al ritorno.

Che cosa triste, pensava, e chissà come successa. La notizia di un fatto da nulla, forse quella minuscola frana sul campo del contadino collerico, era stranamente scesa fino in città, per vie inesplicabili, e nel viaggio si era sempre più deformata fino a diventare una tragedia. Storie simili non erano rare, in fin dei conti ciò rientrava nella normalità della vita. Ma adesso toccava a Giovanni pagare. Lui non ne aveva proprio nessuna colpa, era vero, comunque tornava a mani vuote e avrebbe fatto una misera figura. " A meno che… " ma sorrise, misurando l'assurdità della cosa.

La macchina aveva ormai lasciato le case di Sant'Elmo, con ripide serpentine la strada sprofondava nelle concavità nere della valle, non un'anima viva. L'auto scendeva con lieve fruscìo di ghiaia, i due raggi dei fari perlustravano attorno battendo ogni tanto sull'opposta parete del vallone, sulle basse nubi, su sinistri roccioni, alberi morti. Essa scendeva adagio, quasi attardata da una speranza estrema.

Fino a che il motore tacque o almeno così parve perché Giovanni udì alle sue spalle, allucinazione forse, ma poteva anche darsi di no; udì alle spalle il principio di uno scroscio immenso che sembrava scuotere la terra; e il suo cuore fu preso da un orgasmo inesprimibile, stranamente simile alla gioia.